Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32578 del 17/12/2018

Cassazione civile sez. II, 17/12/2018, (ud. 06/06/2018, dep. 17/12/2018), n.32578

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8771-2016 proposto da:

L.G., L.C., rappresentati e difesi dall’avvocato

PIETRO MIGLIOSI;

– ricorrenti –

contro

FALLIMENTO L. SNC (OMISSIS), e sigg.ri L.C.,

L.G. in persona del Curatore Avvocato B.W., elettivamente

domiciliati in ROMA, PIAZZA VESCOVIO 21, presso lo studio

dell’avvocato TOMMASO MANFEROCE, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato DONATELLA GOBBI;

– controricorrenti –

e contro

FALLIMENTO (OMISSIS) SRL, FALLIMENTO (OMISSIS) SRL, in persona dei

rispettivi curatori fallimentari;

– intimati –

avverso la sentenza n. 30/2016 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 11/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/06/2018 dal Consigliere ANTONELLO COSENTINO.

Fatto

RILEVATO

che i signori G. e L.C. hanno proposto ricorso, sulla scorta di quattro motivi, avverso la sentenza della corte d’appello di Venezia che, confermando la sentenza del tribunale di Verona, ha accolto la domanda di simulazione assoluta proposta dalla Curatela del fallimento della L. s.n.c. (OMISSIS), nonchè dei soci illimitatamente responsabili, C. e L.G., con riguardo ad una serie di negozi traslativi, tra loro collegati, con i quali dapprima la L. s.n.c. aveva ceduto, in relazione al medesimo compendio immobiliare sito in (OMISSIS), la nuda proprietà alla società (OMISSIS) s.r.l. (per il prezzo di Euro 235.000) e i diritti di abitazione ed uso vita natural durante ai fratelli G. e L.C. (per il prezzo di Euro 440.400) e, in seguito, la (OMISSIS) s.r.l. aveva ceduto il diritto di nuda proprietà, da lei acquistato, alla (OMISSIS) s.r.l.;

che la corte territoriale, sulla base di molteplici elementi indiziari ritenuti gravi, precisi e concordanti – tra cui la mancanza di prova del pagamento del prezzo e l’esigua distanza temporale tra gli atti di trasferimento, stipulati in data 2 marzo 2004, e l’apertura del fallimento della società alienante, dichiarata il 17 maggio 2005 – ha ritenuto provata l’assenza di volontà delle parti circa l’effettivo trasferimento dei diritti oggetto degli atti per cui è causa, ritenendo che tale operazione avesse come unico fine la sottrazione dei beni all’attivo fallimentare;

che la Curatela fallimentare ha depositato controricorso;

che il ricorso veniva proposto solo nei confronti della (e notificato solo alla) Curatela fallimentare, e non anche nei confronti dell’acquirente della nuda proprietà degli immobili per cui è causa, (OMISSIS) s.r.l., e della sub acquirente (OMISSIS) s.r.l., litisconsorti necessari e parti del giudizio di appello;

che pertanto, con ordinanza adottata all’esito dell’adunanza del 7.6.17, veniva disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti delle società pretermesse (OMISSIS) s.r.l. e (OMISSIS) s.r.l., frattanto fallite, le cui curatele non hanno spiegato attività difensiva in questa sede;

che la causa è stata nuovamente chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 6 giugno 2018, per la quale non sono state depositate memorie illustrative;

che col primo motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 164 c.p.c., comma 3 e art. 163 c.p.c., comma 3, nn. 3 e 4, in cui la corte territoriale sarebbe incorsa nel disattendere il relativo motivo d’appello che censurava la nullità della citazione per l’impossibilità di individuare chiaramente petitum e causa petendi delle domande proposte; secondo i ricorrenti la condotta processuale della Curatela avrebbe pregiudicato il loro diritto di difesa, in ragione del carattere promiscuo e, a volte, antitetico delle domande proposte in citazione in via alternativa o subordinata al fine di tentare tutte le strade possibili per ottenere l’invalidazione degli atti per cui è causa;

che il motivo è inammissibile perchè non attinge specificamente l’argomentazione della sentenza impugnata secondo cui “la lagnanza avverso la nullità dell’atto di citazione” sarebbe a propria volta inammissibile “perchè essa si sostanzia unicamente nel richiamo alla critica già svolta la comparsa di costituzione di primo grado” così da risultare “del tutto inadeguata rispetto alle osservazioni esposte dal tribunale” (pag. 23, terzo capoverso, della sentenza);

che comunque il motivo è anche infondato, perchè le diverse ed alternative domande svolte nell’atto di citazione della Curatela specificavano adeguatamente le rispettive causae petendi e, d’altra parte, il precedente di legittimità citato nel ricorso (Cass. n. 12059/15) non risulta pertinente nella presente fattispecie, perchè in quel caso, a differenza da quello qui in esame, il giudice di merito aveva dichiarato la nullità della citazione e la Cassazione confermò tale decisione sul rilievo, non esportabile in questo giudizio, della impossibilità di individuare “per quali rapporti contrattuali, sotto quali aspetti e per quali specifiche ragioni dovesse ricorrere l’una piuttosto che l’altra fattispecie giudiziale”;

che col secondo motivo – riferito alla violazione o falsa applicazione dell’art. 1414 c.c. e s.s., nonchè alla omessa e insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia – si lamenta che la corte territoriale avrebbe dichiarato la simulazione dei negozi sul presupposto del mero accertamento della causa simulandi, senza accertare se effettivamente la volontà delle parti fosse diversa rispetto a quella espressa attraverso gli atti; in sostanza, secondo i ricorrenti, la corte avrebbe accolto una domanda di simulazione pur avendo in concreto accertato i presupposti di un’azione revocatoria;

che col terzo motivo – riferito alla violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c., in relazione all’art. 2721 c.c., nonchè al vizio di omessa ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia – si lamenta che la corte territoriale avrebbe errato nel ritenere provata la simulazione degli atti de quibus sulla scorta di una prova per presunzioni, non ostante che tale prova dovesse ritenersi inammissibile a mente dell’art. 2729 c.c., comma 2, che espressamente impedisce la prova per presunzioni nel caso (che, si argomenta nel mezzo di gravame, ricorrerebbe nella specie, in ragione del valore di contratti dedotti in giudizio) in cui sia preclusa la prova per testi;

che col quarto motivo si lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2727 c.c., nonchè il vizio di omessa ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia; nel mezzo di gravame vengono mosse plurime censure di merito alla motivazione della sentenza impugnata, contestando che le alienazioni potessero ritenersi finalizzate alla sottrazione dei beni alla garanzia dei creditori, in considerazione sia dell’epoca della relativa conclusione, sia della circostanza che nè fornitori, nè artigiani nè dipendenti si ereedinsinuati nel passivo fallimentare, evidentemente in quanto soddisfatti; contestando che fosse stata raggiunta la prova del mancato pagamento del prezzo; contestando la rilevanza dei rapporti di conoscenza reciproca tra gli amministratori delle società coinvolte nei trasferimenti;

che il secondo, terzo e quarto motivo possono essere trattati congiuntamente e vanno tutti da rigettati, in quanto essi risultano inammissibili sotto un duplice profilo;

che, sotto un primo profilo, l’indicata inammissibilità deriva dal rilevo che le censure proposte non attingono specificamente la statuizione de jure procedendi della sentenza gravata secondo cui il motivo di appello con cui era stato impugnato l’accertamento della simulazione operato dal primo giudice era inammissibile perchè “non incontra(va) in alcun modo la articolata motivazione svolta dal tribunale…” (pag. 24, penultimo rigo, della sentenza);

che, sotto un secondo profilo, l’indicata inammissibilità deriva anche dal rilevo che detti motivi si risolvono interamente (salvo un profilo del terzo motivo su cui infra) nella prospettazione di doglianze di puro merito che non possono trovare ingresso in sede di legittimità; la corte territoriale ha ritenuto i contratti dedotti in giudizio assolutamente simulati sulla base di un giudizio di fatto e tale giudizio non è stato censurato dai ricorrenti secondo il paradigma fissato dall’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo, qui applicabile ratione temporis, modificato dal D.L. n. 83 del 2012;

che l’unica censura propriamente riconducibile al vizio di violazione di legge – ossia quella, svolta nel terzo motivo, con cui si argomenta che la corte di appello non avrebbe potuto fondare il proprio giudizio su una prova per presunzioni, essendo tale prova preclusa dalla inammissibilità della prova per testi sui contratti de quibus (per essere tali contratti di valore superiore alla soglia di cui all’art. 2721 c.c.) – è infondata, giacchè la prova aveva ad oggetto non i contratti (provati per iscritto) ma la simulazione e la prova della simulazione può essere offerta per testi (e quindi anche per presunzioni) dai terzi (tra i quali va annoverata la curatela fallimentare di una parte contraente, quando agisca in rappresentanza del ceto creditorio, cfr. Cass. 11361/99);

che quindi in definitiva il ricorso va rigettato;

che le spese seguono la soccombenza;

che deve altresì darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, del raddoppio del contributo unificato D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna i ricorrenti a rifondere alla controricorrente le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 5.500, oltre Euro 200 per esborsi ed oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 6 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 17 dicembre 2018

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