Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32567 del 12/12/2019

Cassazione civile sez. trib., 12/12/2019, (ud. 27/06/2019, dep. 12/12/2019), n.32567

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. CORRADINI Grazia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15542-2016 proposto da:

AGENZIA DELLE DOGANE E DEI MONOPOLI in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

SIGEMI SRL;

– intimato –

Nonchè da:

SIGEMI SRL, elettivamente domiciliato in ROMA VIALE CASTRO PRETORIO

122, presso lo studio dell’avvocato IONIO DI IACOVO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente incidentale –

contro

AGENZIA DELLE DOGANE E DEI MONOPOLI in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente all’incidentale –

avverso la sentenza n. 530/2015 della COMM.TRIB.REG. di TORINO,

depositata il 14/05/2015;

udita la relazione della causa svolta CORRADINI nella camera di

consiglio del 27/06/2019 dal Consigliere Dott. GRAZIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza n. 23/6/2012 la Commissione Tributaria Provinciale di Alessandria rigettava il ricorso proposto da Srl SIGEMI contro l’avviso di pagamento prot. 2004 28433 emesso dall’Ufficio delle Dogane di Alessandria, notificato in data 19 ottobre 2004, per il recupero di Euro 551.719,57 per accise ed accessori, conseguente a segnalazione del Nucleo regionale di Polizia Tributaria attivata a seguito di denuncia per furto contro ignoti presentata il 12 dicembre 2003 dalla SIGEMI alla Procura della Repubblica di Alessandria per sottrazione e conseguente immissione in consumo di oli minerali in misura superiore alle quantità indicate nei documenti di trasporto e dichiarate ai fini del pagamento dell’accisa. La SIGEMI, quale depositario autorizzato di prodotti petroliferi, era stata ritenuta responsabile ai sensi del D.Lgs. n. 504 del 1995, art. 2, comma 4, ed altresì in virtù dell’assunzione di responsabilità di ogni rischio connesso alla circolazione dei prodotti soggetti ad accisa a seguito della autorizzazione dell’Ufficio alla dispensa dell’obbligo di firma per il pagamento delle accise gravanti sulle quantità immesse in consumo e scortate da documenti di trasporto difformi rispetto ai quantitativi effettivi.

La Commissione Tributaria Provinciale di Alessandria, davanti alla quale era stata nel frattempo depositata la sentenza penale del Tribunale di Alessandria, sezione distaccata di Novi Ligure, in data 21.3.2011, di assoluzione dal furto di tutti gli imputati perchè il fatto non sussiste, riteneva dovuta la accisa poichè dalla lettura delle norme, integrata con l’interpretazione autentica e giurisprudenziale, si poteva dedurre che, anche nella formulazione dell’art. 4 TUA vigente all’epoca del fatto, la fattispecie “furto” non era assimilabile alla perdita di prodotto, in virtù della ratio del sistema impositivo che non poteva consentire che i prodotti soggetti ad imposta potessero circolare liberamente nella Comunità, sia pure a causa di un atto illecito.

Investita dall’appello della contribuente – che aveva lamentato che non vi era certezza del fatto che vi fossero state o meno sottrazioni in mancanza di indicazione della fattispecie cui poteva essere equiparato il danno subito dalla società e che la sentenza di primo grado non aveva preso in esame le disposizioni vigenti all’epoca dei fatti, limitandosi a riportare pedissequamente quanto sostenuto dalla Agenzia delle Dogane – la Commissione Tributaria Regionale del Piemonte, con sentenza n. 530/31/2014 in data 30.4.2015, accoglieva l’appello e compensava fra le parti le spese del giudizio. Rilevava che la Corte di Giustizia della CE, con sentenza del 18 dicembre 2007 e la Corte di cassazione con pronunce anche più recenti, avevano ritenuto che la parola “perdita” contenuta nell’art. 4 TUA, da applicarsi anche ai fatti pregressi, in quanto norma di interpretazione autentica, doveva essere intesa nel significato di “dispersione” e non di “sottrazione” nella quale ultima dovevano essere compresi il furto e la rapina; per cui, essendosi il procedimento penale concluso con la sentenza di assoluzione perchè il fatto non sussiste, a seguito delle prove raccolte nel dibattimento da cui era emerso “che gli oli minerali possono essere soggetti a cali anche significativi in base a fattori atmosferici ed alle temperature e che anche l’analisi della Guardia di Finanza non aveva escluso che l’ammanco potesse essere stato causato da fattori naturali”, e dovendosi, quindi, escludere il “furto”, mancava la dimostrazione che il prodotto potesse essere stato messo in circolazione; con la ulteriore conseguenza che la accisa non era dovuta.

Contro la sentenza d’appello, depositata il 14.5.2015, non notificata, ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, la Agenzia delle Dogane con atto notificato tramite pec in data 13 giugno 2016.

Resiste con controricorso l’intimata che ha presentato altresì ricorso incidentale condizionato con due motivi.

Agenzia delle Dogame ha, a sua volta, presentato controricorso al ricorso incidentale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la Agenzia delle Dogane lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 654 c.p.p. e art. 324 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn 3 e 4, per avere la sentenza impugnata attribuito effetto di giudicato nel presente giudizio alla sentenza penale di assoluzione degli imputati “perchè il fatto non sussiste ai sensi del capoverso dell’art. 530 c.p.p.” per “deficit probatorio che induce seri dubbi circa la sussistenza dei fatti reato”, in contrasto con il principio di piena e reciproca autonomia del processo tributario da quello penale, facendone discendere erroneamente che “l’ammanco che ha originato la controversia non è stato considerato furto” e che in conseguenza “non c’è stata la dimostrazione che il prodotto potesse essere messo in circolazione”, per cui “le accise non sono dovute”.

2. Con il secondo motivo denuncia violazione degli artt. 1363,1364 e 1366 c.c. (mancata corrispondenza delle conclusioni motivate nella sentenza tributaria rispetto a quelle esternate nella sentenza penale), ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la sentenza impugnata interpretato in maniera estensiva l’oggetto del giudizio penale e le successive valutazioni compiute dallo stesso giudice, così violando le norme interpretatrici dei contratti applicabili a qualsiasi atto giuridico o dichiarazione ed in particolare il principio di interpretazione secondo buona fede degli atti giudiziari, poichè, al contrario di quanto sostenuto nella sentenza impugnata “per cui la Guardia di finanza non avrebbe escluso l’ammanco causato da fattori naturali” e quindi “non ci sarebbe stata dimostrazione che il prodotto fosse stato messo in circolazione”, in realtà dalla sentenza penale non si evinceva in alcun modo la sussistenza di cali significativi imputabili a possibili eventi atmosferici o termici, mentre emergevano gravi irregolarità imputabili alla SIGEMI Srl.

3. Con il terzo motivo si duole, infine, di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere i giudici di secondo grado omesso di esaminare il fatto storico della responsabilità imputabile alla contribuente, richiamato dalla Agenzia delle Dogane fin dal primo scritto difensivo e ripetuto in quelli successivi, con riguardo alle gravi carenze di sicurezza dei sistemi informatici della SIGEMI Srl ed alla omissione di controllo, aggravata dal fatto che, avendo la SIGEMI richiesto ed ottenuto il beneficio della autorizzazione alla dispensa dall’obbligo della forma dei DAS, si era assunta la responsabilità di ogni e qualsiasi rischio derivato dalla circolazione dei prodotti scortati dal documento così omesso e quindi anche della errata emissione, della non conformità all’effettivo trasporto e quant’altro connesso alla operazione, per come risultante dalla perizia tecnico informatica trascritta in parte nella sentenza penale, da cui emergeva che “l’accesso al portale non prevedeva alcuna protezione di sicurezza….” e che “nonostante la SIGEMI Srl deduca di avere scoperto il modo di operare per cui si rendeva possibile un’erogazione di olio minerale differente dal dovuto con conseguente danno economico, non ha intrapreso alcuna misura informatica atta ad evitare tale situazione. Alla data delle operazioni peritali la falla tecnica che permette l’alterazione delle informazioni è ancora esistente ed utilizzabile come dimostrato dalla simulazione del giorno 14 maggio 2008”. Si trattava poi, ad avviso della ricorrente, di fatto decisivo perchè, se la Commissione Tributaria Regionale ne avesse tenuto conto, con riguardo alla sussistenza del dolo o quanto meno della colpa in capo alla SIGEMI, sarebbe pervenuta prevedibilmente ad una pronuncia sfavorevole per la società, anche perchè era da escludere il calo tecnico o atmosferico, citato dalla sentenza impugnata nella parte finale, sia perchè la SIGEMI aveva spiegato la propria tesi difensiva solo con riguardo alla responsabilità di terzi ed alla ipotesi del furto in particolare, sia perchè la ipotesi del calo tecnico o atmosferico era smentita dal test effettuato dal perito del giudice penale.

4. Con il primo motivo di ricorso incidentale condizionato la contribuente lamenta, a sua volta, violazione della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7 e della L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere la sentenza della CTR accolto l’appello nel merito senza tuttavia dichiarare la nullità dell’avviso di pagamento per omessa allegazione della comunicazione del Comando del Nucleo Regionale di Polizia Tributaria menzionata nell’atto impugnato e mai comunicata al contribuente, il che comportava vizio di motivazione dell’atto che ne determinava l’annullamento. Con il secondo motivo, connesso al primo, deduce, poi, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, omessa pronuncia in relazione alla stessa questione proposta con il ricorso iniziale e riproposta con l’atto di appello, con violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato.

5. Partendo dall’esame del ricorso principale, il primo motivo è infondato.

5.2. La sentenza impugnata, dopo avere illustrato la normativa a suo avviso applicabile in caso di perdite, ammanchi, sottrazione e dispersione di prodotti petroliferi, ha ritenuto “fondamentale” ai fini della decisione la questione della natura dell'”ammanco” rilevato e denunciato dalla stessa società, posto che, se si fosse trattato di furto, la contribuente sarebbe stata tenuta al pagamento delle accise anche in base alla normativa vigente all’epoca dei fatti, poichè la ratio delle disposizioni normative era quella per cui i prodotti che possono essere messi in circolazione devono avere assolto il pagamento delle accise, ma nel caso in esame le prove emerse nel dibattimento penale comprovavano la tesi dell’ammanco ed esisteva pure una sentenza penale di assoluzione, passata in giudicato, “perchè il fatto non sussiste in ordine al reato di furto”; il che consentiva di escludere che l’ammanco potesse essere considerato furto ed imponeva l’accoglimento del ricorso iniziale del contribuente.

5.3. Il giudice di appello, nel riformare la sentenza di primo grado, ha fatto, in primo luogo, applicazione di corretti principi giuridici, discendenti dalla elaborazione giurisprudenziale della Corte di Giustizia e di questa Corte di Cassazione, per cui, in tema di accise, in caso di ammanchi, riconducibili a caso fortuito o a forza maggiore, che abbiano determinato la perdita o distruzione del bene in senso oggettivo, ossia in riferimento alla sua esistenza ed alla sua idoneità al consumo, è previsto l’abbuono dell’imposta, situazione che non ricorre ove il prodotto sia stato sottratto ad opera di terzi, trattandosi di circostanza che non ne esclude l’immissione nel circuito commerciale (v. per tutte Cass. Sez. 5, Sentenza n. 16966 del 11/08/2016 Rv. 640957 – 01). Tali principi non sono contestati dalla ricorrente Agenzia delle Dogane che invece, proprio partendo da essi, si duole della erronea applicazione del giudicato penale, recepito come giudicato nel giudizio tributario, in violazione dell’art. 654 c.p.p. che, anche nella interpretazione consolidata di questa Corte, non ha automatici effetti favorevoli al contribuente davanti al giudice tributario.

5.4. In effetti, ai sensi dell’art. 654 c.p.p., che ha implicitamente abrogato il D.L. n. 429 del 1982, art. 12 (convertito nella L. n. 516 del 1982), poi espressamente abrogato dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 25, l’efficacia vincolante del giudicato penale non opera automaticamente nel processo tributario, poichè in questo, da un lato, vigono limitazioni della prova (come il divieto della prova testimoniale) e, dall’altro, possono valere anche presunzioni inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna. Nessuna automatica autorità di cosa giudicata può quindi attribuirsi, nel separato giudizio tributario, neppure alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati tributari attribuiti allo stesso soggetto, ancorchè i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’Amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti del contribuente. Ne consegue che il giudice tributario non può limitarsi a rilevare l’esistenza di una sentenza definitiva in materia di reati tributari, estendendone automaticamente gli effetti con riguardo all’azione accertatrice del singolo ufficio tributario, ma, nell’esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti (art. 116 c.p.c.) deve, in ogni caso, verificarne la rilevanza nell’ambito specifico in cui esso è destinato ad operare (v. Cass. Sez. 5, Sentenza n. 3724 del 17/02/2010 Rv. 611826 – 01; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 28174 del 24/11/2017 Rv. 646971 – 01; Sez. 5, Sentenza n. 2938 del 13/02/2015 (Rv. 634894 -01).

5.5. Ciò è peraltro quanto è avvenuto nel caso in esame poichè la sentenza impugnata, al contrario di quanto sostenuto dalla Agenzia ricorrente, non ha fatto applicazione acritica del giudicato penale di assoluzione nel giudizio tributario, bensì è stata utilizzata dal giudice tributario come un semplice indizio od elemento di prova critica in ordine ai fatti in essa accertati sulla base delle prove raccolte nel relativo giudizio, liberamente valutabile in rapporto alle ulteriori risultanze istruttorie, anche di natura presuntiva, che erano presenti in causa, tanto è vero che ha richiamato e fatte proprie le risultanze del dibattimento, rilevando espressamente che “era emerso che gli oli minerali possono essere soggetti a cali anche significativi in base a fattori atmosferici ed alle temperature e che anche l’analisi della Guardia di Finanza non aveva escluso che l’ammanco potesse essere stato causato da fattori naturali”, il che, mancando la prova che fosse stato commesso il “furto”, escludeva che il prodotto potesse essere stato messo in circolazione ed escludeva altresì la debenza delle accise.

5.5. La sentenza impugnata si è quindi confrontata con le prove emerse in causa, il che era doveroso alla luce della ipotesi del furto che era stato denunciato dalla stessa SIGEMI, ed, a seguito di valutazione critica del materiale probatorio acquisito agli atti (art. 116 c.p.c.), ha tratto il convincimento che si fosse trattato di un ammanco; e ciò costituisce un giudizio di fatto non censurabile in sede di legittimità in quanto riservato al giudice di merito.

5.6. Il primo motivo di ricorso è quindi infondato.

6. Il secondo motivo, basato sulla violazione di legge, è invece inammissibile poichè tale vizio consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità (v., da ultimo, Sez. 1 -, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019 Rv. 652549 – 02; Sez. 1 -, Ordinanza n. 24155 del 13/10/2017 Rv. 645538 – 03 e numerose altre conformi); come è avvenuto nel caso in esame in cui la ricorrente lamenta la erronea interpretazione delle risultanze del processo penale data dal giudice tributario, deducendo sostanzialmente che il giudice avrebbe male esercitato il prudente apprezzamento della prova, per cui la censura sarebbe stata consentita soltanto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (v. Cass. n. 13960 del 19/06/2014 Rv. 631646 – 01).

7. Quanto al terzo motivo – premesso che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 è stato richiamato correttamente dalla ricorrente nella attuale riformulazione ad opera del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv. in L. n. 134 del 2012, vigente ratione temporis al momento del ricorso per cassazione, presentato nel 2016, per cui si può dedurre il vizio solo “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti” – occorre rilevare che la novella introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

7.1. L’interpretazione di questa Corte ha chiarito che costituisce un “fatto”, agli effetti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non una “questione” o un “punto”, ma un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, un preciso accadimento ovvero una precisa circostanza naturalistica, un dato materiale, un episodio fenomenico rilevante (Cass. Sez. 1, 04/04/2014, n. 7983; Cass. Sez. 1, 08/09/2016, n. 17761; Cass. Sez. 5, 13/12/2017, n. 29883; Cass. Sez. 5, 08/10/2014, n. 21152; Cass. Sez. U., 23/03/2015, n. 5745; Cass. Sez. 1, 05/03/2014, n. 5133). Non costituiscono, viceversa, “fatti”, il cui omesso esame possa cagionare il vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: le argomentazioni o deduzioni difensive (Cass. Sez. 2, 14/06/2017, n. 14802: Cass. Sez. 5, 08/10/2014, n. 21152); gli elementi istruttori; una moltitudine di fatti e circostanze, o il “vario insieme dei materiali di causa” (Cass. Sez. L, 21/10/2015, n. 21439). E’ quindi inammissibile l’invocazione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo applicabile al caso in esame ratione temporis, per sostenere il mancato esame di deduzioni istruttorie, di documenti, di eccezioni ovvero di semplici allegazioni difensive a contenuto tecnico o per lamentarsi di una “motivazione non corretta” o ancora per lamentare “una o più questioni giuridiche sottoposte all’esame dei giudici di secondo grado nell’ambito di quella domanda o di quella eccezione”.

7.2. Nel caso in esame la Agenzia ricorrente lamenta, solo sotto il profilo della violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame della questione delle responsabilità imputabili alla SIGEMI, come dedotta dalla Agenzia in causa e come risultante dalle valutazioni del perito nominato dal giudice penale, versate in causa e recepite nella sentenza penale. Il motivo così come formulato rivela quindi diffusi profili di inammissibilità poichè si risolve nella censura della mancata considerazione di documenti, di eccezioni, di difese a contenuto tecnico, onde lamentare “la mancata analisi delle responsabilità imputabili alla SIGEMI Srl”, come indicato a pagina 7 del ricorso per cassazione; il che non integra il vizio come dedotto.

8. Deve essere infine ritenuto inammissibile il ricorso incidentale condizionato con il quale la parte vittoriosa nel giudizio di merito solleva, come nel caso in esame, questioni che siano rimaste assorbite, avendo il giudice di merito attinto la “ratio decidendi” da altre questioni di carattere decisivo, in quanto tali questioni, in caso di accoglimento del ricorso principale, possono essere riproposte davanti al giudice di rinvio (v. Cass. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 19503 del 23/07/2018 Rv. 650157 – 01; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 3796 del 15/02/2008 Rv. 602188 – 01).

8. Il ricorso deve essere pertanto rigettato. Ferma restando la compensazione delle spese già disposta per il giudizio di merito, le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza della ricorrente, mentre non sussistono i presupposti per l’applicazione della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1.17, con il quale è stato modificato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, mediante l’inserimento del comma 1-quater, poichè tale disposizione non può trovare applicazione nei confronti delle Amministrazioni dello Stato che, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (v., per tutte, Cass. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 1778 del 29/01/2016 (Rv. 638714 – 01).

P.Q.M.

La Code, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del presente giudizio che liquida in Euro 10.000, oltre spese generali nella misura forfettaria del 15% e accessori.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Code di cassazione, il 27 giugno 2019.

Depositato in cancelleria il 12 dicembre 2019

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