Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32541 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 15/07/2021, dep. 08/11/2021), n.32541

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1678/2020 proposto da:

D.M., + ALTRI OMESSI, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

GERMANICO 172, presso lo studio degli avvocati PIER LUIGI PANICI, e

CARLO GUGLIELMI, che li rappresentano e difendono;

– ricorrenti –

contro

ALMAVIVA CONTACT S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DUE MACELLI 66,

presso lo studio dell’avvocato GIAMPIERO FALASCA, che la rappresenta

e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3906/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 30/10/2019 R.G.N. 1794/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/07/2021 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

La Corte d’appello di Roma confermava la pronuncia del giudice di prima istanza che aveva respinto la domanda proposta dai lavoratori epigrafati nei confronti di Almaviva Contact s.p.a. volta a conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento collettivo intimato loro in data 22/12/2016.

Nel pervenire a tale convincimento la Corte di merito osservava, in via di premessa, che in ragione della grave crisi di mercato, del calo del fatturato e dell’incremento perdite, Almaviva Contact s.p.a. dopo aver avviato una prima procedura di riduzione del personale successivamente revocata, con comunicazione del 5/10/2016, in ragione del complessivo aggravamento della situazione di crisi aziendale, aveva promosso una ulteriore procedura di licenziamento collettivo ex Lege n. 223 del 1991, che contemplava un rinnovato progetto di ristrutturazione con il quale si prevedeva la chiusura dal dicembre 2016, delle Divisioni 1 e 2 del sito di (OMISSIS) (con conservazione della Business Unit “ricerche di mercato”) e dell’intera unità produttiva di (OMISSIS), considerate le gravi perdite mensili fatte registrare in queste sedi.

Rimarcava la correttezza della comunicazione iniziale di licenziamento essendo stati chiaramente enunciati i motivi tecnici, organizzativi e produttivi sottesi alla procedura di licenziamento; avuto riguardo alla critica formulata con riferimento alla violazione dei criteri di scelta di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, per avere l’azienda delimitato il bacino di comparazione dei dipendenti da licenziare alla sola sede di (OMISSIS), pur sussistendo fungibilità di mansioni con i lavoratori addetti ad altre sedi, il giudice del gravame osservava che l’accertato raggiungimento dell’accordo sindacale aveva comportato, in coerenza coi dettami di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, la legittima determinazione dei criteri di scelta diversi da quelli stabiliti per legge.

La successiva trattativa sindacale aveva condotto ad un accordo in data 22/12/2016 che prevedeva un rinvio del licenziamento sino al 31/1/2017 per l’unità di (OMISSIS), ed il recesso immediato per gli addetti alla sede romana. Si trattava di accordo sottoscritto da tutte le parti sociali, con ò esclusione soltanto delle RSU di (OMISSIS), il cui atteggiamento contrario all’accordo non era tuttavia ostativo alla validità dello stesso, per la rappresentatività garantita dai firmatari di tutti i lavoratori interessati, considerata altresì la ratio della L. n. 223 del 1991, art. 5, volta a garantire l’unitarietà sostanziale della materia con preclusione della stipula di separati accordi.

In coerenza con la previsione normativa, nella opinione della Corte, era da reputarsi legittimo il rilievo conferito dalla parte datoriale alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative per la concentrazione della scelta del personale in esubero presso le sedi indicate, secondo un criterio che, sotto altro versante, si sottraeva ugualmente alle critiche di parte attrice in base ai principi invalsi nella giurisprudenza di legittimità secondo cui, qualora il progetto di ristrutturazione si riferisca in modo esclusivo ad una unità produttiva o ad uno specifico settore aziendale, la comparazione fra i lavoratori non deve interessare l’intera azienda ma può avvenire anche nel solo settore interessato alla ristrutturazione, purché le ragioni siano enunciate nella comunicazione L. n. 223 del 1991, ex art. 4, comma 3, così come verificatosi nella specie.

La Corte distrettuale rimarcava, poi, che la distanza fra le unità soppresse o ridotte e quelle non interessate dal processo di riorganizzazione (ubicazione ad almeno 500 km di distanza delle sedi non interessate (OMISSIS)) assumeva rilievo, in base ai dicta della Suprema Corte alla stregua dei quali la rilevante distanza geografica fra le unità produttive – integrante un indice di infungibilità delle posizioni lavorative – era tale da legittimare la scelta di delimitare l’ambito di selezione alla sola unità produttiva soppressa.

Con riferimento alla comunicazione conclusiva, il giudice del gravame ne rilevava la incensurabilità, giacché l’ambito della platea del personale in esubero era stato circoscritto, in coerenza con la comunicazione di avvio della procedura, a tutti i dipendenti della sede di (OMISSIS) che operavano in modalità Inbound presso le Divisioni 1 e 2; nell’ottica descritta nessuna comparazione doveva essere elaborata con gli altri collaboratori in servizio in modalità outbound presso la Business Unit “Ricerche di mercato” e presso la Direzione Centrale, i quali fra l’altro, espletavano mansioni obiettivamente infungibili con quelle del personale esodato.

Escludeva, da ultimo, la natura discriminatoria o ritorsiva dei licenziamenti.

Avverso tale decisione le parti soccombenti interpongono ricorso per cassazione sostenuto da quattro motivi.

Resiste con controricorso la società intimata.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Preliminarmente deve essere respinta l’istanza di trattazione in udienza pubblica, in quanto le questioni oggetto di giudizio non hanno carattere di novità, essendo state tutte già trattate nelle sentenze emanate nell’udienza del 13 gennaio 2021, richiamate anche dagli istanti, nelle quali sono state esaminate le problematiche afferenti al licenziamento collettivo in oggetto (vedi per tutte: Cass. 13/9/2017, n. 21267).

1.1 Il primo motivo prospetta violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Ci si duole della interpretazione resa dalla Corte di merito in ordine alla comunicazione dei motivi tecnici organizzativi e produttivi L. n. 223 del 1991, ex art. 4, comma 3, della quale si prospetta la carenza, per non aver estrinsecato le ragioni per le quali non era possibile ridurre neanche in parte, il numero degli esuberi mediante trasferimenti presso altre unità produttive.

2. con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e dell’art. 132c.p.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Si critica la pronuncia del giudice di seconda istanza per aver scrutinato la richiamata disposizione in tema di applicazione dei criteri di scelta del personale in esubero, con applicazione del ballottaggio sulla sola sede di (OMISSIS) e non già sul “complesso aziendale”.

Si adduce, poi, che vi fosse piena fungibilità tra i lavoratori e che ciò che la Corte distrettuale aveva trascurato di valutare era il possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative che rendeva illegittima la scelta ancorata al solo fatto che i lavoratori licenziati erano impiegati nel reparto operativo soppresso o ridotto.

3. con il terzo motivo i ricorrenti si dolgono della violazione dell’art. 5, comma 1, e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si deduce che il giudice del gravame avrebbe denegato la fungibilità delle mansioni da essi svolte rispetto a quelle ascritte al personale impiegato presso la medesima sede romana, con particolare riferimento al raffronto fra la figura del team leader e quella degli assistenti di sala assegnate ai lavoratori impiegati presso la Business Unit Ricerche di Mercato.

Ci si duole che sia mancata la verifica sulla effettiva esistenza in azienda, di “ruoli con il medesimo inquadramento contrattuale e la medesima qualifica”, sulla possibilità di trasferire sui vari propri servizi il personale con uguale inquadramento e qualifica, sulla esistenza di circostanze concrete che potessero rendere tale trasferimento eccessivamente gravoso per la parte datoriale.

4. con il quarto motivo è denunciata violazione dell’art. 5, comma 1 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si deduce che la limitazione dell’ambito di applicazione dei criteri di scelta, sarebbe discriminatoria ed irrazionale; la Corte distrettuale avrebbe errato nel considerare effettivamente sussistenti le ragioni produttive ed organizzative addotte dalla società per limitare la platea dei lavoratori in esubero alle sole sedi coinvolte nella procedura, e, segnatamente, alla sede romana. La razionalità, ragionevolezza, obiettività ed astrattezza dei criteri di scelta implicava la mancata introduzione di una disparità di trattamento fra lavoratori, legata alla diversa disponibilità a trattare delle loro differenti rappresentanze, nella specie invece, verificatasi.

5. I motivi che possono congiuntamente trattarsi per presupporre la soluzione di questioni giuridiche connesse, non sono fondati.

Appare al riguardo opportuno per ragioni di economia processuale, l’utilizzazione di riflessioni già compiute in relazione a casi sovrapponibili, caratterizzati dalla decisione di identiche questioni (vedi ex aliis, Cass. 6/5/2021 n. 12040, Cass. 26/5/2021 n. 14657); nelle richiamate decisioni è stato sottolineato in via di premessa che:

la cessazione dell’attività è scelta dell’imprenditore, che costituisce esercizio incensurabile della libertà di impresa garantita dall’art. 41 Cost. (Cass. 22/12/2008 n. 29936), sicché, la procedimentalizzazione dei licenziamenti collettivi che ne derivino, secondo le regole dettate per il collocamento dei lavoratori in mobilità dalla L. n. 223 del 1991, art. 4, applicabili per effetto dell’art. 24 della stessa Legge, ha la sola funzione di consentire il controllo sindacale sulla effettività di tale scelta (Cass. 22/3/2004, n. 5700; Cass. 6/9/2019 n. 22366).

La previsione degli artt. 4 e 5 L. cit. di una cadenzata procedimentalizzazione del provvedimento datoriale di messa in mobilità, ha introdotto un significativo elemento innovativo consistente nel controllo devoluto ex ante alle organizzazioni sindacali, destinatarie di incisivi poteri di informazione e consultazione secondo una metodica già collaudata in materia di trasferimenti di azienda.

I residui spazi di controllo devoluti al giudice in sede contenziosa non riguardano più gli specifici motivi di riduzione del personale, ma la correttezza procedurale dell’operazione (compresa la sussistenza dell’imprescindibile nesso causale tra il progettato ridimensionamento e i singoli provvedimenti di recesso): con la conseguente inammissibilità, in sede giudiziaria, di censure intese a contestare specifiche violazioni delle prescrizioni dettate dai citati artt. 4 e 5, senza fornire la prova di maliziose elusioni dei poteri di controllo delle organizzazioni sindacali e delle procedure di mobilità al fine di operare discriminazioni tra i lavoratori, che investano l’autorità giudiziaria di un’indagine sulla presenza di “effettive” esigenze di riduzione o trasformazione dell’attività produttiva (Cass. 6/10/2006, n. 21541; Cass. 3/3/2009, n. 5089; Cass. 26/11/2018 n. 30550).

Si è sottolineato che le questioni che si pongono all’esame di questa Corte attengono sostanzialmente ad alcuni essenziali profili: a) completezza informativa della comunicazione di apertura; b) legittimità di individuazione della platea degli esuberi limitatamente a singole unità produttive (per quel che qui interessa: le due divisioni romane), anziché in riferimento all’intero complesso aziendale; c) individuazione e applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori, anche in correlazione con la fungibilità o meno delle loro mansioni; d) natura ritorsiva e discriminatoria dei licenziamenti.

Quanto al primo profilo è stato osservato che – così come verificatosi nella specie – la Corte territoriale aveva accertato la completezza della comunicazione di apertura del 5 ottobre 2016, ritenendola esaustiva per la sua ampia articolazione nei punti specificamente enumerati, sulla scorta di argomentazione congrua, a sostegno di un’interpretazione, riservata esclusivamente al giudice di merito, assolutamente plausibile (Cass. 22/2/2007 n. 4178; Cass. 3/9/2010 n. 19044), neppure censurata con specificazione delle ragioni né del modo in cui si sarebbe realizzata l’asserita violazione dei canoni interpretativi (vedi Cass. 14/6/2006 n. 13717; Cass. 21/6/2017 n. 15350), così criticandosi il risultato interpretativo in sé (Cass. 10/2/2015, n. 2465; Cass. 26/5/2016 n. 10891), pertanto insindacabile in sede di legittimità; per il resto, si è avuto modo di rimarcare che legittima è la delimitazione della platea, qualora il progetto di ristrutturazione si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva, ben potendo le esigenze tecnico-produttive ed organizzative, costituire criterio esclusivo nella determinazione della platea dei lavoratori da licenziare, purché il datore indichi – come nella specie nella comunicazione prevista dall’art. 4, comma 3 citato sia le ragioni che limitino i licenziamenti ai dipendenti dell’unità o settore in questione, sia le ragioni per cui non ritenga di ovviarvi con il trasferimento ad unità produttive vicine, al fine di consentire alle organizzazioni sindacali di verificare l’effettiva necessità dei programmati licenziamenti (Cass. 9/3/2015, n. 4678; Cass. 12/9/2018, n. 22178; Cass. 11/12/2019, n. 32387).

Con riferimento ai criteri di scelta, è stato ritenuto che quelli applicati, espressi dall’accordo sindacale (che ben può essere concluso dalla maggioranza dei lavoratori direttamente o attraverso le associazioni sindacali che li rappresentino, senza che occorra l’unanimità), rispettassero il principio di razionalità e di coerenza con il fine dell’istituto della mobilità dei lavoratori (Cass. 20/3/2013, n. 6959; Cass. 5/2/2018, n. 2694), oltre a risultare conformi al principio di non discriminazione e ragionevolezza (Cass. 20/3/2013, n. 6959), così come nello specifico acclarato dalla Corte distrettuale; infatti, secondo la giurisprudenza di legittimità, qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda, agli addetti ad essi sulla base soltanto di oggettive esigenze aziendali, il criterio di scelta limitato a personale addetto a tale settore o unità, è legittimo, purché sia dotato di professionalità specifiche, infungibili rispetto alle atre (Cass. 11/7/2013, n. 17177; Cass. 12/1/2015 n. 203; Cass. 1/8/2017 n. 19105; Cass. 11/12/2019, n. 32387), situazione questa, accertata nella specie dal giudice di seconda istanza.

In definitiva, al lume delle superiori argomentazioni, e di quelle ulteriori esplicate nei richiamati precedenti di questa Corte (cfr. Cass. cit. n. 12040/2021 e n. 14657/2021), i ricorso è respinto.

La regolazione delle spese inerenti al presente giudizio, segue il regime della soccombenza, nella misura in dispositivo liquidata.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 ricorrono le condizioni per dare atto – ai sensi al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 8.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 15 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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