Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32576 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 28/04/2021, dep. 08/11/2021), n.32576

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – rel. Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3377-2020 proposto da:

Y.K., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANTONIO

SALANDRA 18, presso lo studio dell’avvocato EMILIANO VARANINI, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di Roma, in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia ex lege in ROMA,

alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 4766/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 11/07/2019 R.G.N. 4266/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/04/2021 dal Consigliere Dott. MARGHERITA MARIA LEONE.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La corte di appello di Roma con sentenza pubblicata in data 11.7.2019, respingeva il ricorso proposto da Y.K., cittadino della (OMISSIS), avverso l’ordinanza con cui il Tribunale di Roma aveva rigettato la domanda di status di rifugiato, protezione sussidiaria o protezione per motivi umanitari proposta dall’interessato;

2.Ia Corte territoriale, per quel che qui interessa, precisava che:

Il ricorrente aveva posto a fondamento della domanda ragioni esclusivamente personali (partecipazione del padre ad un colpo di stato fallito con pericolo di vita per il ricorrente in caso di rientro in patria), senza prospettare eventuali minacce nei suoi confronti per ragioni religiose o politiche. Ciò determinava l’assenza di condizioni per lo status di rifugiato, come pure l’assenza delle condizioni per la concessione della protezione sussidiaria, attesa la esclusione di una situazione di violenza generalizzata in (OMISSIS), come da fonti internazionali attestato.

La corte escludeva altresì la protezione umanitaria in quanto non ancorata ad una specifica situazione di vulnerabilità del richiedente dallo stesso rappresentata, non potendosi ritenere rilevante, a tal fine, il solo inserimento lavorativo (peraltro a tempo determinato).

4. Il Ministero dell’Interno si costituiva al solo fine di presenziare, eventualmente all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

5. il ricorso è articolato in due motivi;

5.1. con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 19 e 32 del D.Lgs. n. 251 del 2007; D.P.R. n. 394 del 1999, art. 11, lett. c ter oltre art. 3, comma 1 e L. n. 110 del 2017; TUn. 286/98.

Il ricorrente lamenta la errata valutazione circa la non sussistenza delle ragioni di vulnerabilità. In particolare deduce che la Corte d’appello non aveva considerato il livello di integrazione sociale nel paese d’accoglienza e neppure, in via comparativa, la grave situazione in caso di rientro in paese d’origine, non svolgendo alcuna analisi comparativa.

5.2 Con il secondo motivo è dedotta la nullità della sentenza perché priva di adeguata motivazione e contraddittoria con riguardo alla accertata situazione di repressione del consenso e di tensioni sociali nel paese di origine.

I motivi possono essere trattati congiuntamente.

Questa Corte ha chiarito che “Ai fini del riconoscimento del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, la valutazione comparativa tra l’integrazione raggiunta in Italia e la situazione soggettiva ed oggettiva nella quale il richiedente verrebbe a trovarsi nel paese di origine ove fosse rimpatriato, deve essere effettuata, con riferimento a quest’ultima, avuto riguardo al rischio di lesione dei diritti fondamentali, dovendo il giudice del merito specificare in concreto l’esistenza o l’inesistenza di un rischio siffatto, dando conto di quali siano i diritti esposti a pericolo per effetto del rimpatrio (Cass. n. 18805/2020)

La valutazione richiesta al giudice deve essere dunque diretta ad un articolato esame circa la situazione di eventuale pericolo gravante sul richiedente in caso di rientro nel suo paese ed il livello di integrazione sociale raggiunto in Italia. Quanto alla prima condizione è stato anche specificato che “il giudice deve valutare la sussistenza di situazioni di vulnerabilità personale dello straniero derivanti dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale capace di determinare una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti inviolabili, considerando globalmente e unitariamente i singoli elementi fattuali accertati e non in maniera atomistica e frammentata” (Cass. n. 7599/2020).

Sulla scorta di tali principi l’indagine da compiere deve essere svolta anche con l’esercizio dei poteri istruttori affidati al giudice del merito in ragione del dovere di cooperazione istruttoria. Pertanto, una volta che il richiedente abbia allegato i fatti costitutivi del diritto, il giudice è tenuto, a prescindere dalla valutazione di credibilità delle sue dichiarazioni, a cooperare all’accertamento della situazione reale del paese di provenienza mediante l’esercizio di poteri officiosi di indagine e di acquisizione documentale, in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate, le cui fonti dovranno essere specificatamente indicate nel provvedimento, al fine di comprovare il pieno adempimento dell’onere di cooperazione istruttoria (Cass. n. 262/2021).

A tali oneri la Corte territoriale non ha dato pieno riscontro allorché, a fronte del racconto del ricorrente circa le ragioni di pericolo su di lui incombente per la partecipazione del padre ad un colpo di Stato fallito, ed il richiamo ad una accertata situazione di repressione del dissenso e tensione sociale, non ha svolto ulteriori approfondimenti istruttori, invece valutando, con evidente contraddizione logica, insussistenti le condizioni di violenza generalizzata o conflitto interno. Per altro verso il Giudice d’appello ha altresì considerato insufficiente la prova dell’integrazione del ricorrente in Italia, omettendo di considerare che la condizione di lavoro a tempo determinato, quale quella allegata dal ricorrente, è condizione di instabilità lavorativa che riguarda non soltanto i cittadini stranieri, ma anche molti cittadini italiani, e non può dunque essere elemento dirimente dimostrativo dell’assenza di integrazione stabile.

Per tali ragioni il ricorso deve essere accolto, cassata la sentenza e rinviata la causa alla Corte di appello di Roma, diversa composizione, per la decisione in applicazione dei principi richiamati, oltre che sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

Accoglie il ricorso, per quanto di ragione, cassa la sentenza e rinvia alla Corte di appello di Roma, diversa composizione, anche sulle spese di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’adunanza, il 28 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

 

 

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