Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32656 del 17/12/2018

Cassazione civile sez. VI, 17/12/2018, (ud. 11/10/2018, dep. 17/12/2018), n.32656

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ESPOSITO Lucia – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1190-2017 proposto da:

T.G.L., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

CAVOUR presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dall’avvocato RODOLFO PAMPALONI;

– ricorrente –

contro

B.R., in proprio e quale titolare dell’AZIENDA AGRICOLA

“IL MAISETO” elettivamente domiciliato in ROMA, Via G. P. DA

PALESTRINA 19, presso lo studio dell’avvocato MARIA CRISTINA MANNI,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato LAURA

BELARDINELLI;

– controricorrente –

avverso il provvedimento n. 415/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 12/08/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’11/10/2018 dal Consigliere Relatore Dott. LUCIA

ESPOSITO.

Fatto

RILEVATO

1. T.G.L. adiva il giudice del lavoro di Ivrea assumendo di aver lavorato alle dipendenze di B.R. dal 1995 al 2012, presso l’impresa agricola di costui, con mansioni di responsabile di allevamento e mansioni amministrative su delega del titolare, e chiedeva accertarsi la sussistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato, con condanna al pagamento degli emolumenti maturati, e all’annullamento, perchè estorto per violenza, del contratto di transazione stipulato tra le parti il 12/4/2012, con il quale ella aveva trasferito al B. la proprietà di alcuni terreni per il valore complessivo di Euro 180.000,00 a titolo di indennizzo forfettario per i danni cagionati all’azienda agricola con numerosi atti di malversazione nella gestione del patrimonio aziendale;

2. il Tribunale escludeva che tra le parti fosse intercorso un rapporto di lavoro subordinato, ravvisando la sussistenza di un’impresa familiare instauratasi nel corso di una convivenza more uxorio, e rigettava la domanda di annullamento della transazione, ritenuta non riconducibile alla previsione di cui all’art. 2113 c.c., in mancanza di dimostrazione del dedotto vizio di violenza;

3.la Corte d’appello confermava la decisione del giudice di primo grado;

4. avverso la sentenza propone ricorso per cassazione la T. sulla base di unico articolato motivo;

5. B.R. resiste con controricorso;

6. entrambe le parti hanno prodotto memorie;

7. la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata.

Diritto

CONSIDERATO

1. la ricorrente articola l’unico motivo, sotto vari profili, sulla base dell’art. 360 c.p.c., n. 5, osservando che la Corte d’appello aveva omesso del tutto la disamina del documento n. 2 sub 10.11 e 12, cioè dei documenti da cui risultavano gli oggettivi movimenti contabili in dare/avere tra le parti, nonchè dei documenti n. 2 sub 4, 7 e 8; deduce che senza l’esame della suddetta voluminosa documentazione non era possibile verificare il presupposto dell’impugnazione della transazione, cioè la sussistenza degli ammanchi, da essa risultando che la ricorrente non aveva mai sottratto alcunchè al compagno ma, anzi, in proprio e tramite il padre aveva finanziato per anni la sua attività agricola;

2. rileva, inoltre, che mancando il suddetto esame, la motivazione era manifestamente illogica, nonchè fonte di perplessità e incomprensibile, poichè l’omesso esame dei documenti rendeva la motivazione meramente apparente, inficiando un ragionamento fatto esclusivamente sulle ammissioni confessorie e inducendo in sostanza a un travisamento dei fatti, poichè ha sottratto all’esame il thema decidendum fondamentale, e cioè se la ricorrente avesse sottratto o meno denaro al B. o viceversa;

3.il motivo è, sotto i vari profili evidenziati, inammissibile e infondato;

4.in primo luogo non può rilevarsi un vizio di omesso esame in relazione alla documentazione indicata, difettando la decisività della medesima; e, infatti, per un verso, in sentenza si legge, quanto alle allegazioni di parte ricorrente (la stessa ha dichiarato di aver firmato la transazione “perchè sono stata plagiata e percossa dal B. nel corso dell’intero rapporto”), che esse descrivono “una situazione riconducibile ad un metus ab intrinseco che non può essere causa di annullamento”, con la precisazione che, a fronte dell’esistenza di scritture autografe datate 2010 e 2011 nelle quali la ricorrente ammetteva atti di mala gestio e si impegnava a restituire consistenti importi al B., non vi era alcuna allegazione volta a dimostrare che ciascuna di esse sarebbe stata resa quale conseguenza di un’illecita e determinata coazione da parte di quest’ultimo; è stato rilevato, inoltre, con ciò escludendosi anche sotto altro aspetto la decisività dell’invocato esame documentale, che l’asserita inesistenza degli ammanchi, in assenza di allegazione circa la finalizzazione del comportamento del B. a estorcere il consenso alla cessione dei beni trasferiti con l’atto notarile, risultava del tutto ininfluente ai fini della decisione;

5. va rilevato, poi, che la Corte territoriale risulta essersi conformata al consolidato orientamento di questa Corte secondo cui “in materia di annullamento del contratto per vizi della volontà, si verifica l’ipotesi della violenza, invalidante il negozio giuridico, qualora uno dei contraenti subisca una minaccia specificamente finalizzata ad estorcere il consenso alla conclusione del contratto, proveniente dalla controparte o da un terzo e di natura tale da incidere, con efficienza causale, sul determinismo del soggetto passivo, che in assenza della minaccia non avrebbe concluso il negozio. Ne consegue che il contratto non può essere annullato ex art. 1434 c.c. ove la determinazione della parte sia stata determinata da timori meramente interni ovvero da personali valutazioni di convenienza, senza cioè che l’oggettività del pregiudizio risalti quale idonea a condizionare un libero processo determinativo delle proprie scelte” (Cass. 20305 del 09/10/2015, analogamente anche Cass. n. 19974 del 10/08/2017; Cass. n. 15161 del 20/07/2015);

6. va rilevato, inoltre, che, come enunciato dalle richiamate sentenze, l’apprezzamento del giudice di merito sulla esistenza della minaccia e sulla sua efficacia a coartare la volontà di una persona si risolve in un giudizio di fatto, incensurabile in cassazione se motivato in modo sufficiente e non contraddittorio;

7. che, per quanto specificamente attiene ai presunti vizi di illogicità, incomprensibilità e perplessità della motivazione, gli stessi non sono ravvisabili, risultando il percorso motivazionale idoneo a esplicitare in maniera comprensibile le ragioni logiche e giuridiche poste a base della decisione (si veda al riguardo, da ultimo, Cass. n. 23940 del 12/10/2017: “In seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, non sono più ammissibili nel ricorso per cassazione le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, in quanto il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia”);

8. per quanto esposto in precedenza il ricorso deve rigettato, con liquidazione delle spese secondo soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 4.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 11 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria il 17 dicembre 2018

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