Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32654 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. III, 09/11/2021, (ud. 29/04/2021, dep. 09/11/2021), n.32654

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 21861/2019 R.G. proposto da:

Impreme S.p.a., già FinEuropa S.p.a., rappresentata e difesa

dall’Avv. Alessandro Picozzi, con domicilio eletto presso il suo

studio in Roma, Via dei Condotti, n. 9;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S., Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, rappresentato

e difeso dall’Avv. Giuseppe Fiorentino, e dall’Avv. Maria Morrone,

con domicilio eletto presso gli uffici del Coordinamento Legale

Generale in Roma, via Cesare Beccaria, n. 29;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

nonché contro

Unicredit S.p.a., rappresentata e difesa dall’Avv. Fabio Accardo, con

domicilio eletto presso il suo studio in Roma, Circonvallazione

Clodia, n. 86;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma, n. 6129/2018

depositata il 3 ottobre 2018;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 29 aprile

2021 dal Consigliere Dott. Emilio Iannello.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. L’Inadel (successivamente divenuto Inpdap e poi assorbito dall’Inps) nel luglio 1991 acquistò da FinEuropa S.p.a. (ora Impreme S.p.a.) un vasto complesso immobiliare sito in (OMISSIS).

Per il pagamento del prezzo, fissato in Lire 24.400.000.000, si convenne un’articolata scansione temporale in sette rate, l’ultima delle quali, dell’importo di Lire 2.928.000.000, oltre Iva, da pagarsi dopo tre anni dalla consegna “in relazione all’obbligo di eliminazione degli eventuali difetti e inconvenienti… e sempreché fossero stati nel frattempo presentati i certificati di abitabilità e/o agibilità ed il certificato definitivo degli ascensori” (art. 3, lett. G) del contratto).

Era comunque prevista la possibilità, per la venditrice, di ottenere ugualmente il pagamento (più precisamente, lo “svincolo”) dell’ultima rata a fronte della presentazione di una fideiussione bancaria di pari importo.

Tale garanzia venne prestata con clausola “a semplice richiesta” e senza possibilità di sollevare eccezione alcuna – dal Banco di Santo Spirito S.p.a. (divenuta poi Banca di Roma S.p.a., quindi Capitalia S.p.a., ora Unicredit).

2. L’Inpdap escusse tale garanzia e, a tal fine, chiese e ottenne dal Tribunale di Roma l’emissione di decreto ingiuntivo nei confronti della Banca di Roma per il pagamento di Lire 2.348.725.680.

Ne scaturirono due giudizi:

– il primo, in ordine cronologico, venne promosso da FinEuropa nei confronti di Banca di Roma e Inpdap per far accertare l’abusività dell’escussione della fideiussione da parte di quest’ultima; domanda cui aderì anche Banca di Roma; Inpdap resistette e chiese, in via riconvenzionale, l’accertamento dell’inadempimento di FinEuropa alle obbligazioni di cui alla menzionata clausola e la conseguente condanna della stessa al pagamento della predetta somma di Lire 2.348.725.680 o, in subordine, di quella minore o maggiore ritenuta di giustizia;

– il secondo ebbe ad oggetto l’opposizione proposta da Banca di Roma avverso il suddetto decreto ingiuntivo, nel frattempo ad essa notificato da Inpdap.

3. Riunite le due cause il tribunale, con sentenza n. 3311 del 10/02/2005:

a) revocò il decreto ingiuntivo, ritenendo che: a1) la garanzia riguardava l’obbligo, di cui all’art. 6, lett. b, del contratto tra FinEuropa e Inadel, di eliminare l’eventuale esistenza di vizi occulti; a2) l’esistenza di tali vizi non era mai stata allegata e comunque l’azione diretta a far valere gli obblighi in relazione ad essi gravanti sulla venditrice doveva ormai considerarsi prescritta; a3) l’escussione della garanzia prestata dalla banca doveva quindi considerarsi abusiva;

b) rigettò la domanda di risarcimento danni avanzata da FinEuropa, per carenza di prova sul danno;

c) rigettò anche la domanda riconvenzionale proposta da Inpdap, ritenendo che la stessa fosse diretta al risarcimento dei danni da omessa manutenzione e che, però, la relativa responsabilità in capo a FinEuropa fosse assente o prescritta.

4. Con sentenza non definitiva n. 3451 del 28 luglio 2011 la Corte d’appello di Roma (adita con appello principale dall’Inpdap e con appello incidentale da Unicredit), diversamente interpretando la garanzia fideiussoria, dichiarò che l’escussione della garanzia da parte dell’Inpdap non era abusiva e che FinEuropa non aveva adempiuto all’obbligo garantito, non avendo provveduto all’eliminazione, nei tre anni previsti per il pagamento delle rate di prezzo, dei vizi persistenti negli appartamenti acquistati dall’ente pubblico e affittati a terzi; ordinò la prosecuzione della causa per la “quantificazione del danno” e, a tal fine, con separata ordinanza, dispose la parziale rinnovazione della c.t.u..

5. L’interpretazione data dalla corte capitolina al contratto ed alla garanzia fideiussoria è stata avallata da questa Corte che, con sentenza n. 26340 del 07/11/2017, ha rigettato i ricorsi di Impreme S.p.a. e Capitalia S.p.a..

6. Riassunto quindi il giudizio di appello – che era stato sospeso in attesa della decisione della S.C. sui predetti ricorsi avverso la sentenza non definitiva – la Corte d’appello di Roma, con sentenza definitiva n. 6129 del 3 ottobre 2018, rilevata nella parte motiva, sulla scorta delle risultanze dell’espletata c.t.u., la mancanza di elementi che consentissero di quantificare il danno conseguente all’inadempimento di FinEuropa, ha così statuito:

“ferma la propria sentenza n. 3451/11, accolto per quanto di ragione l’appello proposto da Inpdap, ora Inps, respinto l’appello di Unicredit S.p.a. avverso la sentenza n. 3311/05 del Tribunale di Roma, in riforma della stessa, respinge l’opposizione proposta da Banca di Roma S.p.a., ora Unicredit S.p.a., avverso il decreto ingiuntivo n. 13503/99 del Tribunale di Roma, che per l’effetto conferma; compensa per la metà le spese processuali del doppio grado, che per il rimanente condanna Impreme s.p.a. a pagare in favore dell’Inps…; condanna Unicredit s.p.a. a pagare in favore dell’Inps le spese processuali del doppio grado…; compensa le spese tra Impreme S.p.a. e Unicredit S.p.a….”.

7. Avvero tale sentenza propone ricorso per cassazione Impreme S.p.a. articolando tre motivi, cui resiste l’Inps depositando controricorso con il quale propone ricorso incidentale con due mezzi.

Unicredit S.p.a. deposita controricorso con il quale propone a sua volta ricorso incidentale sulla base di tre motivi.

Inps e Unicredit depositano successivi controricorsi per resistere ai rispettivi ricorsi incidentali.

Non sono state depositate conclusioni dal Pubblico Ministero.

Tutte le parti hanno depositato memorie ex art. 380-bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso principale, Impreme S.p.a. denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c..

Premette che dalla lettura delle conclusioni formulate dall’Inpdap nel proprio atto di appello, emerge come lo stesso appellante abbia domandato l’accertamento dell’inadempimento di FinEuropa rispetto agli obblighi statuiti nell’art. 3, lett. G), dell’atto di compravendita e, in via conseguenziale, la condanna di quest’ultima al risarcimento dei danni causalmente connessi.

Osserva quindi che, tuttavia, “se in ordine all’accertamento dell’inadempimento il collegio capitolino si è indubbiamente pronunziato nella parte dispositiva della sentenza non definitiva n. 3451/2011, alla stessa conclusione non può pervenirsi in ordine al capo della domanda di condanna risarcitoria.

“Su tale richiesta, che avrebbe dovuto trovare un responso nel dispositivo della sentenza definitiva qui gravata, non v’e’ alcuna statuizione, nonostante che nella parte motiva del medesimo provvedimento il collegio avesse dato atto dell’impossibilità di accoglierla”.

Rileva quindi che tale lacuna nella parte dispositiva della sentenza, non emendabile dal riferimento alle considerazioni svolte nella parte motiva, integra vizio di omessa pronuncia che propone quale motivo di cassazione della sentenza, evidenziando che tale pronuncia avrebbe avuto “un ruolo decisivo nella dinamica e nella gestione dei rapporti interni tra le parti e nel complessivo atteggiarsi della disciplina sui generis delle azioni di rivalsa proprie del contratto autonomo di garanzia”.

2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione degli artt. 277,278 e 279 c.p.c..

Premesso che, con la sentenza non definitiva, la prosecuzione del giudizio era stata circoscritta alla determinazione del quantum debeatur, in relazione alla domanda risarcitoria proposta in via riconvenzionale da Inpdad, lamenta la ricorrente che, con la sentenza definitiva, la corte capitolina, in violazione delle norme suindicate, pur avendo affermato in motivazione l’inidoneità delle prove raccolte a consentire di quantificare il danno, anziché limitarsi a rigettare la domanda risarcitoria (pronuncia invece omessa), ha statuito il rigetto dell’opposizione a decreto ingiuntivo proposto da Unicredit e la conseguente conferma del provvedimento monitorio n. 13503 del 1999 del Tribunale di Roma, così dunque pronunciando su un capo di domanda diverso e in alcun modo connesso alle esigenze di rinnovazione di istruttoria per la quale era stata disposta la prosecuzione del giudizio.

Rileva che, una volta affermata la legittimità dell’escussione della fideiussione da parte del beneficiario Indpap, in virtù della natura autonoma della garanzia prestata dal garantito FinEuropa e rilasciata dal garante Banca di Roma, la stessa Corte ben avrebbe potuto, già con la sentenza non definitiva, rigettare l’opposizione a decreto ingiuntivo e che, se ciò non ha fatto, “probabilmente, è perché la Corte capitolina attendeva la liquidazione dell’eventuale danno derivante dall’inadempimento di FinEuropa, senza la quale (né, n.d.r.) l’obbligazione principale (né, n.d.r.) quella di garanzia di cui all’atto di fideiussione del 31/07/1991 potevano sussistere”; da ciò discendendo che, non essendo stato possibile liquidare detto danno per assenza di prova, la Corte d’appello avrebbe dovuto, allora, piuttosto accogliere l’opposizione a decreto ingiuntivo e, per l’effetto, revocare il provvedimento monitorio.

3. Con il terzo motivo la ricorrente deduce, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c.; art. 1322 c.c.; art. 1325 c.c., comma 2; art. 1936 c.c.; in punto di contratto atipico autonomo di garanzia”.

Lamenta che erroneamente la corte d’appello, in violazione delle richiamate norme, nonostante avesse accertato la non debenza di alcuna somma da parte di FinEuropa nei confronti dell’Inps per l’accertato inadempimento all’obbligazione di cui all’art. 3, lett. g), dell’atto di vendita, ha nondimeno confermato il decreto ingiuntivo richiesto dall’allora Inadel nei confronti della garante Banca di Roma, proprio sul presupposto dei danni asseritamente patiti a seguito del succitato inadempimento di FinEuropa.

Argomenta al riguardo rilevando che nel contratto autonomo di garanzia, qual è stato irretrattabilmente qualificato quello stipulato in favore di Inadel, nonostante la mancanza, tipica di tale figura contrattuale, del vincolo di accessorietà dell’obbligazione di garanzia rispetto all’obbligazione principale, permane pur sempre un legame indissolubile tra l’obbligazione di garanzia stessa e l’interesse economico sotteso all’obbligazione principale, di guisa che, con il venir meno di quest’ultimo, viene meno anche la causa del contratto autonomo di garanzia e, quindi, l’operatività delle connesse obbligazioni.

Soggiunge che, alla luce del particolare regime delle azioni di rivalsa in materia di contratto autonomo di garanzia, deve altresì considerarsi erronea, in motivazione, la “presa d’atto” del mancato esercizio, da parte della banca, di azione di regresso verso la società garantita per il recupero di quanto dovuto al beneficiario della polizza per inadempimento della stessa.

Osserva che, infatti, il garante (Unicredit) potrà agire in rivalsa solo nei confronti del garantito (Impreme) e solamente dopo che il garante stesso abbia effettuato il pagamento in favore del beneficiario (Inps); il garantito a sua volta potrà agire nei confronti del beneficiario solamente dopo che abbia provveduto a restituire le somme al garante; presupposti nel caso di specie mancanti, dal momento che nessun pagamento è ancora stato effettuato e, dunque, alcuna azione di regresso poteva essere attivata.

4. Censure pienamente sovrapponibili a quelle teste’ riassunte sono poste a fondamento del ricorso incidentale di Unicredit, mutandone solo l’ordine di elencazione quanto al primo e al terzo: il primo motivo del ricorso incidentale corrisponde infatti al terzo motivo del ricorso principale e il terzo al primo, mentre vi è piena coincidenza quanto al secondo motivo.

5. Con il primo motivo del proprio ricorso incidentale l’Inps denuncia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 277 c.p.c. e ss. e degli artt. 1223 e 1226 c.c..

Trascritte le conclusioni del proprio atto di appello, lamenta che erroneamente la corte d’appello ha ritenuto che non fosse possibile pervenire ad una esatta quantificazione del danno subito a causa dell’inadempimento.

Osserva, infatti, che la somma di Lire 3.045.120.000, pari ad Euro 1.572.673,23, oltre a interessi, posta ad oggetto del decreto ingiuntivo, “e’ avvalorata da imponente e analitica documentazione contabile ed amministrativa tutta presente in atti del giudizio di appello (perizie di stima, computi metrici, stati di avanzamento lavori, copie di fatture e determinazioni di pagamento)”, che – afferma “dimostrano senza ombra di dubbio l’importo dei lavori sostenuti dall’Inpdap per la riparazione dei danni esistenti sugli immobili in questione”.

Contesta al riguardo il rilievo che le fatture prodotte fossero prive di quietanza e che quindi mancasse prova dell’effettivo esborso, evidenziando che le parti non avevano al riguardo opposto alcuna eccezione (le prime generiche contestazioni essendo state proposte solo in appello).

Soggiunge che la quantificazione del danno non necessitava di ulteriore specificazione poiché, anche in via equitativa, non poteva che coincidere con l’importo della fideiussione manutentiva che costituiva essa stessa una delimitazione contrattuale del danno risarcibile in caso di inadempimento.

Lamenta inoltre l’erronea valutazione delle risultanze della c.t.u..

Assume al riguardo, infatti, che il consulente non aveva affatto escluso la possibile quantificazione dei danni ma aveva “meramente fatto evidenza della oggettiva difficoltà (ma non impossibilità) di concludere l’incarico ricevuto” (così testualmente in ricorso), il che avrebbe consentito il ricorso alla liquidazione del danno in via equitativa.

6. Con il secondo motivo l’Inps deduce, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione degli artt. 112 e 167 c.p.c., nonché omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

Lamenta che erroneamente la corte d’appello ha ritenuto che l’istituto avesse chiesto in via riconvenzionale solo il risarcimento del danno e non anche la restituzione del prezzo.

Trascritte le conclusioni della comparsa di costituzione nel primo giudizio promosso da FinEuropa (contenente il petitum della domanda riconvenzionale ivi proposta) e richiamati altresì i termini del giudizio, poi al primo riunito, di opposizione a decreto ingiuntivo (ottenuto nei confronti della banca garante), sostiene che contrariamente a quanto ritenuto dalla corte di appello, la domanda restitutoria, riferita all’inadempimento dell’obbligazione contrattuale e non all’ipotesi risarcitoria del danno patito, è stata ivi correttamente e tempestivamente azionata e poi coltivata anche in sede di precisazione delle conclusioni e in appello.

In tale direzione il fatto di cui si lamenta l’omesso esame è rappresentato dalla tempestiva proposizione della domanda subordinata.

7. Il primo motivo del ricorso principale di Impreme ed il terzo motivo del ricorso incidentale di Unicredit, congiuntamente esaminabili poiché, come detto, sovrapponibili, sono inammissibili per difetto di interesse di entrambe.

7.1. Ammesso (ma non concesso, per quanto appresso si dirà) che sussista la dedotta omessa pronuncia sulla domanda riconvenzionale di risarcimento danni avanzata da Inpdap (ora Inps) contro FinEuropa (ora Impreme), di essa non avrebbero ragione di dolersi né Impreme (società venditrice inadempimento, responsabile dei danni di cui Inps chiede il risarcimento) né tanto meno Unicredit (garante), ma solo l’Inps (che invece dà per scontato che quella pronuncia vi sia e che sia negativa, tanto che la impugna con il primo motivo del suo ricorso).

L’interesse di Impreme e di Unicredit a quella pronuncia (ammesso, come detto, che sia mancata) avrebbe potuto ravvisarsi non in dipendenza dei possibili sviluppi della vicenda, relativi alle eventuali azioni di rivalsa della banca garante escussa (sviluppi meramente ipotetici e comunque estranei al presente giudizio), ma solo se fosse stata proposta domanda di accertamento negativo oppure se fosse stata effettivamente avanzata domanda di rivalsa, cosa che è espressamente esclusa in sentenza.

7.2. Può peraltro, incidentalmente, escludersi che sussista effettivamente tale omissione di pronuncia.

In dispositivo la Corte d’appello dichiara di accogliere l’appello dell’Inpdap “per quanto di ragione” e, quindi, rigetta l’opposizione a decreto ingiuntivo della banca, regolando le spese supponendo una soccombenza solo parziale dell’appellante nei confronti di Impreme.

Se dunque l’accoglimento è parziale (ovvero, “per quanto di ragione”) e vi è compensazione parziale delle spese se ad essere accolta è solo la richiesta di riforma della sentenza di primo grado sul capo riguardante l’opposizione a d.i., ne deriva, per implicazione univoca, che il “negativo” di quel parziale accoglimento è rappresentato dal rigetto dell’unica altra domanda avanza dall’Inps nei due processi riuniti: quella cioè di risarcimento danni nei confronti di Impreme.

8. Il secondo motivo del ricorso principale di Impreme e il secondo motivo del ricorso incidentale di Unicredit sono parimenti inammissibili, sotto due profili.

8.1. L’art. 277 c.p.c. dispone che la pronuncia giurisdizionale sul merito sia, di norma, unica e tale da definire il giudizio con una sola sentenza, ma ammette, in deroga a questo principio, la facoltà per il giudice di decidere immediatamente su alcune soltanto delle domande e di rinviare la decisione delle altre all’esito di ulteriori acquisizioni probatorie.

L’an e il quomodo dell’esercizio di tale facoltà, per costante giurisprudenza di questa Corte, non può però formare oggetto di sindacato in sede di legittimità (Cass. 13/04/1987 n. 3667; 28/08/1991, n. 9207).

8.2. Ciò di cui si lamentano i ricorrenti non intercetta, peraltro, il contenuto e lo scopo della disciplina processuale evocata e non ne potrebbe comunque costituire violazione.

La doglianza avrebbe senso, ma resterebbe comunque inammissibile per quanto sopra detto, se avesse attinto la scelta, della corte d’appello, di non decidere in unico processo, quanto meno sul tema di lite già sufficientemente istruito (opposizione a decreto ingiuntivo).

La censura però riguarda, ben diversamente, l’avere, la corte, pronunciato, nella sentenza definitiva, sull’opposizione a decreto ingiuntivo, assumendosi al riguardo dai ricorrenti (in modo implicito ma abbastanza chiaramente) che quel tema fosse ad essa ormai precluso.

Ma, al riguardo, dalle norme processuali evocate non si ricava alcuna regola che tale preclusione consenta di affermare per effetto della mancata decisione in unica pronuncia.

A vincolare il giudice della sentenza definitiva è piuttosto il contenuto decisorio della sentenza non definitiva.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, infatti, in sede di sentenza definitiva, “il giudice resta vincolato dalla sentenza non definitiva (anche se non passata in giudicato) in ordine alle questioni definite ed a quelle che ne costituiscano il presupposto logico necessario, senza poter più risolvere le stesse questioni in senso diverso e, ove lo faccia, il giudice di legittimità può rilevare d’ufficio tale violazione” (Cass. 05/10/2020, n. 21258; Cass. 03/05/2012 n. 6689).

Ebbene nella specie la questione decisa nella sentenza non definitiva (peraltro con efficacia di giudicato) riguardava la legittimità, affermata in sentenza, della escussione della garanzia e certo tale statuizione non è affatto incompatibile con il rigetto, poi pronunciato in quella definitiva, dell’opposizione proposta dalla banca avverso il decreto ingiuntivo che aveva costituito strumento di quella escussione; al contrario lo sarebbe stata una decisione che tale opposizione avesse accolto.

Ne’ è predicabile alcun vincolo, riguardante il thema dec idendum, da quanto detto nell’ordinanza con cui si è disposto circa le attività da compiere nel prosieguo del giudizio.

8.3. La seconda parte del motivo in esame è sovrapponibile al terzo motivo del ricorso principale (uguale al primo di quello incidentale di Unicredit) e viene con esso pertanto appresso scrutinata.

9. Il terzo motivo del ricorso principale di Impreme ed il primo motivo del ricorso incidentale di Unicredit sono inammissibili per aspecificità.

Le censure ivi svolte (già, come detto, anticipate nel secondo motivo di entrambi i ricorsi) postulano, infatti, nell’argomentare in ordine alla causa della garanzia prestata dalla Banca di Roma (ovvero in ordine all’interesse ad essa sottostante: interesse che, in tesi, secondo i ricorrenti, difetterebbe in ragione dell’accertamento negativo circa l’esistenza di un credito risarcitorio in capo a Inpdap e che pertanto determinerebbe anche il venir meno del debito della garante), che la garanzia medesima, ancorché autonoma e non accessoria all’obbligazione principale, fosse stata prestata al fine di soddisfare il diritto della beneficiaria al risarcimento del danno.

Tale premessa, però, non si confronta con la chiara ed esplicita ratio decidendi della sentenza impugnata che dà a quella garanzia un diverso fondamento che ne giustifica la escutibilità – del resto affermata già con forza di giudicato dalla sentenza non definitiva -indipendentemente dalla mancata quantificazione del danno causato dall’inadempimento della debitrice garantita.

La sentenza impugnata giustifica, infatti, la conferma del d.i. sul duplice rilievo che (v. pagg. 5-6 della sentenza):

– con la polizza fideiussoria le parti hanno voluto “trasferire in capo alla banca garante il rischio economico derivante dall’inadempimento, indipendentemente dalla colpa o da altre circostanze imputabili al debitore principale, ed in assenza di escussione di questo e per il solo fatto della persistenza di difetti o conseguenze di questi anche oltre il triennio dalla consegna dell’immobile…, per il solo fatto di avere constatato la persistenza di difetti ed inconvenienti relativi alle singole unità abitative dell’immobile…” (cfr. pag. 7 sentenza n. 3451/11), da cui deriva la conferma del decreto ingiuntivo”;

– “a fronte dell’inadempimento che Inpdap lamentava a carico dell’alienante all’obbligazione dalla stessa assunta con l’art. 3 lett. G del contratto di vendita – da cui è derivata l’escussione della polizza con il decreto ingiuntivo nei confronti della garante Banca di Roma l’odierna appellante avrebbe avuto titolo nei confronti di FinEuropa per la restituzione dell’importo della rata di prezzo il cui pagamento era stato stabilito solo dopo tre anni dalla consegna dell’immobile, previa eliminazione dei difetti presenti negli alloggi dei conduttori, importo invece corrisposto all’alienante, il cui inadempimento alla specifica obbligazione contrattuale è stato accertato con la sentenza non definitiva di questa Corte per cui, non essendo stati eliminati i vizi, la società non avrebbe avuto diritto per espresso accordo al pagamento dell’ultima rata, con conseguente riduzione del prezzo della vendita”.

Appare chiaro, pertanto, dalla contestuale lettura di tali affermazioni e dal loro coordinamento, che, secondo i giudici a quibus, il rischio coperto dalla garanzia prestata dalla banca, è quello rappresentato dall’indebito pagamento dell’ultima rata di prezzo a fronte del conclamato (e ormai accertato con sentenza passata in giudicato) inadempimento della venditrice: inadempimento che avrebbe invece giustificato il trattenimento di quella rata a titolo di riduzione del prezzo.

A fronte di tale chiara descrizione del sinallagma – in sé non fatta segno di alcuna specifica censura – si appalesa inconferente e fuorviante la disquisizione, da parte delle ricorrenti, sulle conseguenze della acclarata impossibilità di quantificare il danno derivante dall’inadempimento (in termini di costi sostenuti per rimediare ai pur conclamati difetti).

Ciò infatti non esclude che comunque: a) quei difetti sussistessero e, di conseguenza, anche l’inadempimento della società garantita; b) tanto bastasse a giustificare la riduzione del prezzo ricavabile dal regolamento contrattuale (e segnatamente dalle condizioni previste per il pagamento dell’ultima rata); c) di tale riduzione l’acquirente avesse diritto di valersi anche, in via alternativa, attraverso l’escussione della garanzia.

10. Il primo motivo del ricorso incidentale dell’Inps è inammissibile.

10.1. Lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, mediante una specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le norme evocate in rubrica, si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze istruttorie, o ad auspicarne un diverso esito valutativo, muovendo dunque all’impugnata sentenza censure del tutto irricevibili, volta che la valutazione delle prove, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito.

La doglianza peraltro si appalesa inosservante dell’onere di specifica indicazione degli atti ex art. 366 c.p.c., n. 6.

Il ricorrente omette di riprodurre il contenuto dei documenti richiamati ed omette inoltre di indicarne la specifica collocazione nel fascicolo processuale, mentre è invece necessario che si provveda anche alla relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta alla Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v. Cass. 16/03/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, rispettivamente acquisito o prodotto in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/03/2010, n. 6937; Cass., 12/06/2008, n. 15808; Cass., 25/05/2007, n. 12239; Cass., 06/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile, (cfr. Cass. Sez. U. 19/04/2016, n. 7701; Id. 23/0972019, n. 23553, Cass. Sez. un., 27/12/2019, n. 34469).

10.2. La censura, inoltre, non si confronta criticamente con la giustificazione offerta in sentenza del mancato esercizio del potere di valutazione equitativa del danno.

Al riguardo la corte capitolina rileva, sulla scorta di pertinenti richiami della giurisprudenza di legittimità, che tale potere presuppone l’impossibilità o la particolare difficoltà, per la parte interessata, di provare il danno nel suo preciso ammontare, e che nella specie detti presupposti difettano, “essendo certamente nella disponibilità della parte la documentazione bancaria e/o contabile attestante l’esborso delle somme in questione alla ditta interessata”.

La censura non attinge tale parte della motivazione ma si risolve nella mera assertiva contrapposizione della tesi contraria, ovvero dell’esistenza dei presupposti per la liquidazione equitativa.

10.3. La tesi, in proposito pure prospettata in ricorso, secondo cui l’importo della fideiussione poteva a tale fine considerarsi quale delimitazione contrattuale del danno risarcibile in caso di inadempimento, prospetta un tema, anche fattuale, d’indagine, che risulta inesplorato in sentenza e del quale non viene detto se, quando e dove sia stato sottoposto al dibattito processuale.

11. Anche il secondo motivo – pur riguardato (nell’esercizio del potere/dovere di qualificazione della censura spettante a questa Corte: v. Cass. Sez. U. n. 17931 del 24/07/2013) come diretto a denunciare un error in procedendo (per violazione del principio di necessaria corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato) – è inammissibile.

E’ noto al riguardo che l’interpretazione della domanda è compito riservato in via esclusiva al giudice di merito e come tale resta sottratta, se congruamente motivata, al sindacato di legittimità; ove, tuttavia, da tale interpretazione la parte faccia discendere la violazione del principio di necessaria corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, denunziando quindi un error in procedendo, la Corte di cassazione è investita di un potere/dovere di sindacato pieno, con possibilità di procedere direttamente all’esame e all’interpretazione degli atti processuali e, conseguentemente, delle istanze e delle deduzioni delle parti (v. Cass. n. 13426 del 20/07/2004; n. 8004 del 18/04/2005; n. 4206 del 24/02/2006).

Deve però pur sempre trattarsi di censura proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito (ed oggi quindi, in particolare, in conformità alle prescrizioni dettate dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4) (v. Cass. Sez. U. n. 8077 del 22/05/2012).

Tale onere rimane nella specie inosservato, limitandosi il ricorrente a trascrivere le conclusioni della propria comparsa di costituzione in primo grado che però, limitandosi alla generica richiesta di “pagamento della somma di Lire 2.348.725.680”, senza ulteriori specificazione, non fornisce indicazioni univoche in contrasto con la interpretazione accolta dal giudice di merito.

Palesemente irrilevante poi al riguardo il riferimento, peraltro anch’esso inosservante dell’onere di specifica indicazione degli atti richiamati ex art. 366 c.p.c., n. 6, a quanto al riguardo detto in sede di precisazione delle conclusioni e nell’atto di appello.

12. In ragione delle considerazioni che precedono tutti i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili, con la conseguente integrale compensazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti tutti, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per ciascuno dei ricorsi, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

dichiara inammissibili tutti i ricorsi. Compensa integralmente tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per ciascuno dei ricorsi, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 29 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

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