Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32652 del 09/11/2021

Cassazione civile sez. III, 09/11/2021, (ud. 26/04/2021, dep. 09/11/2021), n.32652

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 15414 del ruolo generale dell’anno

2018, proposto da:

C.J., (C.F.: (OMISSIS));

C.P., (C.F.: (OMISSIS));

C.D., (C.F.: (OMISSIS));

M.A.M., (C.F.: (OMISSIS));

rappresentate e difese, giusta procura allegata al ricorso, dagli

avvocati Gregorio Iannotta, (C.F.: NNT GGR 37P08 C765D) e Federica

Iannotta, (C.F.: NNT FRC 70E64 H501R);

– ricorrenti –

nei confronti di:

ITALFONDIARIO S.p.A., (C.F.: (OMISSIS)), in rappresentanza di

CASTELLO FINANCE S.r.l., (C.F.: (OMISSIS)), in persona del

rappresentante per procura R.G., rappresentato e difeso,

giusta procura in calce al controricorso, dagli avvocati Pietro

Greco, (C.F.: (OMISSIS)) e Domenico Pavoni, (C.F.: (OMISSIS));

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Catanzaro

n. 2036/2017, pubblicata in data 20 novembre 2017;

udita la relazione sulla causa svolta alla camera di consiglio del 26

aprile 2021 dal consigliere Dott. Augusto Tatangelo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Italfondiario S.p.A., in rappresentanza di Castello Finance S.r.l., ha intimato precetto di pagamento dell’importo di Euro 175.993,61 ad C.A. ed alla Jupade Co. S.a.s., sulla base di titolo esecutivo costituito da un contratto di mutuo fondiario stipulato dal C. con Carical S.p.A. e garantito da ipoteca su un immobile di proprietà della società Jupade Co. S.a.s..

Gli intimati hanno proposto opposizione ai sensi dell’art. 615 c.p.c..

Il Tribunale di Cosenza, preso atto della rinuncia al precetto da parte dell’intimante, ha rigettato la domanda di accertamento dell’inesistenza e dell’inefficacia del titolo esecutivo, dichiarando cessata la materia del contendere con riguardo alle ulteriori domande.

La Corte di Appello di Catanzaro ha confermato la decisione di primo grado.

Ricorrono J., P. e C.D., nonché M.A.M., quali eredi con beneficio di inventario di C.A. e comproprietarie della comunione di azienda conseguente alla trasformazione della società Jupade Co. S.a.s. di M.A.M., sulla base di tre motivi.

Resiste con controricorso Italfondiario S.p.A..

E’ stata disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380 bis.1 c.p.c..

Le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia:

“Violazione e falsa applicazione degli artt. 100 e 81 c.p.c. nel processo di esecuzione, dove non è compatibile la dissociazione tra titolarità ed interesse ad agire e dove, quindi, il creditore procedente ha l’onere di dimostrare la titolarità del diritto azionato: art. 360 c.p.c., n. 3.

Violazione e falsa applicazione dei principi e norme che disciplinano il potere dispositivo e probatorio nel processo di esecuzione, anche in relazione all’art. 2697 c.c.: art. 360 c.p.c., n. 3.

Violazione e falsa applicazione dell’art. 24 Cost., art. 81 c.p.c. e art. 2907 c.c. e più in generale dei principi e norme che disciplinano la titolarità del diritto sostanziale vantato in giudizio e la rilevabilità d’ufficio del difetto di detto requisito, in ogni stato e grado del giudizio, anche in relazione al processo di esecuzione ed alle caratteristiche e finalità di detto processo: art. 360 c.p.c., n. 3.

Violazione e falsa applicazione dei principi e norme che disciplinano il processo di esecuzione ed il potere del Giudice dell’esecuzione, chiamato a verificare, anche d’ufficio, l’esistenza e l’idoneità del titolo posto a base dell’esecuzione stessa, e ciò anche in relazione all’art. 112 c.p.c.: art. 360 c.p.c., n. 3”.

Le ricorrenti affermano che, con la comparsa conclusionale di appello, avevano dedotto che Castello Finance S.r.l. (creditrice intimante il precetto opposto, per mezzo della procuratrice Italfondiario S.p.A.) non aveva dimostrato la propria legittimazione sostanziale quale titolare del credito derivante dal mutuo costituente titolo esecutivo, stipulato da altra società (Carical S.p.A.), in virtù di due successive cessioni di credito in blocco (prima a Carisal S.p.A. e poi a Castello Finance S.r.l.), allegate nel precetto ma non documentate nel giudizio di opposizione.

La corte di appello non ha preso in esame l’eccezione, in quanto formulata solo in una comparsa conclusionale depositata tardivamente e come tale inammissibile.

Secondo le ricorrenti, peraltro, il giudice dell’opposizione all’esecuzione sarebbe tenuto a verificare anche di ufficio la sussistenza del titolo esecutivo e a tal fine la corte avrebbe dovuto esaminare gli atti di cessione, richiamati ma non prodotti, anche a prescindere da una sua eccezione in proposito. Il motivo è inammissibile.

Si tratta di una questione nuova che (anche prescindere dalla sua effettiva rilevabilità di ufficio da parte del giudice dell’opposizione) richiede accertamenti di fatto e che risulta espressamente avanzata per la prima volta in sede di legittimità, in quanto in sede di merito non è mai stata proposta, se non in una comparsa conclusionale di per sé inammissibile, in quanto depositata fuori termine, che correttamente la corte di appello non ha preso in considerazione.

In altri termini, anche a volere ammettere che – come sostengono le ricorrenti – si trattava di una questione rilevabile di ufficio dal giudice dell’opposizione, poiché comunque ciò non è avvenuto e nel corso del giudizio di merito la questione non è stata posta (se non con una comparsa conclusionale tardiva e, quindi, radicalmente inammissibile), essa, comportando la necessità di accertamenti di fatto, non può in nessun caso essere avanzata per la prima volta in sede di legittimità. Va comunque ribadito che l’oggetto del processo di opposizione all’esecuzione (o agli atti esecutivi) resta delimitato dai motivi di opposizione e, dunque, non è possibile accogliere una opposizione per ragioni diverse da quelle dedotte dall’opponente come motivi di opposizione, fatta salva la possibile cessazione della materia del contendere, laddove sopravvenga una pacifica causa di caducazione del titolo esecutivo.

2. Con il secondo motivo si denunzia:

“Violazione e falsa applicazione dell’art. 1230 c.c. e dei principi e norme che disciplinano la novazione anche in relazione al negozio transattivo: art. 360 c.p.c., n. 3.

Violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1363 c.c. e più in generale dei principi e norme che disciplinano l’interpretazione del contratto anche in relazione agli artt. 1230 e 1232 c.c.: art. 360 c.p.c., n. 3.

Violazione e falsa applicazione del principio della ragione più liquida e, comunque, dell’art. 276 c.p.c.: art. 360 c.p.c., n. 3”. Con il terzo motivo si denunzia:

“Violazione e falsa applicazione art. 1456 c.c. e più in generale dei principi secondo cui resta estranea alla citata norma la clausola redatta con generico riferimento a tutte le obbligazioni contenute nel contratto: art. 360 c.p.c., n. 3.

Violazione e falsa applicazione dell’art. 1456 c. c. in relazione ai principi e norme che disciplinano l’interpretazione del contratto: art. 360 c.p.c., n. 3.

Violazione e falsa applicazione dell’art. 1456 c.c. in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c. ed all’art. 2697 c.c.: art. 360 c.p.c., n. 3.

Violazione e falsa applicazione dell’art. 1456 c.c. in relazione al comportamento successivo della parte contraente non inadempiente e, quindi, in relazione ad un comportamento con il quale il creditore ha manifestato la sua volontà di rinunciare agli effetti della risoluzione: art. 360 c.p.c., n. 3”.

Il secondo e il terzo motivo hanno ad oggetto la questione della natura novativa o meno della transazione stipulata nel 1999 con la (allora) creditrice Carisal S.p.A. e quella dell’esistenza, nell’accordo transattivo, di una valida ed efficace clausola risolutiva espressa.

Si tratta di questioni coperte dal giudicato esterno, come del resto espressamente eccepito dalla controricorrente Italfondiario S.p.A. nella memoria depositata ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c.: questa Corte ha infatti già deciso tali questioni (carattere novativo della transazione ed efficacia della clausola risolutiva in essa contenuta) tra le stesse parti (eredi C. e Italfondiario S.p.A. in rappresentanza di Castello Finance S.r.l.) in relazione alla medesima transazione, anche se con riguardo a diverse opposizioni, correlate a minaccia di espropriazione su diversi immobili (cfr. Cass., Sez. 3, Sentenza n. 16904 del 27/06/2018, Rv. 649436 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 16905 del 27/06/2018; Sez. 3, Sentenza n. 9690 del 26/05/2020), in tutti i casi in senso sfavorevole agli assunti delle ricorrenti.

2.1 Anche a prescindere dal giudicato, con riguardo alle suddette questioni va comunque certamente dato seguito alle affermazioni contenute nelle sentenze appena richiamate, che risultano del tutto condivisibili.

Il tribunale, nel caso di specie, ha ritenuto assorbita la problematica della natura novativa o meno della transazione, ritenendo decisiva l’avvenuta risoluzione della transazione stessa, ma aggiungendo comunque che la transazione non poteva ritenersi novativa, con motivazione per relationem, di rinvio a precedenti provvedimenti giudiziari tra le parti.

La corte di appello ha confermato la sentenza di primo grado, sebbene con “rivisitazione del percorso logico compiuto dal primo giudice”, ed ha quindi affermato espressamente (sulla base di ampia e adeguata motivazione, con la quale viene fornita una più che plausibile interpretazione della volontà negoziale delle parti) sia la natura non novativa della transazione, sia la piena efficacia della clausola in base alla quale, in caso di inadempimento da parte del C. alle obbligazioni di cui all’accordo transattivo, la banca avrebbe potuto liberamente agire in giudizio per il recupero coattivo dell’intero credito, dovendo intendersi tale clausola come previsione della possibilità di azionare il precedente titolo esecutivo (cioè il mutuo) per la sua intera portata, nonché le relative garanzie.

Ha inoltre ritenuto che il tribunale avrebbe correttamente deciso sulla base della ragione più liquida, dichiarando risolta la transazione e assorbita la questione della natura novativa o meno della stessa, anche ai sensi dell’art. 276 c.p.c..

Le ricorrenti insistono nel sostenere che in realtà la transazione avrebbe carattere novativo e deducono inoltre che sarebbe stata erroneamente ritenuta assorbita tale questione, in considerazione della avvenuta risoluzione della stessa, in quanto, a loro avviso, ammesso il carattere novativo della transazione, comunque dovrebbe escludersi la possibilità di reviviscenza del precedente titolo esecutivo, ormai caducato. Insistono altresì nel sostenere l’invalidità e l’inefficacia della clausola risolutiva.

Tutte le censure sono in parte infondate e in parte inammissibili.

2.2 La questione della natura novativa o meno della transazione costituisce un accertamento di fatto in ordine alla ricostruzione della volontà negoziale delle parti, accertamento operato dalla corte di appello sulla base di una motivazione del tutto adeguata (non apparente, né insanabilmente contraddittoria sul piano logico, come tale non censurabile nella presente sede e, comunque, del tutto condivisibile in concreto nel suo esito finale), rispetto al quale risultano generiche le censure in ordine alla violazione delle norme di interpretazione negoziale, censure che si risolvono nella mera proposta di una interpretazione del contratto diversa e più gradita alla parte ricorrente.

In ogni caso, la corte territoriale ha correttamente applicato i principi di diritto in tema di criteri distintivi tra transazione novativa e conservativa (su cui cfr. Cass., Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 21371 del 06/10/2020, Rv. 659246 – 01; Sez. 1, Ordinanza n. 7194 del 13/03/2019, Rv. 653632 – 02; Sez. 1, Sentenza n. 23064 del 11/11/2016, Rv. 642407 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 15444 del 14/07/2011, Rv. 618562 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 25403 del 03/12/2009, Rv. 611074 – 01; Sez. L, Sentenza n. 13717 del 14/06/2006, Rv. 590340 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 4455 del 28/02/2006, Rv. 586621 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 421 del 12/01/2006, Rv. 586218 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 27448 del 13/12/2005, Rv. 586098 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 7830 del 19/05/2003, Rv. 563293 – 01), ravvisando nella specie un accordo avente ad oggetto una regolamentazione che integrava e non sostituiva quella precedente, comportando in sostanza una mera rinunzia della banca a parte dell’importo dovuto dal debitore, con una dilazione di pagamento e con rinunzia alle garanzie solo al momento dell’integrale pagamento della somma ridotta.

2.3 Risulta corretto, in diritto, anche il rilievo per cui la avvenuta risoluzione della transazione, novativa o meno che fosse, comportava comunque la caducazione degli effetti della stessa, facendo venir meno radicalmente l’effetto di estinzione delle precedenti obbligazioni e dei precedenti titoli e garanzie (e comportando quindi la sostanziale “reviviscenza” del titolo esecutivo preesistente), con conseguente assorbimento della questione della natura novativa o meno dell’accordo transattivo (sulla reviviscenza del rapporto originario al verificarsi della condizione risolutiva della transazione, ad onta del carattere novativo della stessa, cfr. Cass., Sez. 2, Ordinanza n. 32109 del 09/12/2019, Rv. 656211 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 2974 del 09/08/1969, Rv. 342858 – 01).

2.4 Con riguardo all’efficacia della clausola risolutiva, poi, la corte di appello ha chiarito, ancora sulla base di motivazione adeguata (non apparente, né insanabilmente contraddittoria sul piano logico, come tale non censurabile nella presente sede e anche in questo caso del tutto condivisibile), che le obbligazioni a carico del C. erano sostanzialmente quelle relative al pagamento di 12 miliardi di lire ed alla rinunzia alle opposizioni a decreto ingiuntivo proposte e che, dal contesto complessivo dell’accordo, emergeva chiaramente l’intenzione delle parti di voler prevedere, per il caso di inadempimento del debitore ai suoi obblighi, il riacquisto da parte della banca di ogni diritto derivante dalle originarie obbligazioni ed il libero esercizio delle relative azioni, anche esecutive.

Sotto il profilo in esame, le censure si risolvono ancora una volta nella contestazione di un accertamento di fatto in ordine all’interpretazione della volontà negoziale.

2.5 Non potrebbero trovare accoglimento, infine, neanche le ulteriori censure avanzate con i motivi di ricorso in esame. Quella relativa alla qualità di parte del contratto del C. riguarda, infatti, una affermazione della corte territoriale del tutto superflua ai fini della decisione, e quindi non è conferente.

Quella relativa ai comportamenti successivi della banca introduce una questione nuova che richiede accertamenti di fatto, questione che non è stata presa in esame nella sentenza impugnata e in relazione alla quale, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, le ricorrenti non indicano se ed in quali termini essa era stata sollevata nel corso del giudizio di merito; di conseguenza si tratta di censura inammissibile.

3. Il ricorso è rigettato.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte:

– rigetta il ricorso;

– condanna le ricorrenti a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della società controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 10.200,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonché spese generali ed accessori di legge.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 26 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2021

 

 

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