Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32540 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 15/07/2021, dep. 08/11/2021), n.32540

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17142/2019 proposto da:

C.C., N.V., D.C.D.,

E.G., CI.MA., B.T., P.G.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA PADOVA, 44, presso lo studio

dell’avvocato ELISA MATTEI, che li rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

ALMAVIVA CONTACT S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DUE MACELLI 66,

presso lo studio dell’avvocato GIAMPIERO FALASCA, che la rappresenta

e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1532/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 04/04/2019 R.G.N. 2/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/07/2021 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

La Corte d’appello di Roma confermava la pronuncia del giudice di prima istanza che aveva respinto la domanda proposta dai lavoratori epigrafati nei confronti di Almaviva Contact s.p.a. volta a conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento collettivo intimato loro in data 22/12/2016.

Nel pervenire a tale convincimento la Corte di merito osservava, in via di premessa, che in ragione della grave crisi di mercato, del calo del fatturato e dell’incremento perdite, Almaviva Contact s.p.a. dopo aver avviato una prima procedura di riduzione del personale successivamente revocata, con comunicazione del 5/10/2016, in ragione del complessivo aggravamento della situazione di crisi aziendale, aveva promosso una ulteriore procedura di licenziamento collettivo ex lege n. 223 del 1991, che contemplava un rinnovato progetto di ristrutturazione con il quale si prevedeva la chiusura dal dicembre 2016, delle Divisioni 1 e 2 del sito di (OMISSIS) (con conservazione della Direzione Generale e della Business Unit “ricerche di mercato”) e dell’intera unità produttiva di (OMISSIS), considerate le gravi perdite mensili fatte registrare in queste sedi

Rimarcava la correttezza della comunicazione iniziale di licenziamento essendo stati chiaramente enunciati i motivi tecnici, organizzativi e produttivi sottesi alla procedura di licenziamento; avuto riguardo alla critica formulata con riferimento alla violazione dei criteri di scelta di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, per avere l’azienda delimitato il bacino di comparazione dei dipendenti da licenziare alla sola sede di (OMISSIS), pur sussistendo fungibilità di mansioni con i lavoratori addetti ad altre sedi, il giudice del gravame osservava che l’accertato raggiungimento dell’accordo sindacale aveva comportato, in coerenza coi dettami di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, la legittima determinazione dei criteri di scelta diversi da quelli stabiliti per legge.

La successiva trattativa sindacale aveva condotto ad un accordo in data 22/12/2016 che prevedeva un rinvio del licenziamento sino al 31/1/2017 per l’unità di (OMISSIS), ed il recesso immediato per gli addetti alla sede romana. Si trattava di accordo non implicante alcuna violazione dei criteri legali di definizione della platea dei licenziandi, ma idoneo ad individuare una soluzione al fine della riduzione del numero degli esuberi inizialmente programmati.

Escludeva, da ultimo, la prospettata discriminazione di genere per violazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 2, considerato che “la procedura aveva interessato indistintamente tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori impiegati nelle mansioni dichiarate eccedenti”.

Avverso tale decisione le parti soccombenti interpongono ricorso per cassazione sostenuto da sei motivi.

Resiste con controricorso la società intimata.

Diritto

RILEVATO

Che:

1. Con il primo motivo si denuncia omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su di un fatto decisivo della controversia;

ci si duole che la Corte distrettuale abbia ritenuto sussistenti gli esuberi dichiarati presso la sede di (OMISSIS), omettendo di considerare gli appalti dei quali la società sarebbe stata aggiudicataria, in tal senso prospettando altresì l’incompletezza della comunicazione di apertura della procedura di licenziamento collettivo.

2. Con il secondo motivo, è dedotta dai ricorrenti violazione della L. n. 223 del 1991, artt. 4 e 5;

si critica la statuizione con la quale i giudici del gravame hanno ritenuto legittima la applicazione dei criteri di scelta applicati dalla società, deducendo che nello specifico sia stato disatteso l’obbligo per la parte datoriale, di tener conto del possesso da parte dei lavoratori addetti al reparto ridotto o soppresso, di professionalità equivalente a quella degli addetti ad altri reparti operativi.

3. Con il terzo motivo, si prospetta omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su di un fatto decisivo del giudizio con riferimento alla ritenuta sussistenza dei motivi addotti a giustificazione della limitazione della platea dei lavoratori coinvolti nella procedura di licenziamento, ed alla affermata infungibilità rispetto a quelli addetti presso altre unità operative.

4. Il quarto motivo prospetta violazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9;

si lamenta che la parte datoriale abbia omesso di indicare, nella lettera di avvio della procedura di licenziamento del 5/10/2016, i valori ponderali utilizzati per l’applicazione dei criteri di scelta legali e di allegare un elenco esplicativo dei punteggi individualmente attribuiti a ciascun dipendente, e si stigmatizzano gli approdi ai quali è pervenuta la Corte di merito qualificando in termini di legittimità, le comunicazioni inviate L. n. 223 del 1991, ex art. 4, comma 9.

5. Il quinto motivo attiene alla violazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 2, omessa pronuncia e violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c.; si denuncia la natura discriminatoria del provvedimento espulsivo irrogato in ragione del superamento dei limiti percentuali di manodopera femminile.

6. con il sesto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c., ci si duole che la Corte territoriale abbia confermato la statuizione del giudice di prima istanza di condanna al pagamento delle spese di lite sul rilievo che sarebbe mancata la doverosa considerazione ai fini della applicabilità della nuova formulazione dell’art. 92 c.p.c., di intrinseche gravi ed eccezionali ragioni ravvisabili nell’assenza di reddito da parte dei ricorrenti.

7. i primi quattro motivi possono congiuntamente trattarsi per presupporre la soluzione di questioni giuridiche connesse; essi non sono fondati per le ragioni di seguito esposte.

Appare al riguardo opportuno per ragioni di economia processuale, l’utilizzazione di riflessioni già compiute in relazione a casi sovrapponibili, caratterizzati dalla decisione di identiche questioni (vedi ex aliis, Cass. 6/5/2021 n. 12040, Cass. 26/5/2021 n. 14657);

nelle richiamate decisioni è stato sottolineato in via di premessa che la cessazione dell’attività è scelta dell’imprenditore, che costituisce esercizio incensurabile della libertà di impresa garantita dall’art. 41 Cost. (Cass. 22/12/2008 n. 29936), sicché, la procedimentalizzazione dei licenziamenti collettivi che ne derivino, secondo le regole dettate per il collocamento dei lavoratori in mobilità dalla L. n. 223 del 1991, art. 4, applicabili per effetto dell’art. 24 della stessa Legge, ha la sola funzione di consentire il controllo sindacale sulla effettività di tale scelta (Cass. 22/3/2004, n. 5700; Cass. 6/9/2019 n. 22366).

La previsione degli artt. 4 e 5 L. cit., di una cadenzata procedimentalizzazione del provvedimento datoriale di messa in mobilità, ha introdotto un significativo elemento innovativo consistente nel controllo devoluto ex ante alle organizzazioni sindacali, destinatarie di incisivi poteri di informazione e consultazione secondo una metodica già collaudata in materia di trasferimenti di azienda.

I residui spazi di controllo devoluti al giudice in sede contenziosa non riguardano più gli specifici motivi di riduzione del personale, ma la correttezza procedurale dell’operazione (compresa la sussistenza dell’imprescindibile nesso causale tra il progettato ridimensionamento e i singoli provvedimenti di recesso): con la conseguente inammissibilità, in sede giudiziaria, di censure intese a contestare specifiche violazioni delle prescrizioni dettate dai citati artt. 4 e 5, senza fornire la prova di maliziose elusioni dei poteri di controllo delle organizzazioni sindacali e delle procedure di mobilità al fine di operare discriminazioni tra i lavoratori, che investano l’autorità giudiziaria di un’indagine sulla presenza di “effettive” esigenze di riduzione o trasformazione dell’attività produttiva (Cass. 6/10/2006, n. 21541; Cass. 3/3/2009, n. 5089; Cass. 26/11/2018 n. 30550).

Si è sottolineato che le questioni che si pongono all’esame di questa Corte attengono sostanzialmente ad alcuni essenziali profili: a) completezza informativa della comunicazione di apertura; b) legittimità di individuazione della platea degli esuberi limitatamente a singole unità produttive (per quel che qui interessa: le due divisioni romane), anziché in riferimento all’intero complesso aziendale; c) individuazione e applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori, anche in correlazione con la fungibilità o meno delle loro mansioni; d) natura ritorsiva e discriminatoria dei licenziamenti;

quanto al primo profilo è stato osservato che – così come verificatosi nella specie – la Corte territoriale ha accertato la completezza della comunicazione di apertura del 5 ottobre 2016, ritenendola esaustiva per la sua ampia articolazione nei punti specificamente enumerati, sulla scorta di argomentazione congrua, a sostegno di un’interpretazione, riservata esclusivamente al giudice di merito, assolutamente plausibile (Cass. 22/2/2007 n. 4178; Cass. 3/9/2010 n. 19044), neppure censurata con specificazione delle ragioni né del modo in cui si sarebbe realizzata l’asserita violazione dei canoni interpretativi (vedi Cass. 14/6/2006 n. 13717; Cass. 21/6/2017 n. 15350), così criticando il risultato interpretativo in sé (Cass. 10/2/2015, n. 2465; Cass. 26/5/2016 n. 10891), pertanto insindacabile in sede di legittimità;

per il resto, si è avuto modo di rimarcare che legittima è la delimitazione della platea, qualora il progetto di ristrutturazione si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva, ben potendo le esigenze tecnico-produttive ed organizzative, costituire criterio esclusivo nella determinazione della platea dei lavoratori da licenziare, purché il datore indichi – come nella specie – nella comunicazione prevista dall’art. 4, comma 3 citato sia le ragioni che limitino i licenziamenti ai dipendenti dell’unità o settore in questione, sia le ragioni per cui non ritenga di ovviarvi con il trasferimento ad unità produttive vicine, al fine di consentire alle organizzazioni sindacali di verificare l’effettiva necessità dei programmati licenziamenti (Cass. 9/3/2015, n. 4678; Cass. 12/9/2018, n. 22178; Cass. 11/12/2019, n. 32387).

Con riferimento aì criteri di scelta, è stato ritenuto che quelli applicati, espressi dall’accordo sindacale (che ben può essere concluso dalla maggioranza dei lavoratori direttamente o attraverso le associazioni sindacali che li rappresentino, senza che occorra l’unanimità), rispettassero il principio di razionalità e di coerenza con il fine dell’istituto della mobilità dei lavoratori (Cass. 20/3/2013, n. 6959; Cass. 5/2/2018, n. 2694), oltre a risultare conformi al principio di non discriminazione e ragionevolezza (Cass. 20/3/2013 n. 6959), così come nello specifico acclarato dalla Corte distrettuale; infatti, secondo la giurisprudenza di legittimità, qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda, agli addetti ad essi sulla base soltanto di oggettive esigenze aziendali, il criterio di scelta limitato al personale addetto a tale settore o unità, è legittimo, purché sia dotato di professionalità specifiche, infungibili rispetto alle altre (Cass. 11/7/2013, n. 17177; Cass. 12/1/2015 n. 203; Cass. 1/8/2017 n. 19105; Cass. 11/12/2019, n. 32387), situazione questa, accertata nella specie dal giudice di seconda istanza.

8. il quinto motivo va disatteso per le ragioni di seguito esposte.

Premesso che del tutto eccentrica rispetto al decisum è la denuncia di omessa pronuncia in ordine alla prospettata natura discriminatoria del recesso – avendo il giudice di seconda istanza reso una specifica motivazione al riguardo, escludendone la ricorrenza – deve ritenersi che la doglianza come formulata, non sia idonea ad inficiare la statuizione impugnata.

La Corte di merito ha infatti argomentato specificamente nel senso della esclusione di alcun intento discriminatorio di genere da parte datoriale, nella individuazione del personale da inserire nella procedura espulsiva, rimarcando che era stato in essa inserito tutto il personale impiegato nelle mansioni eccedenti, sia maschile che femminile.

Si tratta di una valutazione rimessa alla al giudice del merito, che appare logicamente e congruamente connessa alla accertata sussistenza dei motivi organizzativi e produttivi indicati dalla società come idonei a sorreggere la scelta dei lavoratori da licenziare e che, per le ragioni innanzi esposte, non appare suscettibile di sindacato in questa sede di legittimità.

9. infondato è il sesto motivo.

I ricorrenti trascurano di considerare il principio del tutto consolidato nella giurisprudenza di legittimità alla cui stregua in tema di spese processuali, la facoltà di disporne la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (vedi ex multis, Cass. 26/4/2019 n. 11329) essendo censurabili in questa sede solo il mancato rispetto del principio di soccombenza.

In definitiva, al lume delle superiori argomentazioni, e di quelle ulteriori esplicate nei richiamati precedenti di questa Corte (cfr.Cass. cit. 4 2g, n. 12040/2021 e n. 14657/2021), il ricorso è respinto.

Le spese inerenti al presente giudizio di legittimità, seguono il regime della soccombenza, liquidate come in dispositivo. Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 ricorrono le condizioni per dare atto – ai sensi al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.200,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 15 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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