Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32679 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 09/11/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 09/11/2021), n.32679

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17361-2019 proposto da:

ENTE AUTONOMO VOLTURNO S.R.L. a SOCIO UNICO REGIONE CAMPANIA, in

persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SALARIA 290, presso lo studio

dell’avvocato CRISTIANA LIGUORI, rappresentata e difesa

dall’avvocato MARCELLO D’APONTE;

– ricorrente –

contro

M.F., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dagli avvocati DONATELLO CATERA, MASSIMO ROMANO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2446/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 05/04/2019 R.G.N. 3577/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/06/2021 dal Consigliere Dott. LORITO MATILDE.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

La Corte d’Appello di Napoli confermava la pronuncia resa dal giudice di prima istanza con cui era stata accolta la domanda proposta da M.F. nei confronti dell’Ente Autonomo Volturno – E.A.V. – s.r.l. intesa a conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli in data 27/6/2017 e la condanna della società alla reintegra nel posto di lavoro oltre al pagamento di una indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal di del licenziamento sino a quello della effettiva reintegra;

a fondamento del decisum la Corte territoriale osservava, in estrema sintesi, che il compendio probatorio di natura documentale e testimoniale acquisito aveva consentito di escludere la sussistenza dei fatti oggetto dell’atto di incolpazione e consistiti, rispettivamente, quanto all’episodio del 16/11/2016, nell’allontanamento dal servizio alle ore 11,20, pur avendo marcato il cartellino in entrata alle ore 9,46 ed in uscita alle 16,40; quanto all’episodio del (OMISSIS), nell’aver raggiunto il posto di lavoro alle 17 per allontanarsi alle 17,05 pur avendo marcato il badge in ingresso alle 16 e in uscita alle 22,35;

osservava in particolare il giudice del gravame che, diversamente da quanto argomentato da parte datoriale, il lavoratore nei propri atti difensivi, non aveva ammesso i fatti oggetto della mancanza a lui contestata per il giorno 16/11/2016; sotto altro versante, i dipendenti ò della società di investigazioni incaricata dalla società, ascoltati in qualità di testimoni, pur avendo visto l’auto del M. allontanarsi dal luogo di lavoro, non avevano potuto confermare di aver riconosciuto il ricorrente alla guida dell’auto; e tale dato assumeva significativo rilievo ai fini della decisione, giacché in plurime occasioni, dalle indagini investigative, era emerso che l’auto era guidata dal figlio del ricorrente medesimo;

con riferimento alla ulteriore condotta addebitata, la Corte osservava che dalle acquisizioni probatorie non era emersa la sussistenza né di uno specifico obbligo del M. di timbrare il cartellino in entrata e in uscita, né il fatto storico che il giorno (OMISSIS) egli avesse effettivamente provveduto alla timbratura; mancavano gli elementi per ritenere applicabile la sanzione del R.D. n. 148 del 1931, art. 45, la cui ratio consisteva nel perseguire le condotte dei dipendenti che, pur senza arrecare inconvenienti di servizio, utilizzino artifizi o simulazioni per procurare a sé o ad altri vantaggi, ingannando il datore di lavoro;

l’insussistenza di un elemento costitutivo della fattispecie contestata comportava il venir meno della antigiuridicità della condotta, e, quindi, della insussistenza del fatto, con applicazione dei rimedi approntati dal novellato L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4;

avverso tale decisione E.A.V. s.r.l. interpone ricorso per cassazione sulla base di due motivi;

resiste la parte intimata con -controricorso illustrato da memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 5, della L. n. 300 del 1970, art. 7 e del R.D. n. 148 del 1931, art. 53 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3., nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia;

si deduce che il giudice di seconda istanza è incorso in un evidente errore di interpretazione delle norme di diritto applicabili alla fattispecie, per aver ritenuto che la parte datoriale non avesse fornito la prova, su di essa incombente, della effettiva sussistenza della condotta su cui aveva fondato il provvedimento di destituzione;

si ribadisce che il medesimo lavoratore aveva ammesso di essersi assentato dal servizio in ragione di un “cambio turno” – di cui, peraltro, mancava prova in atti – in tal senso rimarcandosi che la prova della giusta causa non deve essere fornita quando vi sia l’espressa dichiarazione contraria del soggetto nei cui confronti sia stata applicata la sanzione disciplinare;

nell’ottica descritta la deposizione testimoniale resa dal testimone indie’ato dalla società, dipendente della società investigativa incaricata di svolgere accertamenti al riguardo, si palesava del tutto irrilevante;

2. il motivo palesa innanzitutto profili di inammissibilità;

da un canto appare adottata una tecnica redazionale non appropriata, giacché contiene promiscuamente la contemporanea deduzione di violazione di plurime disposizioni di legge, nonché di vizi di motivazione, senza alcuna specifica indicazione di quale errore, tra quelli dedotti, sia riferibile ai singoli vizi che devono essere riconducibili ad uno di quelli tipicamente indicati dall’art. 360 c.p.c., comma 1, così dando luogo all’impossibile convivenza, in seno al medesimo motivo di ricorso, di censure caratterizzate da irredimibile eterogeneità; questa modalità ò espressiva da un lato, costituisce una negazione della regola della chiarezza e, dall’altro, richiede un non consentito intervento della Corte volto ad enucleare dalla mescolanza dei motivi le parti concernenti le separate censure (vedi ex plurimis, Cass. 23/10/2018 n. 26874, Cass. 14/9/2016 n. 18021);

dall’altro, soffre di un difetto di specificità, non essendo riportato il tenore degli atti dai quali si deduce fosse desumibile la ammissione da parte del lavoratore, della propria assenza dal lavoro nei tempi indicati nella lettera di contestazione;

invero, secondo i principi affermati da questa Corte, ed ai quali va data continuità, i requisiti di ò contenuto-forma previsti, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 6, devono essere assolti necessariamente con il ricorso e non possono essere ricavati da altri atti, come la sentenza impugnata o il controricorso, dovendo il ricorrente specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata indicando precisamente i fatti processuali alla base del vizio denunciato, producendo in giudizio l’atto o il documento della cui erronea valutazione si dolga, o indicando esattamente nel ricorso in quale fascicolo esso si trovi e in quale fase processuale sia stato depositato-, e trascrivendone o riassumendone il contenuto nel ricorso, nel rispetto del principio di autosufficienza (vedi Cass. 13/11/2018 n. 29093);

né contrasta con il principio di effettività della tutela giurisdizionale, sancito dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la disciplina del ricorso per cassazione, nella parte in cui prevede – all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) – requisiti di ammissibilità di contenuto-forma, giacché essi sono individuati in modo chiaro (tanto da doversi escludere che il ricorrente in cassazione, tramite la difesa tecnica, non sia in grado di percepirne il significato e le implicazioni) ed in armonia con il principio della idoneità dell’atto processuale al raggiungimento dello scopo, sicché risultano coerenti con la natura di impugnazione a critica limitata propila del ricorso per cassazione e con la strutturazione. del giudizio di legittimità quale processo sostanzialmente privo di momenti di istruzione (vedi Cass. 3/1/2020 n. 27);

3. il motivo in ogni caso va disatteso laddove stigmatizza il mancato rispetto dei principi normativi.in tema di onere prova della giusta causa di licenziamento;

la società è incorsa nell’equivoco di ritenere che la violazione o falsa applicazione delle norme sul riparto degli oneri probatori sia dipesa, o in qualche modo dimostrata, dall’erronea valutazione del materiale probatorio o dall’inesatto giudizio, in punto di attendibilità, espresso in relazione ai testimoni; è allora il caso di ribadire quanto questa Corte ha già ripetutamente chiarito: sono riservati al giudice di merito l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, la scelta, fra le risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, potendo il giudice privilegiare, in via logica, alcuni mezzi di prova e disattenderne altri, in ragione del loro diverso spessore probatorio (in argomento, vedi Cass. 10/6/2014 n. 13054, Cass. 8/8/2019 n. 21187); tale attività resta insindacabile in sede di legittimità se non- nei ristretti limiti in cui lo è il vizio di motivazione, secondo la formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ratione temporis vigente; e, come fatto cenno nello storico di lite, la Corte distrettuale ha proceduto ad una accurata ricognizione delle acquisizioni probatorie con argomentazioni congrue e rispettose del minimo costituzionale, con statuizione che resiste alla censura all’esame;

4. il secondo motivo prospetta violazione e falsa applicazione del R.D. n. 148 del 1931, art. 53 e della L. n. 300 del 1970, art. 7 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. nonché insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia;

si deduce che. l’istruttoria espletata in fase di giudizio di opposizione aveva consentito di acquisire elementi probatori – bene esplicati alla stregua delle dichiarazioni rese da testimoni qualificati – idonei ad accertare la dL necessità della marcatura del cartellino in entrata ed in uscita da parte di tutto il personale di servizio presso il Deposito di Torre Annunziata, ivi compresi gli addetti all’esercizio come il M.;

si evidenzia al riguardo che il dipendente non solo non aveva offerto alcuna spiegazione circa il proprio comportamento, ma si era limitato a fornire osservazioni di carattere meramente procedurale, inidonee a render ragione del ritardo di un’ora nell’inizio della prestazione lavorativa;

questi, con il proprio comportamento antigiuridico, avrebbe vulnerato i principi di correttezza e buona fede che presiedono alla esecuzione della prestazione, facendo marcare il cartellino ad un proprio collega, così ò mostrando una scarsa dedizione ai propri doveri, una scarsa inclinazione ad attuare diligentemente i compiti assunti ed una forte gravità dell’elemento intenzionale;

5. il motivo non è meritevole di accoglimento per le ragioni che si vanno ad esporre;

e’ bene rammentare che il giudice di seconda istanza ha dato atto che il fatto materiale era stato accertato ma non risultava corrispondente alla condotta contestata, non essendovi prova che sussistesse un sistema informatico di rilevazione delle presenze che fosse tenuto a rispettare né che egli se ne fosse avvalso (vedi pag. 5 della sentenza);

la Corte territoriale ha, dunque, fondato il decisum sull’assunto che, rispetto alla lettera di contestazione, nel corso del giudizio non era stato dimostrato che il dipendente avesse posto in essere la condotta oggetto dell’atto di incolpazione timbrando il cartellino, sicché in tale prospettiva, l’inizio della attività lavorativa con un’ora di ritardo non poteva assumere rilievo a fini disciplinari;

questa specifica statuizione non risulta essere stata oggetto di precipua impugnazione da parte ricorrente, che si è diffusa, nel proprio incedere argomentativo, a confutare gli esiti della attività istruttoria onde pervenire alla prospettazione della sussistenza di un obbligo per il dipendente, di timbratura del cartellino, alla stregua di una diversa ponderazione dei dati istruttori acquisiti;

il giudice di seconda istanza ha invece modulato il proprio iter motivazionale sul rilievo che, nello specifico, R.D. n. 148 del 1931, art. 45, intende sanzionare condotte dei dipendenti i quali, pur senza arrecare inconvenienti di servizio, utilizzino artifici o raggiri o simulazioni per procurare a sé o ad altri vantaggi, ingannando il datore di lavoro; ma, nella specie,. detta condizione non si era realizzata, non avendo il lavoratore posto in essere alcuna condotta ingannevole nei confronti del datore di lavoro oggetto dell’atto di incolpazione;

deve al riguardo considerarsi che l’interpretazione della nota di addebito, da condurre secondo i canoni, ermeneutici applicabili agli atti unilaterali, è riservata al giudice di merito (vedi Cass. 30/5/2018 n. 13667, Cass. n. 25/3/2019 n. 8293) e, conseguentemente, al medesimo giudice del merito è riservata la valutazione sul se la condotta riscontrata e comprovata nel corso del giudizio, corrisponda a quella contestata; ma nella specie una censura ammissibile sotto tale profilo è mancata;

in definitiva, alla stregua delle superiori argomentazioni, il ricorso è respinto;

la regolazione delle spese inerenti al presente giudizio, segue il regime della soccombenza, nella misura in dispositivo liquidata da distrarsi in favore degli avv.ti Donatello Catera e Massimo Romano;

trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 ricorrono le condizioni per dare atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge da distrarsi in favore degli avv.ti Donatello Catera e Massimo Romano.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ò ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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