Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32539 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 15/07/2021, dep. 08/11/2021), n.32539

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21320/2019 proposto da:

S.F., F.E., FI.MO.,

G.A., C.L., CI.NI., elettivamente domiciliate

in ROMA, VIA FLAMINIA 109, presso lo studio dell’avvocato SILVIA

PARASCANDOLO, che le rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

ALMAVIVA CONTACT S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DUE MACELLI 66,

presso lo studio dell’avvocato GIAMPIERO FALASCA, che la rappresenta

e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2540/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 13/06/2019 R.G.N. 102/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/07/2021 dal Consigliere Dott. FEDERICO BALESTRIERI.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

La Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 2540/19, respingeva il reclamo proposto da S.F., G.A., Fi.Mo., F.E., Ci.Ni. e C.L. avverso la sentenza del Tribunale di Roma resa in sede di opposizione all’ordinanza di reiezione del ricorso proposto dalle predette lavoratrici ai sensi della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 48, inteso ad ottenere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento loro intimato da Almaviva Contact s.p.a. con lettera del 22.12.2016 all’esito di procedura di licenziamento collettivo, con tutte le relative conseguenze ripristinatorie e risarcitorie.

Per la cassazione di tale sentenza le lavoratrici hanno proposto ricorso affidato a quattro motivi, cui ha resistito Almaviva Contact s.p.a. con controricorso. Le ricorrenti hanno proposto memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1.- Con il primo motivo le ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’art. 1322 c.c., nonché del capo IV libro V del c.c. “Dell’interpretazione del contratto” artt. 1362 c.c. e segg.; violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, di coerenza e logicità nella motivazione, con riferimento alle regole di interpretazione del Verbale di Accordo Sindacale sottoscritto in data 21/22 dicembre 2016. Violazione dell’art. 1418 c.c.. Nullità, invalidità ed inefficacia del detto Accordo Sindacale, con riferimento alla sede di (OMISSIS) ed alle ricorrenti. Violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5.

Lamentano le lavoratrici che, a loro avviso, col ridetto Accordo non si stabilì alcun criterio di scelta dei lavoratori licenziandi (per la sede di (OMISSIS), stante la mancata firma della relativa RSU), e solo la sospensione temporanea dei licenziamenti della sede di (OMISSIS).

Il motivo è infondato, censurando la logica interpretazione dell’Accordo fornita dalla Corte di merito, anche con riferimento all’effettivo significato della mancata sottoscrizione da parte della RSU romana, proponendone semplicemente una diversa lettura (cfr. da ultimo, e proprio con riferimento al licenziamento oggi in esame, Cass. n. 15124/21).

Deve peraltro evidenziarsi che ai fini della validità dell’accordo de quo non è necessario che tutte le organizzazioni sindacali debbano partecipare alla trattativa e sottoscrivere l’accordo raggiunto L. n. 223 del 1991, ex art. 4, paralizzandosi in tal modo ogni possibilità di realizzare il meccanismo di controllo sindacale della materia che costituisce la ratio della norma, bastando la mancata partecipazione o il dissenso di un solo sindacato per vanificarlo (Cass. n. 15254/01).

2.- Con secondo motivo le ricorrenti denunciano la violazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, sotto il profilo del mancato rispetto dei criteri di legge per la individuazione dei lavoratori in esubero.

Il motivo, basato sulla tesi di un mancato accordo sindacale (quanto meno per la sede di (OMISSIS)), con necessità di applicazione dei criteri di scelta legali (del resto già stabiliti nell’Accordo) in concorso tra loro (criterio alla luce del quale diverse posizioni sarebbero state erroneamente valutate), è infondato.

Deve infatti osservarsi che per pacifica giurisprudenza di legittimità, in relazione ai licenziamenti collettivi, il principio previsto della L. n. 223 del 1991, artt. 5 e 24 – in base ai quali i criteri di selezione del personale da licenziare, ove non predeterminati secondo uno specifico ordine stabilito da accordi collettivi, debbono essere osservati in concorso tra loro – non esclude che il risultato comparativo possa essere quello di accordare prevalenza ad uno di detti criteri e, in particolare, alle esigenze tecnico-produttive, essendo questo il criterio più coerente con le finalità perseguite attraverso la riduzione del personale (cfr., e plurimis, Cass. n. 12634/21, Cass. n. 11886/21, etc.).

Giova allora rimarcare che, esclusa la irragionevolezza in astratto, e quindi la nullità, del criterio adottato, sono preclusi in questa sede ulteriori accertamenti di fatto per verificarne la ragionevolezza in concreto rispetto ai singoli lavoratori indicati in ricorso (cfr. Cass. n. 15254/01).

3.- Con terzo motivo le ricorrenti denunciano la violazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, commi 1 e 3, lamentando che alla base della apertura del licenziamento collettivo erano state poste comunicazioni generiche e non veritiere.

Il motivo è inammissibile non risultando proposta una simile censura, ed in tali termini, alla Corte capitolina, con la conseguenza che avrebbero dovuto le ricorrenti dedurre e chiarire in quale sede ed atto processuale la questione fu ritualmente proposta al giudice del merito ed in quali termini. Il vizio denunciato è stato in ogni caso escluso dalle numerose sentenze di questa Corte che hanno esaminato il licenziamento collettivo de quo (Cass. n. 15124/21, n. 14677/21, 14675/21 e numerose altre).

4.- Con quanto motivo le ricorrenti denunciano la violazione della L. n. 300 del 1970, artt. 15 e 18 (come novellato dalla L. n. 92 del 2012); L. n. 108 del 1990, art. 3 e art. 1345 c.c., relativamente all’erroneo esame dell’intento ritorsivo e discriminatorio del licenziamento.

Il motivo è infondato. Nonostante le ricorrenti deducano che il loro licenziamento sarebbe fondato sulla mancata accettazione di un accordo con cui veniva chiesto ai dipendenti della sede di (OMISSIS) di consentire una riduzione della retribuzione, nessuna prova è stata offerta in ordine al fatto che i licenziamenti de quibus, di cui sopra (ed in numerose analoghe sentenze di questa Corte sul punto) siano avvenuti per ragioni (determinanti) discriminatorie o ritorsive, essendo tale censura del resto superata dalla riferita legittimità dei recessi (pur in mancanza dell’adesione della RSU della sede romana, mentre quella della sede napoletana avvenne pacificamente due mesi dopo), su cui cfr. comunque Cass. n. 15124/21.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro. 5.000,00 per compensi professionali ed Euro 200,00 per esborsi, oltre 15% per spese generali e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 15 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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