Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32605 del 12/12/2019

Cassazione civile sez. trib., 12/12/2019, (ud. 24/10/2019, dep. 12/12/2019), n.32605

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. CIRESE Marina – Consigliere –

Dott. TADDEI Margherita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6354-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

BNP PARIBAS SECURITIES SERVICES, con domicilio eletto presso lo

studio dell’Avvocato GABRIELE ESCALAR, VIALE G. MAZZINI 11 ROMA, che

la rappresenta e difende anche disgiuntamente all’Avvocato VITTORIO

GIORDANO, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 103/2013 della COMM. TRIB. REG. di MILANO,

depositata il 16/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/10/2019 dal Consigliere Dott. ANTONIO BIONDINI.

Fatto

PREMESSO

che:

1. la pretesa di maggiore imposta di registro, portata in un avviso di liquidazione notificato dalla Agenzia delle Entrate alla BNP Paribas Securities Services e alla Allianz Bank Financial Advisors spa quali parti di un contratto di compravendita di ramo d’azienda, veniva contestata giudizialmente dalla BNP Paribas Securities Services ed era invece assolta dalla Allianz Bank;

2. all’esito positivo del giudizio promosso dalla prima, l’Agenzia emetteva “provvedimento di annullamento anagrafico” con il quale annullava l’avviso di liquidazione;

3. la BNP Paribas ricorreva con successo anche contro la cartella nel frattempo emessa a suo carico sulla base di quell’avviso. L’adita commissione tributaria provinciale di Milano dichiarava nulla la cartella, ordinava all’Agenzia di provvedere allo sgravio della cartella medesima e, tenuto conto del fatto che il provvedimento di “annullamento anagrafico”, sebbene emesso prima dell’udienza di trattazione della causa era stato comunicato alla controparte solo in udienza, condannava l’Agenzia alle spese processuali;

4. sull’appello dell’amministrazione – la quale censurava la pronuncia sostenendo che i primi giudici, avrebbero dovuto, in ragione del provvedimento di “annullamento anagrafico”, dichiarare cessata la materia del contendere e compensare le spese -, la trentacinquesima sezione della commissione regionale della Lombardia, con la sentenza in data 16 luglio 2013, n. 103, affermava che la pronuncia impugnata si sottraeva alla censura in quanto, in primo luogo, il “provvedimento di annullamento anagrafico” non poteva essere considerato identico ad un provvedimento di sgravio, talchè, correttamente, la commissione provinciale aveva dichiarato nulla la cartella e ne avevano disposto lo sgravio, in secondo luogo, la condanna alle spese era giustificata sia in ragione del fatto che l’Agenzia avrebbe potuto attendere l’esito della decisione “di merito” – i.e. l’esito della decisione sull’avviso presupposto – prima di notificare la cartella di pagamento sia in ragione della soccombenza;

5. l’Agenzia ricorre per la cassazione delle suddetta sentenza, con tre motivi;

6. la parte intimata resiste con controricorso illustrato con memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo di ricorso viene lamentata la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68 e del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 56, in riferimento alla affermazione contenuta nella sentenza impugnata per cui l’Agenzia avrebbe potuto attendere l’esito della decisione sull’avviso presupposto prima di notificare la cartella (v. punto 5 della superiore premessa). Il motivo è inammissibile per difetto di interesse (art. 100 c.p.c.). L’Agenzia non correla alcuna richiesta alla censura veicolata con il motivo in esame. Sotto altro profilo, l’affermazione criticata è una delle due affermazioni sulle quali si regge la statuizione dei giudici di appello di inattaccabilità della condanna alle spese del processo disposta dai giudici di primo grado. L’Agenzia, ove avesse correlato alla censura in esame la richiesta di riforma del capo relativo alle spese, avrebbe comunque dovuto, per rendere tale richiesta astrattamente utile e quindi, in riferimento al requisito dell’interesse, ammissibilmente, censurare anche l’altra affermazione, autonoma e anzi assorbente (v. art. 91 c.p.c.), secondo la quale la condanna alle spese era giustificata dalla soccombenza;

2. con il secondo motivo di ricorso viene dedotta la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 46. Secondo la prospettazione della ricorrente, i giudici di appello non avrebbero rispettato quell’articolo laddove avevano “ritenuto che la mancata comunicazione dell’annullamento di anagrafica al contribuente, prima dell’udienza, potesse giustificare la dichiarazione della nullità della cartella di pagamento e la conseguente mancata cessazione della materia del contendere”. Il motivo, come il precedente, è inammissibile per difetto di interesse. La ricorrente mira, come già con l’appello, alla contestazione della condanna alle spese conseguente alla mancata dichiarazione della cessazione della materia del contendere. La cessazione della materia del contendere è formula terminativa utilizzabile in caso di sopravvenuta modifica dei termini della controversia, tale da privare di senso la pronuncia della sentenza. La modifica ove, come nella specie, sia dovuta alla presa d’atto, da parte di uno dei contendenti, della insussistenza di ragioni per continuare ad insistere nella pretesa originaria, non può comportare che quella parte, la quale ha dato causa alla controversia, possa ottenere, in evidente pregiudizio dell’altra, incolpevole, la compensazione delle spese. Dacchè il difetto di interesse al motivo in esame;

3. con il terzo motivo viene dedotta la violazione o falsa applicazione degli artt. 1292 e 1306 c.c., del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 97, dell’art. 112 c.p.c. La ricorrente assume che i giudici di appello non abbiano rispettato detti articoli laddove hanno confermato la sentenza di primo grado la quale, secondo il medesimo assunto, avrebbe disposto l’annullamento del ruolo privando così di base la pretesa impositiva non solo in riferimento alla BNP Paribas Securities Services ma anche in riferimento alla Allianz Bank Financial Advisors spa. Il motivo è inammissibile perchè non tiene conto dell’effettivo contenuto della sentenza di appello. Si legge infatti in quest’ultima (pag. 2, penultimo cpv) che è “corretta (la) decisione assunta (dalla commissione provinciale) di dichiarare nulla la cartella impugnata, ordinandone lo sgravio”. Ciò che è stato confermato non è dunque l’annullamento del ruolo ma la dichiarazione di nullità della cartella e l’ordine di sgravio della cartella emessa nei confronti della BNP Paribas;

5.il ricorso deve essere rigettato;

6. le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

rigetta il ricorso;

condanna la Agenzia delle Entrate a rifondere alla BNP Paribas Securities Services s.a. le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 10000,00, oltre spese forfetarie e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 24 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 12 dicembre 2019

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