Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32668 del 12/12/2019

Cassazione civile sez. I, 12/12/2019, (ud. 24/10/2019, dep. 12/12/2019), n.32668

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. STALLA Giacomo Maria – rel. Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina Anna Rosaria – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22959/2018 proposto da:

O.O., domiciliato in Roma, P.za San Salvatore in Campo,

33, presso l’avv. Nicolina Giuseppina Muccio; difeso dall’avv. Noemi

Nappi di Avellino per procura speciale in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, (C.F. (OMISSIS));

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di LECCE n. 1240 depositato il

25/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio di

24/10/2019 dal Consigliere Dott. GIACOMO MARIA STALLA.

Fatto

RILEVATO

che:

p. 1. O.O., n. in (OMISSIS), propone quattro motivi di ricorso per la cassazione del Decreto 25 maggio 2018, n. 1240, con il quale il Tribunale di Lecce – Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea – ha respinto il ricorso da lui proposto avverso la decisione della competente Commissione Territoriale di rigetto della sua istanza di protezione internazionale: status di rifugiato o, in subordine, protezione sussidiaria o permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Il Tribunale, in particolare, ha rilevato che:

l’istante, sentito dalla commissione, aveva dichiarato di aver sempre vissuto nel villaggio di nascita (Oredu, Edo State), di aver frequentato la scuola elementare, di aver lavorato nell’edilizia, di avere moglie e cinque figli, di essere di fede cristiana (gruppo etnico Edo); il 1 marzo 2016 egli aveva lasciato la Nigeria per timore di essere ucciso dai membri della Chiesa pentecostale; il 13 gennaio 2015 era stata infatti convocata una riunione tra i consiglieri della chiesa in questione (tra i quali il ricorrente), nel corso della quale egli si era rifiutato di bere un “liquido scuro” che gli veniva sottoposto perchè, dall’allestimento del locale e dagli oggetti presenti, risultava che si trattasse in realtà di una stanza satanica per lo svolgimento di riti occulti; a causa di questo rifiuto egli era stato minacciato di morte ed era dunque fuggito, dapprima presso un amico e poi in Libia, dove aveva lavorato come muratore per quattro mesi; aveva quindi saputo da un amico residente in (OMISSIS) dell’uccisione di un altro consigliere della suddetta Chiesa pentecostale, essendo altresì a conoscenza del fatto che egli, come appreso durante il suo soggiorno in (OMISSIS), veniva cercato ovunque;

infondata era la domanda principale di riconoscimento dello status di rifugiato (art. 10 Cost.; L. n. 722 del 1954, di ratifica della Conv. Ginevra 28.7.51; Dir.CE 2004/83; D.Lgs. n. 251 del 2007), dal momento che i fatti narrati dal richiedente (ancorchè probatoriamente valutati secondo i criteri di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007 cit., art. 3, comma 1 e 2) non riguardavano persecuzioni per motivi di razza, nazionalità, religione, opinioni politiche o appartenenza ad un gruppo sociale sicchè, quand’anche veritieri, non potevano integrare gli estremi di cui all’art. 1 Conv. cit. ed al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. e);

neppure sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)), dal momento che da varie risultanze (sito ministeriale (OMISSIS); rapporto annuale Amnesty International; World Report 2017 Human Rights Watch) emergeva che effettivamente sussistevano situazioni generalizzate di violenza non debitamente controllate dall’autorità governativa, ma ciò non nella zona di provenienza dove non si riscontravano conflittualità tali da giustificare la concessione della misura: “non si ritiene che il grado di violenza che caratterizza il conflitto armato in corso raggiunga nell’area di provenienza del richiedente un livello così elevato da comportare per i civili, per la sola presenza nell’area in questione, il concreto rischio della vita o ai sensi delle lettere a), b) e c) dell’art. 14 cit.”; inoltre, “contraddittorio e generico” risultava il racconto del richiedente, posto che “il medesimo non ha saputo offrire una ricostruzione temporale della sua collocazione nel periodo tra il presunto incontro con i consiglieri della Chiesa pentecostale e la partenza dalla Libia; ha dapprima dichiarato di essere rimasto nascosto a (OMISSIS) per timore di essere riconosciuto, poi di aver lavorato, nel medesimo periodo, con un amico muratore, ed infine di essere stato impegnato a pulire i bagni per altre persone nell’arco di tempo passato in detta località. Ancora, il timore di essere ucciso dagli altri consiglieri non risulta indotto da alcuna concreta azione minatoria, ma solo dal generico riferimento al fatto di essere cercato mentre era a (OMISSIS), circostanza che non ha saputo dire come sia divenuta nota, e dalla morte di un altro consigliere riferitagli da un amico del suo Paese, sicchè non può ritenersi comprovato, alla luce di tali evasive notazioni, alcun concreto pericolo per la sua incolumità. Peraltro, il ricorrente non ha indicato di aver prospettato l’accaduto alle autorità locali al fine di sollecitare l’intervento”; in ragione di questi elementi, il prospettato pericolo non poteva ritenersi concreto, in quanto fondato su un quadro fattuale inconsistente;

quanto alla protezione mediante permesso di soggiorno per ragioni umanitarie (D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 30 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6), non erano stati rappresentati fattori soggettivi di vulnerabilità riconducibili alla mancanza, nel Paese di origine, delle condizioni minime per il sostentamento ed un’esistenza dignitosa; neppure, il richiedente aveva fornito elementi per far ritenere di aver avviato un serio percorso di integrazione in Italia, da valutare in comparazione con i legami familiari e sociali sussistenti nel Paese di origine, “al fine di accertare se ivi il medesimo fosse esposto ad una condizione di sradicamento tale da giustificarne l’allontanamento”.

Nessuna attività difensiva è stata svolta, nella presente sede di legittimità, dal Ministero degli Interni.

p. 2.1 Con il primo motivo di ricorso si lamenta – ex art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 ed D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8. Per non avere il tribunale applicato i criteri di valutazione probatoria e di cooperazione del giudice all’accertamento dei fatti stabiliti dalle norme in questione; ciò perchè il tribunale, ove avesse sentito il richiedente, avrebbe ritenuto credibili, anche sulla base di informazioni esterne ed oggettive attestanti la reale situazione nel Paese di provenienza, i fatti da questi narrati.

p. 2.2 Il motivo è infondato.

Il giudice di merito ha compiutamente argomentato il proprio convincimento di inconsistenza, vaghezza e totale inattendibilità del racconto del richiedente, e ciò escludeva nel caso concreto l’attivazione ufficiosa del potere-dovere di cooperazione istruttoria, appunto condizionato alla non intrinseca ed irrimediabile inattendibilità del racconto offerto (Cass. n. 11267/19; 16925/18; 33096/187333/15 ed altre).

p. 3.1 Con il secondo, terzo e quarto motivo di ricorso si lamenta – ex art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione di legge (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. e); D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, lett. g); D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14; D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6) nonchè “vizio di motivazione” in relazione al rigetto, rispettivamente, delle istanze di riconoscimento dello status di rifugiato, di protezione internazionale sussidiaria, di concessione di permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Contrariamente a quanto affermato dal tribunale: – sussistevano i presupposti dello status di rifugiato perchè ci si trovava di fronte ad una persecuzione per motivi di religione (astensione da riti e culti di magia) in danno di un consigliere della Chiesa locale; – sussistevano i presupposti, in subordine, per la protezione internazionale sussidiaria, dal momento che il tribunale, astenendosi dall’effettuare un’accurata indagine sul Paese d’origine, aveva compiuto “un evidente errore di valutazione” nell’escludere il “danno grave” ex art. 14 cit., invece insito nelle conseguenze del comportamento del prevenuto; sussistevano i presupposti della concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari ex art. 5, comma 6, cit., invece negati dal tribunale senza adeguatamente valutare il fatto che il ricorrente si era allontanato da una condizione di effettiva vulnerabilità sotto il profilo specifico della violazione e dell’impedimento all’esercizio di diritti umani inalienabili, condizione alla quale sarebbe stato nuovamente costretto in caso di rimpatrio.

p. 3.2 I motivi in esame, suscettibili di trattazione unitaria, sono infondati sia sotto il profilo della violazione di legge, sia sotto quello del “vizio di motivazione” (oggi del resto rilevante non come mera “insufficienza”, ma solo come “omesso esame” di fatto decisivo).

Una volta argomentatamente appurata l’inesistenza sia del rischio-Paese sia delle ragioni di pericolo non verosimilmente rappresentate dal richiedente (valutazioni entrambe riservate al giudice di merito), viene meno la dedotta violazione di legge stante l’insussistenza, nella concretezza della fattispecie, dei presupposti legali della richiesta protezione (Cass. n. 3340/19; 32064/18; 30105/18 ed innumerevoli altre).

Va poi considerato che il timore nutrito dal richiedente deve pur sempre essere “fondato”, ossia basato su presupposti logici e razionali (Cass. n. 13088/19, fattispecie in cui la S.C. ha escluso che malefici e sortilegi magici asseritamente subiti dal ricorrente – cittadino nigeriano – configurassero nel contesto l’esposizione a pericolo rilevante per la richiesta di protezione, avendo il giudice di merito vagliato i riferiti fatti di stregoneria come semplice superstizione). Va poi considerato che, per ricomprendere la persecuzione per ragioni di magia o appartenenza a sette nel novero delle cause di pericolo di “danno grave” derivanti da “soggetti non statuali”, occorre accertare un’evenienza che, nella specie, neppure è stata dedotta dal richiedente, e cioè che le autorità statali a ciò preposte non possano o non vogliano fornire adeguata protezione nella fattispecie (Cass. n. 9043/19).

Il ricorso va dunque rigettato; nulla si provvede sulle spese, stante la mancata partecipazione al giudizio del Ministero degli Interni.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso;

v.to il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 5, comma 6, come modificato dalla L. n. 228 del 2012;

dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, a carico della parte ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 24 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 dicembre 2019

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