Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3256 del 02/02/2022

Cassazione civile sez. I, 02/02/2022, (ud. 19/11/2021, dep. 02/02/2022), n.3256

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35794/2018 proposto da:

CAL.ALMONDS Co S.r.l., in persona dell’ammin.re unico pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Via del Vestali n. 4, presso lo

studio dell’avvocato Sciannameo Francesca, rappresentata e difesa

dagli avvocati D’Amico Giovanni, Polimeni Natale, giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Olam International Limited, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via Pinciana n. 25,

presso lo studio dell’avvocato Giangrossi Ilario, che la rappresenta

e difende, giusta procura speciale per Notaio O.T.L.L. di

Singapore del 26.12.2018, autenticata dall’Ambasciata d’Italia –

Singapore il 10.1.2019;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6687/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/11/2021 dal cons. DI MARZIO MAURO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. – Cal. Almonds Co. S.r.l. ricorre per due mezzi, nei confronti di Olam International Limited, contro la sentenza del 23 dicembre 2018, con cui la Corte d’appello di Roma, pronunciando in accoglimento dell’opposizione spiegata ai sensi dell’art. 840 c.p.c., da Olam International Limited, ha dichiarato efficace in Italia il lodo del 21 luglio 2016 dall’arbitro unico di The Nut Association, nella persona di L.O., recante condanna dell’odierna ricorrente al pagamento, in favore della controparte, della somma di USD 3.616.342,90, oltre accessori, a titolo di corrispettivo per la fornitura di mandorle.

2. – Olam International Limited resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

3. – Il primo mezzo denuncia violazione dell’art. 840, comma 3, n. 1, censurando la sentenza impugnata sul rilievo che la Corte d’appello erroneamente ritenuto la sussistenza della clausola compromissoria, che invece non sarebbe mai stata stipulata con la necessaria forma scritta.

Pur riconoscendo che il contratto possa limitarsi a rinviare a una clausola compromissoria contenuta in un documento separato che le parti fanno proprio, ha tuttavia sostenuto la ricorrente che intanto la relatio tra contratto e clausola compromissoria potrebbe essere istituita, in quanto il contratto rivesta la forma scritta e, pertanto, rechi la sottoscrizione dei due contraenti, requisito, questo, che nella specie mancherebbe, come sarebbe agevole verificare visionando i contratti esibiti dalla stessa controparte, posto che si tratterebbe di “conferme di ordine” che conterrebbero la sottoscrizione di Olam International Limited, ma non anche quella di Cal. Almonds Co. S.r.l.: in particolare si sostiene che la Corte territoriale avrebbe parlato di “conferme d’ordine siglate da Cal. Almonds Co…. quasi a far intendere che questo sia sufficiente a far considerare rispettata la “forma scrittà. Senonché, anche questa affermazione contiene un clamoroso travisamento dei fatti, perché la “sigla di ” (peraltro, illeggibili) che si intravede nella (sola) prima pagina delle suddette conferme d’ordine… non è comunque riferibile a Cal. Almonds Co.. Perché se così fosse stato, esso avrebbe dovuto essere apposta in corrispondenza della dicitura (a fine contratto):”Authorised signatory for Cal. Almonds Co. S.r.l.””.

Nel corpo del motivo si esamina poi il tema della legge applicabile alla clausola arbitrale, e si evidenzia che anche la legge inglese prevede che le clausole compromissorie debbano essere stipulate per iscritto, in conformità, del resto, all’articolo II della Convenzione di New York del 10 giugno 1958 per il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze arbitrali straniere.

Il secondo mezzo denuncia violazione dell’art. 840 c.p.c., comma 3, n. 1. Secondo la ricorrente detta violazione sarebbe riscontrabile in ragione, di “una serie di anomalie” che avrebbero scandito tutto il procedimento arbitrale e che contrasterebbero in maniera evidente con fondamentali principi di ordine pubblico. Tra queste – oltre a questioni minori, come il fatto che l’accesso agli arbitri fosse stato effettuato attraverso una semplice e-mail ordinaria – vi sarebbero almeno due aspetti da considerare: in primo luogo il fatto che il lodo fosse stato pronunciato da un arbitro unico, e che tale arbitro fosse stato scelto da una sola delle parti, ossia Olam International Limited, giacché, quantunque la nomina fosse il frutto dell’applicazione di una regola contenuta nell’art. 3, lett. b, delle Rules of Arbitration della TNA (The Nut Association), alle quali le parti avrebbero fatto riferimento, ciò si vorrebbe nondimeno in palese contrasto con un principio di ordine pubblico, che esige che sia garantita l’imparzialità dell’organo giudicante; in secondo luogo il fatto che l’art. 4 del citato Regolamento stabilisse che: “Le parti dell’arbitrato non possono essere rappresentate da alcun membro della professione legale”, sicché l’arbitro unico aveva rifiutato di prendere in considerazione documentazione prodotta da essa ricorrente e sottoscritta da un avvocato.

4. – Olam International Limited ha anzitutto dedotto l’inammissibilità del ricorso per difetto del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 6, e, più in generale, per difetto di autosufficienza del ricorso avversario.

RITENUTO CHE:

5. – Il ricorso è inammissibile.

5.1. – E’ difatti fondata l’eccezione di inammissibilità, formulata dalla controricorrente, per difetto dei requisiti di cui all’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6.

5.1.1. – Vale osservare che il ricorso, alle pagine 2-5, contiene una premessa in fatto in cui si dà atto del ricorso proposto ai sensi dell’art. 839 c.p.c., da Olam International Limited al fine di ottenere il riconoscimento del lodo, e si trascrive il provvedimento presidenziale che aveva respinto il ricorso. Dopo di che la ricorrente ha trascritto le conclusioni prese nell’atto di opposizione dalla stessa Olam International Limited e quelle spiegate da essa Cal. Almonds Co. S.r.l.. Si dà atto infine dell’accoglimento dell’opposizione e si trascrive il dispositivo della sentenza impugnata.

Ne discende che nulla è detto del giudizio arbitrale conclusosi con il lodo oggetto della domanda di riconoscimento: di guisa che, dall’espositiva del ricorso, non riesce ad intendersi né quale fosse il rapporto tra le parti, né come tra le stesse fosse insorta controversia, né quale fosse il contenuto della clausola arbitrale invocata da Olam International Limited, né come si sia dipanato il giudizio arbitrale. Orbene, l’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, stabilisce che: “Il ricorso per cassazione deve contenere a pena di inammissibilità… 3) l’esposizione sommaria dei fatti della causa”, ossia dei fatti della controversia, sia sostanziali sia processuali, i quali vanno narrati in quanto rilevanti per la decisione di legittimità e, in ogni caso, in modo sommario, ossia riassuntivo. Per soddisfare il requisito imposto dalla norma il ricorso per cassazione deve indicare, in modo chiaro ed esauriente, sia pure non analitico e particolareggiato, i fatti di causa da cui devono risultare le reciproche pretese delle parti con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano in modo da consentire al giudice di legittimità di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto senza dover ricorrere ad altre fonti e atti del processo.

In proposito questa Corte ha anche di recente ribadito che: “Con particolare riferimento al requisito della “esposizione sommaria dei fatti della causa”… va osservato che tale requisito è posto, nell’ambito del modello legale del ricorso, non tanto nell’interesse della controparte, quanto in funzione del sindacato che la Corte di cassazione è chiamata ad esercitare e, quindi, della verifica della fondatezza delle censure proposte. Esiste pertanto un rapporto di complementarità tra il requisito della “esposizione sommaria dei fatti della causa” di cui l’art. 366 c.p.c., n. 3, e quello… della “esposizione dei motivi per i quali si chiede la cassazione …, essendo l’esposizione sommaria dei fatti funzionale a rendere intellegibili, da parte della Corte, i motivi di ricorso di seguito formulati. In altri termini, secondo il “modello legale” apprestato dall’art. 366 c.p.c., la Corte di cassazione, prima di esaminare i motivi, dev’essere posta in grado, attraverso una riassuntiva esposizione dei fatti, di avere contezza sia del rapporto giuridico sostanziale originario da cui è scaturita la controversia, sia dello sviluppo della vicenda processuale nei vari gradi di giudizio di merito, in modo da poter procedere poi allo scrutinio dei motivi di ricorso munita delle conoscenze necessarie per valutare se essi siano deducibili e pertinenti; valutazione -questa – che è possibile solo se chi esamina i motivi sia stato previamente posto a conoscenza della vicenda sostanziale e processuale in modo complessivo e sommario, mediante una “sintesi” dei fatti che si fondi sulla selezione dei dati rilevanti e sullo scarto di quelli inutili… Per quanto rileva ai fini dello scrutinio del presente ricorso, va osservato che l’esposizione dei fatti della causa deve precedere i motivi di ricorso ed essere autonoma rispetto ad essi…; ciò si ricava dal significato della diversa e susseguente numerazione che, nell’ambito dell’art. 366 c.p.c. e del “modello legale” di ricorso da esso configurato, è attribuita a “l’esposizione sommaria dei fatti della causa” ed a “i motivi per i quali si chiede la cassazione, con l’indicazione delle norme su cui si fondano”, rispettivamente indicati ai numeri 3) e 4) della disposizione codicistica; e si ricava prima ancora dalla anzidetta funzione complementare e strumentale della esposizione sommaria dei fatti rispetto alla comprensione dei motivi” (così Cass. 24 aprile 2018, n. 10072; sulla scia di Cass., Sez. Un., 22 maggio 2014, n. 11308; ed in seguito Cass. 3 novembre 2020, n. 24432; Cass. 12 marzo 2020, n. 7025; nel senso che lo svolgimento del processo può desumersi dai motivi, ma pur sempre a condizione che sia rispettato il necessario parametro di chiarezza, Cass. 28 giugno 2018, n. 17036, con la giurisprudenza ivi richiamata).

5.1.2. – Il ricorso è inoltre carente del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, il quale richiede la specifica indicazione degli atti processuali e dei documenti (oltre che dei contratti e accordi collettivi) sui quali il ricorso si fonda.

La norma “costituisce il precipitato normativo del c.d. principio di autosufficienza” (Cass. 25 marzo 2013, n. 7455 e la giurisprudenza ivi richiamata; da ult. tra le tante Cass. 30 giugno 2020, n. 12997; Cass. 12 giugno 2020, n. 11370), avendo la novella che ha introdotto la disposizione (il D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 5) offerto una formulazione definita e puntuale del principio medesimo, già da tempo affermatosi.

Indicare specificamente un atto o documento significa anzitutto dire qual è il suo contenuto: in ciò il principio di autosufficienza costituisce presidio, accanto e prima ancora che della specificità dei motivi (Cass., Sez. Un., 22 maggio 2012, n. 8077), della stessa intelligibilità del ricorso per cassazione, tenuto conto che “la sanzione di inammissibilità trova la sua giustificazione nella necessaria autonomia del ricorso che deve mettere in grado il giudicante di rendersi conto dell’oggetto della controversia, in relazione alle esposte censure, senza indagini determinate da indicazioni per relationem, e con la certezza dell’esatto intendimento del ricorrente e dei punti della decisione oggetto di censura” (Cass. 16 luglio 1964, n. 1939).

Indicare specificamente un atto o documento significa ancora, come le Sezioni Unite di questa Corte hanno già avuto ripetutamente modo di chiarire, che il rispetto delle citata disposizione, l’art. 366 c.p.c., n. 6, da misurarsi con riguardo alla singola censura (Cass., Sez. Un., 5 luglio 2013, n. 16887), esige che sia specificato in quale sede processuale nel corso delle fasi di merito il documento, pur eventualmente individuato in ricorso, risulta prodotto dovendo poi esso essere, ulteriormente, anche allegato al ricorso a pena d’improcedibilità, in base alla previsione del successivo art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (Cass., Sez. Un., 2 dicembre 2008, n. 28547). Come è stato ribadito, l’osservanza del requisito della specifica indicazione degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda, requisito previsto dall’art. 366 c.p.c., n. 6, richiede “che sia specificato in quale sede processuale il documento, pur indicato nel ricorso, risulta prodotto, poiché indicare un documento significa necessariamente, oltre che specificare gli elementi che valgono ad individuarlo, dire dove nel processo è rintracciabile” (Cass., Sez. Un., 25 marzo 2010, n. 7161; di recente, tra le tantissime, sulla stessa linea, Cass. n. 9341 del 2020; Cass. n. 2520, Cass. n. 2020 e n. 710 del 2020; Cass. n. 28712 del 2019; Cass. n. 17337 del 2019).

Si discorre a tal riguardo di un onere di “localizzazione processuale” (v. da ult. Cass., Sez. Un., 9 novembre 2021, n. 32673, nonché, limitando le citazioni a pronunce delle ultime settimane, Cass. n. 31796 del 2021, Cass. n. 31756 del 2021, Cass. n. 31590 del 2021, Cass. n. 31377 del 2021, Cass. n. 29667 del 2021, onere concernente anche gli atti e documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio, riguardo ai quali è ferma l’esigenza di specifica indicazione dei dati necessari al reperimento: Cass. 11 gennaio 2016, n. 195). Non è superfluo aggiungere che dettò onere di “localizzazione processuale”, intuitivamente indispensabile alla Corte di cassazione per svolgere il proprio compito essendo stata posta in condizione di individuare ciascun atto o documento senza effettuare soverchie ricerche, è agevolmente soddisfatto, con un minimo sforzo di diligenza, attraverso l’indicazione, con riguardo a ciascun atto o documento, del fascicolo (di quale delle parti, ovvero d’ufficio, di primo o di secondo grado) in cui esso è rinvenibile, con l’indicazione della collocazione entro il fascicolo (adempimento, perciò, armonico con il principio di effettività della tutela giurisdizionale, sancito dalla Convenzione EDU: Cass. 3 gennaio 2020, n. 27; Cass. 25 marzo 2015, n. 7455) In tal senso merita richiamare altresì la recente Corte EDU, sez. I, 28 ottobre 2021, n. 55064/11, la quale ha preso atto del principio di autonomia del ricorso per cassazione, e del collegato principio di autosufficienza, ed ha sì ritenuto, al p. 95, che in uno dei casi tra i tre ivi esaminati vi fosse “violation de l’article 6 p. 1 de la Convention”, ma senza mettere in discussione il principio, bensì la concreta applicazione che nella specie ne era stata fatta, avendo la Corte ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione per la mancata indicazione, all’interno dei motivi, delle norme violate e dei documenti citati, mentre, invece, le norme erano indicate e i documenti richiamati attraverso la numerazione del fascicolo di primo grado, e dunque in una situazione tale da integrare, in effetti, vizio revocatorio: in breve, per la Corte EDU, il principio di autosufficienza, con i conseguenti oneri a carico del ricorrente, è giudicata legittima e opportunamente concepita allo scopo di salvaguardare il ruolo della Corte di cassazione di giudice della nomofilachia, anche se la sua applicazione concreta non deve essere improntata ad un formalismo esorbitante, come accadeva, secondo la stessa Corte EDU, quando l’autosufficienza, secondo un indirizzo superato, era declinata quale obbligo di trascrizione integrale degli atti e documenti.

Nel caso di specie, è assorbente il rilievo che gli atti su cui il ricorso si fonda non sono “localizzati”:

-) non lo è il contratto (la conferma di ordine, siccome definita dalla ricorrente) Cal. Almonds Co. S.r.l.-Olam International Limited: a pagina 8 del ricorso si fa riferimento ad un “doc. 03 allegato da controparte”, ma, oltre a non spiegarsi dove il documento sia stato allegato, non si chiarisce neppure se esso sia disponibile per la Corte di cassazione;

-) non lo è il lodo arbitrale;

-) non lo sono gli atti del giudizio arbitrale è quali dovrebbero risultare le denunciate violazioni del principio del contraddittorio;

-) non lo sono gli atti che Cal. Almonds Co. S.r.l. avrebbe inviato all’arbitro e che questi avrebbe denegato di esaminare perché provenienti da un avvocato.

Ciò con la precisazione che, a pagina 19 del ricorso si dichiara di depositare “i seguenti atti processuali e i documenti su cui il ricorso è fondato: 1. Fascicolo di parte relativo al giudizio dinanzi alla corte di appello di Roma, n. 619/2017 e atti relativi”: il che costituisce paradigmatica violazione della norma che onera il ricorrente per cassazione della “specifica” indicazione degli atti e dei documenti su cui il ricorso si fonda.

5.2. – Quanto precede esime dall’osservare che entrambi i motivi di ricorso sono inammissibili.

5.2.1. – Il primo motivo è tutto incentrato su una considerazione fattuale, consistente in ciò, che mancherebbe la sottoscrizione di Cal. Almonds Co. S.r.l. sul documento cui la ricorrente si riferisce.

Ma la Corte d’appello ha chiaramente ritenuto l’esistenza di un documento contrattuale recante la sottoscrizione di ambo le parti laddove, dopo avere premesso che: “La forma scritta ad substantiam è richiesta per la validità della clausola compromissoria non postula che la corrispondente volontà sia indefettibilmente espressa in un unico documento recante la contestuale sottoscrizione in entrambe le parti”, ha affermato che: “Ciò che va quindi verificato nella specie è se la dicitura “application contract and arbitration terms: as per The Nut Association terms and condition” contenuta negli ordini inviati da OLAM seguiti dalle conferme d’ordine siglate da Cal. Almonds, sia sufficiente ad integrare l’incontro delle volontà contrattuale”.

La combinazione di due periodi rende dunque manifesto che la Corte territoriale, laddove ha menzionato le conferme d’ordine “siglate da Cal.Almonds”, ha ritenuto, in fatto, e ciò integrasse il requisito della forma scritta, nei termini precedentemente descritti.

Cal. Almonds Co. S.r.l., viceversa, sostiene nel ricorso che la sottoscrizione non vi fosse, data l’illeggibilità della firma e la sua collocazione. Ma un simile vizio ha ipotetica natura revocatoria, giacché addebita alla Corte d’appello di aver visto sul documento una firma di Cal. Almonds Co. S.r.l. che, nei fatti, non vi era. Ed è superfluo osservare che l’errore revocatorio non è suscettibile di denuncia attraverso il ricorso per cassazione.

5.2.2. – Il secondo motivo è teso a dimostrare che sussisterebbe l’impedimento al riconoscimento di cui all’art. 840 c.p.c., comma 3, n. 1, per il caso in cui la parte nei cui confronti il lodo è invocato è stata nell’impossibilità di far valere la propria difesa nel procedimento stesso, e che, in definitiva, il procedimento arbitrale si sarebbe svolto in contrasto con l’ordine pubblico italiano avendo reso “impossibile l’esercizio (pieno) del diritto di difesa, impedendo sia la presenza di un difensore nel procedimento arbitrale, sia (addirittura) la semplice esibizione produzione di documenti di fonte “legale””.

Quanto al primo aspetto, la Corte d’appello ha osservato che: “Dal lodo prodotto risulta ancora che il 26 aprile 2016 la Olam ha comunicato tramite e-mail alla società opposta la propria intenzione di avvalersi dell’arbitrato e la nomina dell’arbitro. Il 3 maggio la Cal.Almonds ha contestato sempre tramite e-mail di non aver mai sottoscritto una clausola compromissoria. Il 10 maggio la società venditrice ha avvisato l’opposta che se non avesse nominato il proprio arbitro la decisione sarebbe stata assunta da Arbitro unico. Il 12 maggio è stata concessa all’acquirente un’ulteriore settimana per la nomina del proprio arbitro mai effettuata dalla Cal. Almonds s.r.l. che ha sempre disconosciuto la validità della procedura. Quanto ai documenti nel lodo si legge a pagina 11 che il 27 maggio la (OMISSIS) faceva pervenire dei documenti tra i quali tre allegati erano costituiti da documenti legali che non potevano essere presi in considerazione come prova in virtù del divieto contenuto nel punto 4 secondo cui nessun membro dell’arbitrato può essere rappresentato da alcun membro della professione legale, né alcun membro della professione legale può essere presente in nessuno dei procedimenti arbitrali. Tanto premesso rileva la Corte che la contestazione relativa al mancato esame dei documenti legali inviati, secondo quanto sopra ricordato, configura eventualmente Un vizio del procedimento arbitrale da far valere con i previsti mezzi d’impugnazione del lodo ma non integra una violazione del diritto di difesa rilevante ai sensi dell’art. 840 c.p.c.. Quanto, invece alla dedotta esiguità dei termini concessi risulta dai lodo e non è contestato che in realtà dalla prima e-mail inviata dalla Olam sia trascorso quasi un mese per la nomina dei proprio arbitro da parte della società opposta essendo stato prorogato il termine di 14 giorni concesso per la nomina dei proprio arbitro per cui il complessivo termine concesso di non può dirsi esiguo. E’ poi la stessa società opposta ad ammettere di aver avuto immediata notizia per e-mail della nomina dell’arbitro da parte di Olam tanto che ha immediatamente risposto di non riconoscere l’arbitrato. Infine quanto alla violazione del diritto di difesa costituita dall’emissione dei lodo da arbitro unico, non solo la previsione era espressamente contenuta nelle condizioni di arbitrato ma neppure può dirsi che l’arbitro sia stato arbitro di parte, tenuto conto che l’arbitro viene scelto tra i nominativi disponibili e particolarmente qualificati individuati dalla Camera arbitrale e non direttamente dalle parti”.

Ebbene, tale ratio decidendi non è in effetti censurata, se non attraverso la tesi secondo cui le violazioni del diritto di difesa perpetrate sarebbero state talmente gravi da concretizzare una violazione dell’ordine pubblico, suscettibile di essere fatta valere anche in sede di opposizione ai sensi dell’art. 840 c.p.c..

Ma sotto tale profilo il motivo è inammissibile, avuto riguardo al consolidato principio secondo cui lo scrutinio in ordine all’esistenza di “disposizioni contrarie all’ordine pubblico”, di cui all’art. 840 c.p.c., comma 5, ha da essere eseguito esclusivamente sulla base del dispositivo (Cass. 17 marzo 1982, n. 1727; Cass. 3 aprile 1987, n. 3221; Cass. 8 aprile 2004, n. 6947; Cass. 21 ottobre 2021, n. 29429, allo stato non massimata). In tal senso depone la stessa previsione normativa, laddove indica come termine di paragone per la verifica le “disposizioni” recate dal lodo. Il tutto nel quadro della ratio sottesa alla disciplina convenzionale recepita dagli artt. 839 e 840 c.p.c., posta a favorire la circolazione dei lodi stranieri e ad impedire che il giudizio di riconoscimento possa assumere i connotati di un controllo di merito sul contenuto del lodo. Val quanto dire che compete al giudice una verifica soltanto estrinseca, e perciò limitata al dispositivo, i.e., come si diceva, al contenuto precettivo della statuizione della contrarietà all’ordine pubblico, verifica che non può così è tradursi in un controllo della motivazione del provvedimento, nel qual caso si darebbe corso a quel riesame del merito che la Convenzione, e quindi gli artt. 839 e 840 c.p.c., hanno inteso escludere.

6. – Le spese seguono la soccombenza. Sussistono i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato se dovuto.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso, in favore della controricorrente, delle spese sostenute per questo giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 9.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15% ed agli accessori di legge, dando atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, che sussistono i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 19 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2022

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