Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32659 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. I, 09/11/2021, (ud. 21/10/2020, dep. 09/11/2021), n.32659

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – rel. Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 3919/2017 proposto da:

(OMISSIS) società semplice, in persona del suo legale rappresentante

pro tempore, domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la

cancelleria civile della Corte di cassazione, rappresentata e difesa

dall’avvocato Roberto Trevia per procura speciale estesa a margine

del ricorso;

– ricorrente –

contro

Equitalia Servizi di Riscossione s.p.a.; Curatela del fallimento

della (OMISSIS) s.r.l.;

– intimate –

avverso la sentenza n. 2216/2016 della Corte di appello di Torino,

pubblicata il 23 dicembre 2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21 ottobre 2020 dal Consigliere VANNUCCI Marco.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza emessa il 23 settembre 2016 il Tribunale di Asti, in accoglimento della istanza avanzata dalla Equitalia Servizi di Riscossione s.p.a., dichiarò il fallimento della (OMISSIS) s.r.l., cancellata dal registro delle imprese il 24 novembre 2015 per effetto della sua trasformazione in società semplice denominata “(OMISSIS)”.

2. Con sentenza emessa il 23 dicembre 2016 la Corte di appello di Torino respinse il reclamo presentato dalla (OMISSIS) società semplice contro la sentenza di fallimento.

2.1 La motivazione di tale decisione può così sintetizzarsi: la Equitalia Servizi di Riscossione s.p.a., creditrice della (OMISSIS) s.r.l., ha presentato al Tribunale di Asti domanda di fallimento di tale società sul rilievo che la stessa era insolvente; il 6 novembre 2015 (poco prima del deposito del ricorso contenente detta istanza) la (OMISSIS) s.r.l. si era trasformata nella (OMISSIS) società semplice; tale evento era stato iscritto nel registro delle imprese il 24 novembre 2015 e lo stesso giorno la società di capitali era stata cancellata dal medesimo registro; al momento della pubblicazione della sentenza di fallimento non era dunque trascorso un anno dalla cancellazione della società di capitali dal registro delle imprese; l’eventuale cessazione di fatto dell’attività della (OMISSIS) s.r.l. prima della sua cancellazione dal registro delle imprese, “del resto solo genericamente affermata” dalla reclamante, non ha alcun rilievo ai fini del decorso del termine di cui alla L.Fall., art. 10; la cessazione dell’attività della società semplice dopo la cancellazione della società di capitali e il non assoggettamento della prima al fallimento “non hanno alcun rilievo per la valutazione dell’esistenza dei presupposti di cui alla L.Fall., artt. 1 e 15, relativamente a (OMISSIS) s.r.l.”; (OMISSIS) s.r.l. è assoggettabile a fallimento non avendo dato prova del contrario, in quanto “i bilanci comparati degli ultimi tre esercizi sociali”, prodotti dall’opponente, sono dei fogli “volanti” privi di qualsivoglia elemento che ne permetta la riferibilità effettiva a (OMISSIS) s.r.l.”; lo “stato patrimoniale” e il “conto economico” relativi agli anni 2012, 2013 e 2014, depositati in udienza, non hanno valore di prova, in quanto “non vi è elemento alcuno che permetta di considerare attendibili, anche con riferimento alle apparenti assemblee ordinarie di approvazione e alle date apposte e indicate, i documenti prodotti, che pertanto non possono essere utilizzati per alcun tipo di valutazione in questa sede”; non è stata dunque data dalla reclamante prova della sussistenza dei presupposti richiesti dalla L.Fall., art. 1, comma 2, per escludere l’assoggettabilità al fallimento della società di capitali; anche a volere considerare l’indebitamento della società pari a Euro. 313.000, riconosciuto dalla reclamante, non vi è per la società debitrice alcuna indicazione concreta in ordine alla effettiva possibilità di questa di farvi fronte “con la realizzazione di poste patrimoniali attive – trattandosi di società di capitali cessata”; non vi è poi rateazione del debito verso l’Erario, dal momento che il documento all’uopo prodotto “prevede il rilascio di garanzie per l’accoglimento e fa espresso riferimento ad una rateizzazione solo di parte dei debiti scaduti”; il documento, apparentemente proveniente da Equitalia s.p.a. è del settembre 2016 e la reclamante non ha allegato “il rilascio delle garanzie richieste”, né provato “pagamenti effettivi già disposti in adempimento degli accordi”.

3. Per la cassazione di tale sentenza la società semplice Bingo propose ricorso, contenente tre motivi di impugnazione.

4. Le intimate curatela del fallimento della (OMISSIS) s.r.l. ed Equitalia Servizi di Riscossione s.p.a. non hanno svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con i primi due motivi la ricorrente deduce che la sentenza impugnata è caratterizzata da erronea applicazione della L.Fall., artt. 1,5,10 e 15″ nonché da “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, in quanto: lo svolgimento da parte di (OMISSIS) s.r.l. dell’attività d’impresa doveva ritenersi cessato il 4 luglio 2015, giorno della, documentata, scadenza della convenzione fra il Ministero dell’Economia e la società della concessione a costei della gestione del giuoco del bingo; la società non aveva dunque più natura commerciale a partire da tale data e non avrebbe dunque più essere assoggettata al fallimento; la trasformazione della s.r.l. in società semplice costituisce vicenda solo evolutiva e modificativa dello stesso soggetto; ma la società semplice, che non è imprenditore commerciale, non avrebbe potuto essere dichiarata fallita; inoltre, vi era stata da parte dell’Agenzia delle Entrate una novazione oggettiva del debito originario per effetto dell’accoglimento parziale dell’istanza di rateizzazione del 22 agosto 2016.

2. Le censure di violazione di legge, per come dedotte, sono manifestamente infondate.

Mentre la società a responsabilità limitata, in quanto regolata dagli artt. 2462 e 2483 c.c., ha necessariamente per oggetto una attività commerciale (art. 2249 c.c., comma 1), la società che ha invece per oggetto l’esercizio di attività diversa è regolata, di norma, dalle disposizioni del codice civile sulla società semplice (art. 2249 c.c., comma 2).

Il codice civile espressamente ammette la trasformazione di società di capitali in società di persone (art. 2500-sexies c.c.), determinante la conservazione da parte di quest’ultima di tutti i diritti e gli obblighi della prima, che la trasformazione ha effettuato, con la conseguente prosecuzione in tutti i rapporti, anche processuali (art. 2498 c.c.).

Per effetto dell’iscrizione nel registro delle imprese della deliberazione di trasformazione, la società di capitali che si trasforma in società semplice cessa lo svolgimento di attività commerciale e, per tale ragione, è cancellata dal registro delle imprese, non essendo più obbligatoria (art. 2195 c.c.) la sua iscrizione.

Alla cancellazione della società dal registro delle imprese (sezione ordinaria) si accompagna la sua iscrizione (avente funzione di certificazione anagrafica e di pubblicità notizia) nella sezione speciale del registro delle imprese dedicata agli imprenditori agricoli (art. 2135 c.c.), ai piccoli imprenditori (art. 2083 c.c.) e, per l’appunto, alle società semplici (L. n. 580 del 1993, art. 8, commi 3 e 5, istitutivo dell’ufficio del registro delle imprese presso ciascuna camera di commercio; il D.P.R. n. 588 del 1999, art. 2, comma 1; D.Lgs. n. 228 del 2001, art. 2).

L. Fall. art. 1, comma 1, assoggetta alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo solo gli imprenditori (individuali e collettivi) che esercitano un’attività commerciale; sì che, per quanto qui interessa, la società semplice non e’, di regola, assoggettabile a tale disciplina.

L. Fall., art. 10, comma 1, dispone che gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla loro cancellazione dal registro delle imprese, se l’insolvenza di è manifestata anteriormente a tale evento o entro l’anno successivo.

La cancellazione dell’imprenditore dal registro delle imprese menzionata nel citato art. 10 è solo quella indicante la cessazione dello svolgimento di attività commerciale e, quanto alle società, quella che determina l’estinzione di tale soggetto di diritto (art. 2495 c.c., dettato per le società di capitali e cooperative, ma applicabile anche alle società di persone per le quali è rimasto in vigore l’invariato disposto dell’art. 2312 c.c., integrato, per le società in accomandita semplice, dal successivo art. 2324; in questo senso, cfr., per tutte: Cass. S.U. nn. 4060, 4061 e 4062 del 2010) ovvero quella evidenziante la cessazione dello svolgimento di attività commerciale da parte della società stessa determinata dalla sua trasformazione in società semplice ovvero dalla sua trasformazione, eterogenea, in comunioni di azienda, associazioni non riconosciute e fondazioni in applicazione dell’art. 2500-septies c.c., (nel senso che la norma della legge fallimentare trova applicazione solo quando la cancellazione dal registro delle imprese costituisce riflesso della cessazione dell’attività commerciale da parte dell’imprenditore che ne è il titolare, cfr. Cass. S.U. n. 5945 del 2013 che ha precisato che la disposizione in, discorso non trova applicazione nel caso di cancellazione della società dal registro delle imprese conseguente al trasferimento all’estero della relativa sede sociale; nel senso dell’applicazione della medesima norma alla trasformazione di società di capitali in comunione di azienda, cfr. Cass. n. 16511 del 2019).

La conseguenza è che la società di capitali trasformatasi in società semplice, non svolgente attività commerciale e, come tale sottratta al fallimento, può essere dichiarata fallita entro un anno dalla sua cancellazione dalla sezione ordinaria del registro delle imprese e la iscrizione della società di persone nella sezione speciale del registro delle imprese anche a lei riservata, essendo la cancellazione evento evidenziante verso i terzi la cessazione dell’attività commerciale (in questo senso, cfr. Cass. n. 10302 del 2020).

Ovviamente, ricorrendo tale ipotesi, dovrà essere dichiarato il fallimento della società semplice in considerazione del precetto recato dal citato art. 2498 c.c..

E’ stato anche precisato che il termine di un anno, entro il quale l’imprenditore, individuale o collettivo (società) che abbia cessato la sua attività commerciale può essere dichiarato fallito ai sensi della L.Fall., art. 10, decorre dalla cancellazione dal registro delle imprese perché solo da tale momento la cessazione dell’attività d’impresa commerciale viene formalmente portata a conoscenza dei terzi, senza possibilità per l’imprenditore medesimo di dimostrare il momento anteriore dell’effettiva cessazione dell’attività (in questo senso, cfr.: per le società, Cass. n. 24549 del 2016; per l’imprenditore commerciale individuale, Cass. n. 8092 del 2016) e a nulla, ovviamente, rilevando nei confronti dei terzi il diverso momento in cui la relativa domanda di cancellazione sia stata presentata presso il registro delle imprese (cfr.: Cass. n. 10105 del 2014; Cass. n. 24549 del 2016, cit.); dal momento che la stessa L.Fall., art. 10, comma 2, fa salva solo per il creditore o per il pubblico ministero la facoltà di dimostrare il momento, successivo alla cancellazione, della effettiva cessazione dell’attività commerciale da cui decorre il termine annuale in discorso (in questo senso, cfr., in motivazione, Cass. n. 12214 del 2012; Cass. n. 8092 del 2016, cit.).

La sentenza impugnata è dunque conforme a diritto, avendo riscontrato che la sentenza dichiarativa di fallimento della società venne pronunciata il 22 settembre 2016; prima dunque che fosse decorso il termine annuale in discorso, in concreto iniziato a decorrere dal 24 novembre 2015, giorno della cancellazione della società a responsabilità limitata dal registro delle imprese in conseguenza dell’iscrizione nello stesso registro della deliberazione della sua trasformazione in società semplice.

La censura relativa alla rateizzazione del debito tributario (secondo motivo) è invece ò inammissibile, sostanziandosi essa in una valutazione del merito del contenuto di documenti meramente antagonista a quella espressa dalla sentenza impugnata che tali documenti non omise di prendere in considerazione.

3. Con il terzo motivo ricorrente censura la sentenza impugnata per l’erronea applicazione della L.Fall., art. 1, comma 2 e L.Fall., art. 15, comma 4, non avendo il giudice di appello doverosamente esercitato i poteri istruttori officiosi che tali disposizioni di legge gli attribuiscono ai fini dell’accertamento della sussistenza delle soglie di non fallibilità di cui alla L.Fall., art. 1, comma 2, e non essendo condivisibile, in diritto, l’assunto secondo cui l’istruttoria del procedimento per la dichiarazione di fallimento è regolata dal principio dispositivo, “secondo cui spetterebbe al debitore l’onere della prova” di dimostrare la carenza dei presupposti per la (propria) dichiarazione di fallimento”.

4. La censura è manifestamente infondata, scontrandosi essa col precetto recato dalla L.Fall., art. 1, comma 2, per come costantemente interpretato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui al citato art. 1, comma 2, i bilanci degli ultimi tre esercizi che l’imprenditore è tenuto a depositare adempiendo all’ordine giudiziale di cui al successivo art. 15, comma 4, sono quelli già approvati e depositati nel registro delle imprese, ex art. 2435 c.c.; con la conseguenza che ove difettino tali requisiti o essi non siano ritualmente osservati (come la sentenza impugnata ha puntualmente accertato nel caso di specie), il giudice può motivatamente non tenere conto dei bilanci prodotti (documenti imprescindibili allo scopo, ancorché di per sé non costituenti prova legale dei fatti indicati nelle lett. a), b) e c), del comma 2 dell’art. 10), rimanendo l’imprenditore onerato della prova circa la sussistenza dei requisiti della non fallibilità (in questo senso, cfr., fra le molte: Cass. n. 33091 del 2018; Cass., n. 13746 del 2017; Cass. n. 24548 del 2016; Cass. n. 14790 del 2014).

Nel caso di specie, invero, la sentenza impugnata ha, con motivazione specifica, indicato le ragioni da cui ha desunto l’inattendibilità dei documenti depositati dalla ricorrente in funzione dell’accertamento in discorso e tanto bastava, in assenza di ulteriore iniziativa di parte (a tanto dalla legge onerata), a escludere – la sussistenza dei requisiti di non fallibilità in discussione.

5. Il ricorso è in conclusione da rigettare. Le parti vittoriose non hanno svolto difese: non vi è dunque il necessario presupposto per una pronuncia sulla ripartizione delle spese del presente giudizio.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Prima Sezione Civile della Corte, il 21 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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