Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32655 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. III, 09/11/2021, (ud. 04/05/2021, dep. 09/11/2021), n.32655

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – rel. Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 19161/2018 proposto da:

C.D., C.J., C.P., M.A.M. nella

qualità di eredi di C.A., elettivamente domiciliati in Roma

al viale Bruno Buozzi n. 82, presso lo studio dell’avvocato Iannotta

Gregorio, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

Iannotta Federica;

– ricorrenti –

contro

Italfondiario S.p.a., in persona del legale rappresentante in carica,

quale procuratore di Castello Finance S.r.l., elettivamente

domiciliato in Roma, alla via Augusto Riboty n. 28 presso lo studio

dell’avvocato Pavoni Domenico, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato Greco Pietro;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 2262/2017 della Corte di appello di Catanzaro

depositata il 21/12/2017;

udita la relazione della causa svolta, nella camera di consiglio del

04/05/2021, dal Consigliere relatore Dott. Cristiano Valle.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1) C.A., a mezzo della sua procuratrice C.P., e la Jupade Co S.a.s. proposero distinte opposizioni esecutive, poi riunite, avverso l’atto di precetto con il quale l’Italfondiario S.p.a., nella qualità di procuratrice di Castello Finance S.r.l., aveva intimato al primo il pagamento della somma di oltre un milione e trecentocinquantamila Euro (Euro 1.357.630,56) oltre interessi convenzionali dal 01/10/2007 al soddisfo e spese successive e preannunciato alla società, quale terza proprietaria di bene ipotecato, l’eventuale esecuzione, in forza dell’obbligazione nascente dal contratto di mutuo per notaio P., registrato il 15/07/1993, stipulato da C.A. con la Cassa di risparmio di Calabria e Lucania e assistito da garanzia reale.

L’opposizione a precetto era basata sulla stipula di transazione, in data 27/05/1999, con l’originaria creditrice Cassa di risparmio salernitana S.p.a., contenetene la previsione del pagamento della somma di dodici miliardi di vecchie lire a saldo e stralcio dell’intera esposizione debitoria di C.A. e della AC Costruzioni S.r.l., e sul fatto che la clausola risolutiva espressa di cui all’art. 20 dell’allegato a) era una mera clausola di stile, nonché sull’asserita prescrizione del diritto, ai sensi dell’art. 2948 c.c. e l’erroneità della somma richiesta a titolo di capitale residuo e interessi, anche in considerazione del mancato computo dei pagamenti effettuati.

In corso di causa la parte opposta rinunciò al precetto.

2) La causa venne decisa dal Tribunale di Cosenza che dichiarò cessata la materia del contendere limitatamente all’accertamento dell’illegittimità del precetto e ai profili accessori e rigettò la domanda di accertamento dell’inesistenza e dell’inefficacia del titolo esecutivo, con compensazione delle spese processuali.

3) La sentenza venne gravata d’appello dalla Jupade Co S.a.s. e da C.P., quale procuratrice generale di C.A..

Italfondiario S.p.a., nella sopradescritta qualità, resistette all’impugnazione, che venne rigettata dalla Corte di Appello di Catanzaro, con sentenza n. 2262 del 21/12/2017.

4) J., P. e C.D., e M.A.M., quali comproprietarie della comunione di azienda conseguente alla trasformazione della Jupade Co. s.a.s. di M.A.M. & C. e quali eredi con beneficio d’inventario di C.A., impugnano, con atto affidato a tre motivi, e a plurime censure, di ricorso, la sentenza n. 2262 del 21/12/2017 della Corte di Appello di Catanzaro.

Resiste con controricorso Italfondiario S.p.a., quale procuratrice di Castello Finance S.r.l.

5) Il P.G. non ha presentato conclusioni.

6) J., P. e C.D. e M.A.M. hanno depositato memoria cartacea, nella quale hanno ribadito la fondatezza dell’opposizione esecutiva discussa nelle fasi di merito.

6.1) L’Italfondiario S.p.a. ha depositato memoria in via telematica, insistendo nelle proprie prospettazioni e richiamando precedenti provvedimenti conformi di questa Corte, resi tra le stesse parti.

7) All’adunanza camerale del 4 maggio 2021, svoltasi con le modalità di cui al D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 9, convertito, con modificazioni, dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, il Collegio ha trattenuto il ricorso in decisione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

8) Il primo, complesso, motivo di ricorso censura la sentenza d’appello ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione agli artt. 100 e 81 c.p.c. nel processo di esecuzione, laddove non è compatibile una dissociazione tra titolarità e interesse ad agire e dove il creditore procedente ha l’onere di dimostrare la titolarità del diritto azionato; per violazione e falsa applicazione delle norme che disciplinano il potere dispositivo e probatorio nel processo di esecuzione, in relazione all’art. 2697 c.c.; per violazione e falsa applicazione dell’art. 24 Cost. e dell’art. 81 c.p.c. e art. 2697 c.c. e in generale dei principi e norme che disciplinano la titolarità del diritto sostanziale vantato in giudizio e la rilevabilità d’ufficio della sua mancanza; per violazione e falsa applicazione delle norme che disciplinano il processo di esecuzione e il potere del giudice in ordine alla verifica dell’esistenza e dell’idoneità del titolo posto a base dell’esecuzione, in relazione all’art. 175 c.p.c. e infine per violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi suddetti in relazione all’art. 112 c.p.c.

8.1) Il motivo, prima ancora che infondato, è inammissibile per le ragioni di seguito esposte.

8.2) Giova preliminarmente evidenziare che la questione della titolarità del diritto è stata sollevata da parte opponente soltanto con la comparsa conclusionale d’appello.

8.3) La sentenza d’appello, alla pag. 5 ha focalizzato la sua attenzione sull’affermazione dell’appellante, qui ricorrente, secondo cui il Tribunale erroneamente avrebbe esaminato l’eccezione di risoluzione dell’accordo transattivo sollevato dalla parte creditrice rispetto al tema della natura asseritamente novativa della transazione. A ciò consegue che la questione della titolarità del diritto di credito non ha formato oggetto della decisione d’appello e, d’altronde, vale anche in questa sede quanto già affermato da altra pronuncia resa tra le C.- M. e Italfondiario S.p.a. (Cass. n. 16904 del 27/06/2018 Rv. 649436 – 01, a pag. 9) secondo cui: “Se del caso così reputando integrata la relativa motivazione in dipendenza del sopravvenuto arresto di Cass. Sez. U. n. 2951/16, è allora legittima la reiezione della doglianza sulla carenza di titolarità in capo alla procedente, in applicazione del seguente principio di diritto: “in materia di verifica della titolarità del diritto di credito azionato in via esecutiva, la proposizione di un’opposizione ad esecuzione da parte del debitore e la condotta processuale di mancata contestazione di quella titolarità da questi tenuta fino al momento di maturazione delle preclusioni assertive o di merito esclude la necessità per il creditore di provare la relativa circostanza”. E ne discende il rigetto della complessiva doglianza.”.

8.4) Il primo motivo deve, pertanto, essere ritenuto infondato, ove non del tutto inammissibile.

9) Il secondo gruppo di doglianze è ricondotto dalle ricorrenti ad un unitario secondo motivo (da pag. 13 del ricorso), su tre profili separatamente indicati ed in estrema sintesi relativi al carattere novativo del negozio transattivo intercorso tra i rispettivi danti causa, con cui si deducono, in ogni caso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3: “violazione e falsa applicazione dell’art. 1230 c.c. e dei principi e norme che disciplinano la novazione anche in relazione al negozio transattivo”; “violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1363 c.c. e più in generale dei principi e norme che disciplinano l’interpretazione del contratto anche in relazione al negozio transattivo e agli artt. 1230,1232 c.c.”; “violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1363 c.c. e più in generale dei principi e norme che disciplinano l’interpretazione del contratto”; “violazione e falsa applicazione dell’art. 1976 c.c. e dei principi ed elle norme che disciplinano la risoluzione della transazione novativa in cui le parti abbiano previsto il diritto alla risoluzione del contratto e violazione e falsa applicazione del principio della ragione più liquida anche in relazione all’art. 1976 c.c.”.

9.1) In questa sede deve ribadirsi quanto già affermato dalla richiamata giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 16904 del 2018 cit., ripresa pressoché testualmente nella parte di motivazione relativa al secondo e al terzo gruppo di censure).

9.2) Al riguardo, giova premettere che (Cass. n. 04314 del 22/02/2018) è possibile distinguere, con riferimento all’efficacia dell’atto sul rapporto preesistente, tra una transazione semplice ed una transazione novativa: con la specificazione che si ha transazione semplice nelle ipotesi in cui le parti si limitano a modificare alcuni aspetti del rapporto preesistente, il quale, per quanto non ha formato oggetto di considerazione, permane immutato (Cass. n. 03769 13/06/1980); si ha, invece, transazione novativa nell’ipotesi in cui le parti conseguono invece l’estinzione integrale del precedente rapporto, il quale viene sostituito con quanto scaturisce dall’accordo transattivo (Cass. n. 04008 del 23/02/2006 Rv. 587636 – 01).

Più in particolare (Cass. n. 23064 del 11/11/2016), l’efficacia novativa della transazione presuppone una situazione di oggettiva incompatibilità tra il rapporto preesistente e quello originato dall’accordo transattivo, in virtù della quale le obbligazioni reciprocamente assunte dalle parti devono ritenersi oggettivamente diverse da quelle preesistenti, con la conseguenza che, al di fuori dell’ipotesi in cui sussista un’espressa manifestazione di volontà delle parti in tal senso, il giudice di merito deve accertare se le parti, nel comporre l’originario rapporto litigioso, abbiano inteso o meno addivenire alla conclusione di un nuovo rapporto, costitutivo di autonome obbligazioni, ovvero (Cass. n. 15444 del 14/07/2011) se esse si siano limitate ad apportare modifiche alle obbligazioni preesistenti senza elidere il collegamento con il precedente contratto, il quale si pone come causa dell’accordo transattivo che, di regola, non è volto a trasformare il rapporto controverso.

9.3) A tale premessa va soggiunta l’altra, sulla consolidata giurisprudenza di legittimità in base alla quale, in materia di ermeneutica contrattuale (tra molte: Cass. n. 07794 del 29/03/2018): – l’interpretazione delle clausole contrattuali rientra tra i compiti esclusivi del giudice di merito ed è insindacabile in cassazione se rispettosa dei canoni legali di ermeneutica ed assistita da congrua motivazione, potendo il sindacato di legittimità avere ad oggetto non già la ricostruzione della volontà delle parti, bensì solo l’individuazione dei criteri ermeneutici del processo logico del quale il giudice di merito si sia avvalso per assolvere la funzione a lui riservata, al fine di verificare se sia incorso in vizi del ragionamento o in errore di diritto (tra le molte, v. Cass. n. 07597 del 31/03/2006; Cass. n. 07557 del 01/04/2011; Cass. n. 02109 del 14/02/2012; Cass. n. 15763 del 29/07/2016); – pertanto, al fine di far valere una violazione sotto i due richiamati profili, il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali di interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assunti come violati o se lo stesso li abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti, non essendo consentito il riesame del merito in sede di legittimità (Cass. n. 17168 del 09/10/2012; Cass. n. 05595 del 11/03/2014; Cass. n. 03980 del 27/02/2015; Cass. n. 14715 del 19/07/2016); – di conseguenza, per sottrarsi al sindacato di legittimità, non è necessario che quella data dal giudice sia l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, sicché, quando di una clausola siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte, che aveva proposto l’interpretazione disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra (Cass. n. 04178 del 22/02/2007; Cass. n. 19044 del 03/09/2010). Su queste premesse, l’accertamento relativo alla natura ed alla portata dell’accordo transattivo integra un apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità se la relativa motivazione sia immune da vizi logici e giuridici (per tutte: Cass. n. 11632 del 13/05/2010): e deve qualificarsi come effettivamente incensurabile allora la ricostruzione della corte territoriale di esclusione del carattere novativo della transazione, sulla base di elementi univoci e, francamente, nella presente fattispecie tutt’altro che implausibili, a sostegno della persistenza di una fonte originaria accanto ad altra integrativa, quali appunto la stretta correlazione con le obbligazioni originarie desunta dai quattro elementi riportati dalla gravata sentenza (pag. 6 e 7, con richiamo a quelli esaminati dal tribunale), specificamente esaminati e ribaditi anche alla luce delle contestazioni dell’appellante C., ritenuti i primi di gran lunga prevalenti su quelli in contrario addotti da questi.

9.4.) il secondo gruppo di censure deve, pertanto, essere disatteso.

10) Può ora esaminarsi il gruppo di doglianze ricondotte dalle ricorrenti ad un unitario terzo motivo (da pag. 29 del ricorso), su quattro profili separatamente indicati ed in estrema sintesi vertenti sull’invalidità per genericità della clausola risolutiva espressa e sulla non invocabilità di quella da parte della cessionaria, con cui si deducono, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3: “violazione e falsa applicazione dell’art. 1456 c.c. e più in generale dei principi secondo cui resta estranea alla citata norma la clausola redatta con generico riferimento a tutte le obbligazioni contenute nel contratto”; “violazione e falsa applicazione dell’art. 1456 c.c. in relazione ai principi e norme che disciplinano l’interpretazione del contratto”; “violazione e falsa applicazione dell’art. 1456 c.c. in relazione al comportamento successivo della parte contraente non inadempiente e, quindi, in relazione ad un comportamento con il quale la parte non inadempiente ha manifestato la sua volontà di rinunciare agli effetti della risoluzione”; “violazione e falsa applicazione dell’art. 1456 c.c., anche in relazione all’art. 2697 c.c. ed agli artt. 115 e 116 c.p.c.”.

10.1) In via preliminare, sono inammissibili le denunzie riferite a tali ultime norme (Sez. U. n. 16598 del 05/08/2016): la violazione dell’art. 2697 c.c. si configura se il giudice di merito applica la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l’onus probandi a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costituivi ed eccezioni, mentre per dedurre la violazione del paradigma dell’art. 115 c.p.c. è necessario denunciare che il giudice non abbia posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma, il che significa che per realizzare la violazione deve avere giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma, cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c.), mentre detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dal paradigma dell’art. 116 c.p.c., che non a caso è rubricato “valutazione delle prove”. Infine, quanto a questa, la prospettazione di una violazione dell’art. 116 c.p.c. non può mai abilitare la parte a dolersi della concreta valutazione degli elementi probatori: ciò che invece è sempre precluso in sede di legittimità, a maggior ragione dopo la novella dell’art. 360 c.p.c., n. 5 che ha ridotto al minimo costituzionale il controllo in sede di legittimità sulla motivazione (Sez. U. nn. 8053, 8054 e 19881 del 2014), rimanendo comunque gli apprezzamenti di fatto – se scevri, come lo sono nella specie, da quei soli ed evidenti vizi logici o giuridici ammessi dalle or ora richiamate pronunzie delle Sezioni Unite – istituzionalmente riservati al giudice del merito (tanto corrispondendo a consolidato insegnamento, su cui, per tutte, v. Sez. U., n. 20412 del 2015).

Ciò posto e riscontrata la non corrispondenza del gruppo di motivi al paradigma appena ricostruito, va rilevato come, in linea di principio, la giurisprudenza di questa Corte sia ferma (da ultimo, v. Cass. n. 04796 del 11/03/2016) nel ritenere che la clausola risolutiva espressa presuppone che le parti abbiano previsto la risoluzione di diritto del contratto per effetto dell’inadempimento di una o più obbligazioni specificamente determinate, sicché va qualificata nulla per indeterminatezza dell’oggetto la clausola che attribuisca ad uno dei contraenti la facoltà di dichiarare risolto il contratto per “gravi e reiterate violazioni” dell’altro contraente “a tutti gli obblighi” da esso discendenti, in quanto detta locuzione nulla aggiunge in termini di determinazione delle obbligazioni il cui inadempimento può dar luogo alla risoluzione del contratto e rimette in via esclusiva ad una delle parti la valutazione dell’importanza dell’inadempimento dell’altra.

E tuttavia la corte territoriale, anche in questo caso interpretando l’accordo tra le parti, ha concluso nel senso della chiara identificabilità delle obbligazioni oggetto di quella clausola e, a stretto rigore, le ricorrenti non si sono dolute – se non altro in modo inidoneo nel ricorso e non valendo alcuna puntualizzazione successiva dell’erroneità di tale interpretazione secondo i canoni richiamati sopra, non adducendo quale specifica violazione delle regole in tema di ermeneutica contrattuale sia stata violata, mentre comunque la conclusione della corte non può – con ogni evidenza – considerarsi implausibile: di conseguenza, la sua interpretazione della clausola qualificata come idoneamente risolutiva espressa, risulta incensurabile in questa sede.

10.2) Quanto invece alla carenza di utile invocabilità della clausola risolutiva da parte della cessionaria, va osservato che l’eccezione si basa esclusivamente sulla nota del 9/10/00 di tale “Intesa” (non meglio specificata negli atti utilmente esaminabili delle ricorrenti), addotta come succeditrice della cedente Cassa di risparmio salernitana S.p.a., ove si darebbe conto di eventi idonei a dar conto della volontà di quella di non avvalersi della clausola risolutiva in esame: ma al riguardo si rileva che non è indicato in ricorso quando e con quali espressioni tale tesi sarebbe stata evidentemente invano – sottoposta ai giudici del merito. Eppure, il ricorrente che proponga in sede di legittimità una determinata questione giuridica, la quale implichi accertamenti di fatto, ha l’onere, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (per l’ipotesi di questione non esaminata dal giudice del merito: Cass. n. 06542 del 02/04/2004; Cass. n. 09765 del 10/05/2005; Cass. n. 14599 del 12/07/2005; Cass. n. 00230 del 11/01/2006; Cass. n. 22540 del 20/10/2006; Cass. n. 12992 del 27/05/2010; Cass. n. 11471 del 25/05/2011; Cass. n. 07295 del 11/05/2012; Cass. n. 08992 del 05/06/2012; Cass. n. 01435 del 22/01/2013; Sez. U. n. 09138 del 06/05/2016). Poiché tali indicazioni difettano in ricorso – e la lacuna è inemendabile con atti successivi – la relativa doglianza è anch’essa inammissibile e, con essa, l’intero terzo gruppo di censure.

10.3) Il terzo, complesso, gruppo di censure va, al pari dei precedenti, ritenuto infondato, ove non inammissibile.

11) A quanto sopra esposto deve, peraltro, aggiungersi, per fini di completezza motivazionale, che quanto in questa sede affermato in ordine all’efficacia non novativa della transazione è stato già oggetto di accertamento nelle seguenti pronunce di questa Corte: nn. 16904 del 27/06/2018, 16905 del 27/06/2018, 09620 del 26/05/2020 e 18806 del 02/07/2021, rese tra le stesse parti, in senso formale o sostanziale le si voglia considerare.

12) In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

13) Le spese di lite seguono la soccombenza e, tenuto conto del valore della controversia e dell’attività processuale, sono liquidate come da dispositivo.

14) Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali, nei confronti delle ricorrenti, per il versamento dell’ulteriore importo per contributo unificato, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

PQM

Rigetta il ricorso;

condanna le ricorrenti al pagamento delle spese di lite, che liquida in Euro 12.200,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario al 15%, oltre CA e IVA per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di Cassazione sezione terza civile, il 4 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA