Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32566 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 23/09/2021, dep. 08/11/2021), n.32566

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1463-2016 proposto da:

D.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ZEBIO n.

28, presso lo studio dell’avvocato ROSARIO LIVIO ALESSI,

rappresentato difeso dall’avvocato RAIMONDO MAIRA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE DELL’UNIVERSITA’ RICERCA, in persona del

Ministro pro tempore rappresentato e difeso DALL’AVVOCATURA GENERALE

DELLO STATO presso i cui uffici domicilia in ROMA ALLA VIA DEI

PORTOGHESI 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 811/2015 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 17/07/2015 R.G.N. 686/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/09/2021 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI.

 

Fatto

RITENUTO

1. La Corte d’Appello di Catania, con la sentenza n. 811/15, pronunciando sull’appello riassunto da D.M.L. nei confronti del MIUR a seguito della sentenza di questa Corte n. 12364 del 2012, che aveva cassato con rinvio la sentenza del 10 ottobre 2007 emessa tra le parti della Corte d’Appello di Caltanissetta, in riforma della sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Caltanissetta il 26 maggio 2005 ha rigettato le originarie domande proposte dal lavoratore.

2. Il Tribunale di Caltanissetta aveva accolto il ricorso proposto dal D.M., appartenente al personale amministrativo, tecnico ed ausiliario della scuola (ATA), ed aveva dichiarato il diritto dello stesso, L. n. 124 del 1999, ex art. 8, comma 2, al riconoscimento a fini giuridici ed economici dell’intera anzianità di servizio maturata presso l’ente locale di provenienza, condannando, di conseguenza, il MIUR al pagamento delle differenze retributive con decorrenza dal gennaio 2000.

3. La Corte d’Appello di Catania, riassunti i fatti di causa, ha premesso che la sentenza rescindente, con la quale era stata cassata la sentenza del 10 ottobre 2007 della Corte d’Appello di Caltanissetta che aveva rigettato la domanda, aveva demandato al giudice del rinvio di accertare se al momento del passaggio dall’Ente locale allo Stato si fosse verificata una riduzione sostanziale del trattamento retributivo, ed aveva precisato che il confronto doveva essere globale, cioè non limitato ad uno specifico istituto, e che non potevano assumere rilievo eventuali disparità di trattamento con i lavoratori già in servizio presso il cessionario.

4. La Corte territoriale ha evidenziato che, sulla base del principio di diritto enunciato dalla pronuncia rescindente, non poteva trovare accoglimento la domanda, ancora riproposta in sede di rinvio, di riconoscimento integrale dell’anzianità pregressa al fine di ottenere un trattamento retributivo pari a quello di un dipendente statale con eguale anzianità, posto che il criterio escluso dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, non era stato ritenuto necessario per conformare l’ordinamento interno al diritto dell’Unione.

5. Il giudice del rinvio ha poi rilevato che le generiche allegazioni, contenute nell’originario ricorso introduttivo, in merito ad un peggioramento subito per effetto del passaggio, non trovavano riscontro nella documentazione prodotta perché dall’esame dei cedolini paga relativi al periodo immediatamente precedente (settembre/dicembre 1999) e successivo (gennaio 2000) al trasferimento nei ruoli statali emergeva che il complessivo trattamento retributivo corrisposto al lavoratore era rimasto immutato. Ha ritenuto, pertanto, inammissibile la richiesta di consulenza tecnica d’ufficio in ragione del suo carattere esplorativo.

6. Per la cassazione della sentenza di appello ha proposto ricorso D.M.L., prospettando due motivi di ricorso, assistiti da memoria.

7. Resiste con controricorso il MIUR.

Diritto

CONSIDERATO

1. Con il primo motivo di ricorso il lavoratore denuncia, ex art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5, violazione e falsa applicazione degli artt. 394 e 384 c.p.c., con conseguente “violazione e falsa applicazione della L. 23 dicembre 2005 poiché in violazione del precetto dell’art. 117 Cost., comma 1 e dell’art. 6Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali nonché in violazione delle generali norme di interpretazione”;

“omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

1.1. Sostiene che la Corte territoriale, in quanto giudice del rinvio, doveva limitarsi ad applicare il principio affermato nella sentenza rescindente e non fornire una nuova interpretazione della L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, tra l’altro in contrasto con quanto affermato dalla Corte di legittimità, e dalla Corte di Giustizia con la sentenza del 6 settembre 2011.

2. La seconda censura, formulata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, addebita alla sentenza impugnata la violazione e falsa applicazione degli artt. 115,116,61,424 e 441 c.p.c., in relazione agli artt. 384 e 394 c.p.c.;

motivazione omessa e contraddittoria circa un fatto decisivo per il giudizio.

2.1. Sostiene il ricorrente che il peggioramento retributivo non poteva essere escluso perché “il mancato riconoscimento di una anzianità di così molti anni doveva e deve necessariamente portare ad una differenza retributiva peggiorativa a far data dal trasferimento al MIUR” ed aggiunge che l’indagine doveva essere condotta nel rispetto dei principi indicati dalla Corte di Giustizia, disponendo, eventualmente, l’invocata consulenza tecnica d’ufficio.

3. Il ricorso è inammissibile in entrambe le sue censure, trovando applicazione i principi già enunciati da questa Corte nella ordinanza n. 14691 del 2021.

Occorre premettere che, in caso di ricorso proposto avverso la sentenza emessa in sede di rinvio, ove sia in discussione la portata del decisum della pronuncia rescindente, la Corte di cassazione, nel verificare se il giudice di rinvio si sia uniformato al principio di diritto da essa enunciato, deve interpretare la propria sentenza in relazione alla questione decisa ed al contenuto della domanda proposta in giudizio dalla parte (Cass., n. 3955 del 2018).

4. Nel caso di specie, questa Corte, con la sentenza n. 12364 del 2012, pronunciata all’esito degli interventi della Corte di Giustizia (sentenza 6 settembre 2011 in causa C-108/10, Scattolon) e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (sentenza 7 giugno 2011, Agrati), non ha affatto demandato al giudice del rinvio di disapplicare la L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, perché in contrasto con l’art. 117 Cost. e art. 6 CEDU, né ha affermato che, in caso di accertata reformatio in peius, doveva essere integralmente riconosciuta l’anzianità posseduta, perché ha chiesto al giudice del merito di “verificare la sussistenza o meno di un peggioramento retributivo sostanziale all’atto del trasferimento” ed i criteri fissati ai fini della comparazione sono solo quelli indicati al punto 11 della pronuncia, ove si precisa che il confronto deve essere globale, riferito al momento del passaggio, e che non rilevano eventuali disparità di trattamento con i dipendenti già in servizio presso il cessionario.

5. Il richiamato accertamento è stato effettuato dal giudice del rinvio che, da un lato ha rilevato che il ricorrente aveva solo genericamente affermato che era stato leso il proprio diritto a conservare il trattamento stipendiale in precedenza goduto, dall’altro ha esaminato la documentazione prodotta ed ha accertato che dal confronto fra le retribuzioni percepite prima e dopo il trasferimento non emergevano sostanziali differenze.

Tale accertamento non è adeguatamente contestato atteso che il ricorrente si limita a fare riferimento a documentazione relativa al trattamento economica senza riprodurne il contenuto e indicarne il luogo di produzione in giudizio con la conseguente inammissibilità del profilo di censura, in mancanza del rispetto degli oneri di specificazione e di allegazione di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, e art. 369 c.p.c., n. 4.

6. Il ricorso, nella parte in cui addebita alla Corte d’Appello il vizio motivazionale e di avere erroneamente rigettato la richiesta di consulenza tecnica d’ufficio, è inammissibile perché la censura esorbita dai limiti del riformulato art. 360 c.p.c., n. 5 (applicabile alla fattispecie ratione temporis perché la sentenza impugnata è stata pubblicata il 17 luglio 2015), che attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo nel senso che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia.

6.1. L’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, non integra l’omesso esame circa un fatto decisivo previsto dalla norma, quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti.

6.2. Il motivo, quindi, è validamente formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, solo qualora il ricorrente indichi il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass., S.U., n. 8053 del 2014; Cass., S.U., n. 9558 del 2018; Cass., S.U., n. 33679 del 2018; Cass., S.U., n. 34476 del 2019).

6.3. Le richiamate condizioni non ricorrono, all’evidenza, nella fattispecie perché il fatto storico, il cui accertamento è stato demandato dal giudice del merito, è stato esaminato dalla Corte territoriale.

7. Il ricorrente, inoltre, nel sostenere che “il mancato riconoscimento di una anzianità di così molti anni doveva e deve necessariamente portare ad una differenza retributiva peggiorativa”, mostra di non comprendere la ratio della sentenza rescindente e della pronuncia della Corte di Giustizia perché il peggioramento retributivo vietato dalla Direttiva 77/187 CEE può sussistere solo qualora emerga che la retribuzione goduta presso l’ente di provenienza sia superiore a quella liquidata dal cessionario.

8. Il ricorso, anche nella parte in cui denuncia la violazione dell’art. 117 Cost., in relazione all’art. 6 della CEDU, finisce per rimettere in discussione il principio di diritto affermato dalla pronuncia rescindente che, resa dopo l’intervento della Corte di Giustizia e della Corte E.D.U. (la sentenza è stata pubblicata il 18 luglio 2012, successivamente alla pubblicazione della sentenza Agrati ed altri contro Italia del 7 giugno 2011), ha ribadito l’efficacia retroattiva della L. n. 266 del 2005, art. 1 ha richiamato i quattro interventi del Giudice delle leggi, che hanno escluso profili di illegittimità costituzionale della norma di interpretazione autentica; ha ritenuto che il complesso normativo fosse, appunto, costituito dalle leggi n. 124/1999 e 266/2005 e che, sulla base del diritto Eurounitario, come interpretato dalla Corte di Lussemburgo, la domanda potesse trovare accoglimento solo nell’ipotesi di accertato peggioramento retributivo sostanziale.

8.1. A norma dell’art. 384 c.p.c., comma 1, l’enunciazione del principio di diritto vincola il giudice di rinvio che ad esso deve uniformarsi, con conseguente preclusione della possibilità di rimettere in discussione questioni, di fatto o di diritto, che siano il presupposto di quella decisione, e di tener conto di eventuali mutamenti giurisprudenziali della stessa Corte, anche a Sezioni Unite, non essendo consentito in sede di rinvio sindacare l’esattezza del principio affermato dal giudice di legittimità (cfr., fra le tante, Cass. n. 11290 del 1999; Cass. n. 16518 del 2004; Cass. n. 23169 del 2006; Cass. n. 17353 del 2010; Cass. n. 1995 del 2015).

8.2. Dall’irretrattabilità del principio di diritto discende che la Corte di Cassazione, nuovamente investita del ricorso avverso la sentenza pronunziata dal giudice di merito, deve giudicare muovendo dalla regula iuris in precedenza enunciata, perché l’efficacia vincolante, che si estende anche alle premesse logico-giuridiche della decisione adottata oggetto di giudicato implicito interno (Cass.,. n. 17353/2010 e n. 20981/2015), viene meno solo qualora la norma, in epoca successiva alla pubblicazione della pronuncia rescindente, sia stata dichiarata costituzionalmente illegittima ovvero sia divenuta inapplicabile per effetto di ius superveniens (cfr., fra le tante Cass. n. 20128 del 2013; n. 13873 del 2012; n. 17442 del 2006).

8.3. Tali ultime condizioni non ricorrono nel caso di specie, perché le sentenze della Corte EDU successive a quella Agrati ne hanno ribadito il principio e, pertanto, il quadro normativo è rimasto immutato rispetto a quello apprezzato dalla sentenza rescindente, che ha con chiarezza indicato i limiti del giudizio di rinvio, subordinando l’accoglimento dell’originaria domanda all’esito dell’accertamento di fatto, effettuato dalla Corte territoriale in termini negativi per l’originario ricorrente.

9. In via conclusiva il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

10. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

11. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1- quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1- quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 23 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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