Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32586 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 08/07/2021, dep. 08/11/2021), n.32586

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5865-2015 proposto da:

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIULIO

CESARE N. 95, presso lo studio dell’avvocato PAOLA LIBBI, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AZIENDA U.S.L. ROMA “(OMISSIS)”, in persona del Direttore Generale

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA FILIPPO MEDA N. 35, presso l’Avvocatura dell’Azienda,

rappresentata e difesa dagli avvocati FRANCESCO DELL’ORSO, MARIA

FALLERINI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3991/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 05/09/2014 R.G.N. 7590/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/07/2021 dal Consigliere Dott. ROBERTO BELLE’.

 

Fatto

RITENUTO

CHE:

C.A., psicologo presso la Asl Roma (OMISSIS), ha agito avverso il proprio datore di lavoro per l’accertamento in merito al fatto che l’incarico dirigenziale a lui attribuito fosse a valenza dipartimentale e corrispondesse ad una retribuzione di posizione IP1 e quindi superiore a quella IP4 a lui destinata in sede di graduazione;

la domanda, dapprima accolta dal Tribunale di Roma, è stata poi respinta, in riforma della sentenza di primo grado, dalla Corte d’Appello di Roma;

la Corte di merito rilevava come al C. fosse stato conferito l’incarico professionale di preposto al gruppo di lavoro “Adozioni” della predetta AsL, con competenza in tema sull’intero territorio di pertinenza aziendale;

il gruppo di lavoro, secondo la Corte territoriale, operava all’interno della Unità Operativa Complessa procreazione cosciente e responsabile diretta da tale Dott.ssa A. e pertanto tale inserimento organizzativo, quale riferito in una lettera della predetta A., faceva ritenere che quello conferito al C. fosse incarico progettuale con delega non di una struttura ma di una mera funzione, cui non si coniugavano poteri decisionali o di gestione delle risorse di personale ovvero economiche, ma soltanto di coordinamento;

preliminarmente, peraltro, la Corte d’Appello disattendeva l’eccezione di improcedibilità del gravame per tardiva notifica del ricorso e del decreto di fissazione udienza, di cui asseriva il perfezionamento nel rispetto del termine di 25 giorni antecedenti la data dell’udienza stessa;

la Corte rigettava altresì l’eccezione di intervenuta acquiescenza, sul presupposto che il pagamento effettuato dalla Asl fosse da intendere come adempimento alla sentenza di primo grado, senza effetti abdicativi rispetto al gravame tra l’altro già proposto e mai rinunciato;

essa quindi, accogliendo in definitiva l’appello, riformava la sentenza del Tribunale;

il C. ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi, poi illustrati da memoria e resistiti da controricorso della Asl.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

il primo motivo di ricorso propone, sotto forma di violazione e falsa applicazione di norme di diritto ed omesso esame di un fatto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., nn. 5 e 3, la questione sull’improcedibilità dell’appello in ragione della tardivamente notificato il 22.4.2013, a fronte di un’udienza fissata al 16.5.2013 e quindi con mancato rispetto del termine di 25 giorni prima di cui all’art. 435 c.p.c., comma 3;

e’ sterile il dibattito tra le parti in ordine al perfezionarsi della notifica il 22.4.2013 (come sostenuto nel motivo di ricorso) o il 12.4.2013 (come sostenuto nel controricorso), in quanto in ogni caso la eventuale tardività della notifica non comporterebbe, a differenza di quanto sostenuto nell’impugnazione per cassazione, l’improcedibilità dell’appello, ma solo, stante la costituzione in giudizio dell’appellato, l’eventuale spostamento dell’udienza, su richiesta dello stesso appellato, che non risulta né è allegato vi fosse stata e rispetto alla quale comunque sfugge ormai quale sarebbe l’interesse, visto il pieno dispiegamento di difese nel giudizio di secondo grado;

e’ infatti solo l’omissione di notifica che comporta la caducazione dell’appello (Cass. 26 novembre 2020, n. 270789; Cass., S.U., 30 luglio 2008, n. 20604), in quanto altrimenti vale il diverso principio per cui “nel rito del lavoro, la violazione del termine non minore di venticinque giorni che, a norma dell’art. 435 c.p.c., comma 3, deve intercorrere tra la data di notificazione dell’atto di appello e quella dell’udienza di discussione, configura un vizio che produce la nullità della notificazione, e ne impone la rinnovazione, solo in difetto di costituzione dell’appellato; il vizio resta invece sanato da detta costituzione, ancorché effettuata al solo scopo di far valere la nullità, salva la possibilità per l’appellato di chiedere, all’atto della costituzione, un rinvio dell’udienza per usufruire dell’intero periodo previsto dalla legge ai fini di un’adeguata difesa” (Cass. 19 aprile 2018, n. 9735; Cass. 17 aprile 2018, n. 9404; v. anche Cass. 12 settembre 2018, n. 22166);

il motivo va pertanto disatteso;

il secondo motivo parimenti propone, sotto forma di violazione e falsa applicazione di norme di diritto ed omesso esame di un fatto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., nn. 5 e 3, la questione processuale sull’intervenuta acquiescenza alla sentenza di primo grado, per spontaneo adempimento agli obblighi da essa derivanti, con richiamo all’art. 329 c.p.c. ed agli artt. 1175,1176 e 1375 c.c.;

come si è detto, la Corte territoriale ha ritenuto infondata l’eccezione, sottolineando come il pagamento avvenuto dopo la sentenza di primo grado fosse stato espressamente motivato dall’intento di dare ottemperanza alla decisione giudiziale, ma ciò successivamente alla proposizione dell’appello e senza che fosse mai intervenuta una rinuncia a tale gravame, sicché non poteva dirsi maturata la fattispecie evocata dall’appellato;

il motivo è inammissibile, in quanto esso propone una diversa lettura del senso del pagamento e degli atti ad esso correlati, senza fare alcun riferimento, come necessario, ai criteri ermeneutici degli atti unilaterali (v. Cass. 6 dicembre 2006, n. 26156), traducendosi il motivo nella proposizione di una alternativa valutazione di merito di quei comportamenti, certamente impropria in sede di legittimità (Cass., S.U., 27 dicembre 2019, n. 34476; Cass., S.U., 25 ottobre 2013, n. 24148);

il terzo motivo è infine rubricato come omessa ed errata valutazione delle prove documentali, violazione dei canoni ermeneutici in relazione al D.Lgs. n. 502 del 1992 ed agli artt. 51 ss. CCCNL (art. 360, nn. 3 e 5);

con esso il ricorrente lamenta che la Corte d’Appello, fermandosi al rilievo attribuito alla lettera della Dott.ssa A., avrebbe omesso di svolgere le opportune indagini sulla normativa e contrattazione collettiva applicabili, nonché rispetto alla copiosa documentazione prodotta in entrambi i gradi del giudizio, sottolineando come nel caso di specie emergessero tutti gli indici rivelatori di un incarico con funzioni di direzione e delega ad una struttura, con il coordinamento di numeroso personale, anche laureato ed operatività a livello dipartimentale e spiccata autonomia;

il motivo, oltre a connotarsi come una sostanziale rilettura dei dati istruttori, presenta decisive carenze rispetto a due ordini di profili;

da un primo punto di vista esso è argomentato tentando, nell’insieme/di avvalorare l’ipotesi per cui il C. fosse stato preposto ad una struttura, il che appare incoerente rispetto alla pretesa esercitata, che riguarda la graduazione di un incarico professionale e non la (diversa) ipotesi della direzione di struttura semplice o complessa;

al di là di ciò, una domanda finalizzata a censurare i criteri di graduazione dei diversi incarichi rispetto a vari livelli posti a base delle decisioni datoriali (da IP1 a IP5), imporrebbe prospettazioni utili ad apprezzare le differenze tra le varie graduazioni, ma sul punto il motivo è privo di elementi sufficienti, a ciò non bastando il minimo e generico accenno ad una collega che aveva avuto un incarico che si dice analogo ma graduato meglio (v. pag. 31 del ricorso per cassazione, nella parte in cui si richiamano le difese di appello rispetto a tale Dott.ssa S.);

il ricorso va dunque complessivamente disatteso e le spese del grado restano regolate secondo soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controparte delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali in misura del 15 % ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 8 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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