Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32534 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 08/11/2021, (ud. 24/06/2021, dep. 08/11/2021), n.32534

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZA Stefano – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 38421-2019 proposto da:

L.R., L.A., domiciliati in ROMA, VIA BUCCARI 3,

presso lo studio dell’avvocato PASQUALE ACONE, che li rappresenta e

difende unitamente agli avvocati RAFFAELE DORIA, MODESTINO ACONE;

– ricorrenti –

contro

G.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ISABELLA

D’ESTE, 13, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO PETRACHI,

rappresentato e difeso dall’avvocato ANGELO PALMIERI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4912/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 09/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott.ssa GORGONI

MARILENA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

L.R. ed L.A. ricorrono per la cassazione della sentenza n. 4912/2019 della Corte d’Appello di Napoli, pubblicata il 9 ottobre 2019, notificata il 31 ottobre 2019, articolando due motivi, ribaditi con memoria.

Resiste con controricorso G.M..

I ricorrenti espongono di essere stati convenuti in giudizio, dinanzi al Tribunale di S. Angelo dei Lombardi, da G.M. che, assumendo di essere proprietario confinante, coltivatore diretto, di non aver alienato beni nel biennio precedente al 21 marzo 2003, di non aver ricevuto la notifica della proposta di alienazione, prevista dalla L. n. 590 del 1965, art. 8 e della L. n. 817 del 1971, art. 7, aveva proposto nei loro confronti azione di retratto agrario in relazione all’atto di compravendita del fondo rustico sito nel Comune di Montella.

Il Tribunale adito, con la sentenza n. 7/2017, accoglieva la domanda attorea, ritenendo sussistenti tutti i requisiti oggettivi e soggettivi per l’esercizio del riscatto, assegnava a G.M. il termine di tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza definitoria del giudizio per il versamento del prezzo e regolava le spese di lite.

Gli odierni ricorrenti impugnavano la predetta sentenza dinanzi alla Corte d’Appello di Bari, ritenendola erronea per aver ritenuto esistente la contiguità dei fondi e per aver qualificato G.M. coltivatore diretto.

La Corte d’Appello, con il pronunciamento oggetto dell’odierno ricorso, rigettava il gravame, confermando la contiguità dei fondi e il possesso da parte di G.M. dei requisiti per essere considerato coltivatore diretto.

Avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta che è stata ritualmente notificata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1.Con il primo motivo i ricorrenti deducono “Violazione della L. 26 maggio 1965, n. 590, art. 8 e L. 14 agosto 1971, n. 817, art. 71, nonché degli artt. 2697,2727 e 2729 c.c., art. 12 disp. legge in generale (art. 360 c.p.c., n. 3). Omissione di un fatto decisivo del giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

La Corte d’Appello, ritenendo i fondi contigui, malgrado fossero separati da un corso d’acqua per tutta la loro lunghezza, e degradando il corso d’acqua che li separava a fosso di scolo di natura privata, avrebbe assunto, secondo la prospettiva dei ricorrenti, una decisione erronea. Al fine di supportare la loro tesi i L. richiamano due orientamenti giurisprudenziali, relativi all’accertamento del requisito della contiguità tra i fondi: quello più rigoroso, secondo cui, ove i due fondi siano divisi da un corso naturale d’acqua avente carattere pubblico, non sussiste diritto di prelazione e quello, che a loro avviso sarebbe stato seguito dal giudice a quo, più permissivo, il quale, “capovolgendo il principio racchiuso nell’art. 2697 c.c., ritiene che, in mancanza di prova contraria, possa presumersi l’esistenza del requisito della contiguità dei fondi”. La soluzione in entrambi i casi – sottolineano i ricorrenti – dipende dal rilievo attribuito alla prova presuntiva, di cui il primo orientamento si serve per affermare la natura demaniale del corso d’acqua e che il secondo invoca per rovesciare l’onere della prova, introducendo la presunzione di contiguità tra i fondi se l’altra parte non dimostra la demanialità del corso d’acqua. L’errore della sentenza impugnata sarebbe consistito nell’aver basato la presunzione dell’esistenza del requisito della contiguità tra fondi su un elaborato del CTU e su una prova testimoniale: fatti che secondo il ricorrente non sarebbero in grado di giustificare la presunzione di contiguità dei fondi.

Il motivo non merita accoglimento, perché la distribuzione dell’onere della prova evocata dai ricorrenti viene in rilievo solo in presenza di fatto rimasto ignoto all’esisto dell’istruttoria.

Il giudice a quo, invece, dopo aver dato atto che tra le parti la natura del corso d’acqua era controversa – per l’appellante si sarebbe trattato di un torrente, quindi, di un bene pubblico, per l’appellato di un fosso di scolo,- avere richiamato l’istruttoria svolta in primo grado ed essersi, a sua volta, riferito all’elaborato del CTP dell’attore, ed alle foto ad esso allegate, al fine di negare l’attendibilità del teste M.S., secondo il quale il canale sarebbe stato largo 2-3 metri, ha concluso inequivocabilmente che i fondi erano separati da un fosso di scolo di natura privata (p. 6 della sentenza).

Avendo, dunque, la sentenza positivamente accertato che ricorreva il presupposto di fatto per la qualifica in termini di fosso di scolo del canale che divideva i fondi, il fatto da accertare – cioè la natura del canale – non era rimasto ignoto e la regola della distribuzione dell’onere della prova evocata dai ricorrenti, indipendentemente da quale dei due orientamenti dagli stessi enunciati dovesse trovare applicazione, non poteva venire in rilievo.

2.Con il secondo motivo la sentenza impugnata è censurata per “Violazione della L. 26 maggio 1965, n. 590, art. 8 e della L. 14 agosto 1971, n. 817, art. 71, nonché degli artt. 2730 e s.s. c.c. e art. 228 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3). Omissione di un fatto decisivo relativamente al giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., n. 5)”.

La tesi dei ricorrenti è che la sentenza impugnata abbia erroneamente individuato il possesso dei requisiti soggettivi per l’esercizio del diritto di riscatto da parte di G.M.; gli errori imputati alla sentenza sono molteplici: i) l’aver ritenuto G.M. coltivatore diretto, nonostante il suo pensionamento e benché fosse risultato che nella stagione invernale il fondo era in stasi, giudicando che non fosse quella la stagione destinata a mettere a coltura biada e fieno, indispensabili per l’allevamento del bestiame, attività espletata da G.M.; ii) l’aver negato rilievo agli ad una serie di indizi, quali l’età avanzata, la cancellazione dal registro coltivatori diretti, la mancata produzione di reddito derivante dalla coltivazione del fondo e dall’allevamento di maiali; iii) il non aver tratto alcuna conseguenza dalla dichiarazione confessoria di non essere coltivatore diretto resa da G.M. in sede di interrogatorio formale (quando egli aveva dichiarato di percepire la pensione di coltivatore diretto e quella integrativa per avere lavorato in Svizzera per nove anni, di essersi cancellato nel 2006 dall’albo degli imprenditori agricoli, di lavorare il fondo esclusivamente per uso personale e familiare, cioè per sé e per sua moglie).

Le suddette censure sono univocamente volte a sollecitare una nuova valutazione dei fatti su cui la Corte d’Appello ha basato la statuizione con cui ha ritenuto che G.M. fosse in possesso dei requisiti soggettivi per l’esercizio del riscatto agrario; decisione essenzialmente fondata sull’accertamento che egli coltivava il fondo, come emerso dalla relazione del perito dell’attore che aveva tenuto conto del fabbisogno di lavoro indicato dalla Regione Campania in relazione all’estensione del fondo, e sulla prova per testi che confermava che G.M. effettivamente coltivava il fondo di sua proprietà e che aveva numerosi mezzi meccanici agricoli utili proprio a tale scopo.

Ne’ corrisponde al vero che la Corte non abbia tenuto conto che G.M. aveva dichiarato di lavorare il terreno per uso personale e di allevare bestiame; a detta dichiarazione aveva attribuito un significato diverso da quello preteso dai ricorrenti (pp. 9 e 10 della sentenza).

Il motivo è pertanto inammissibile.

3. Dalla memoria depositata dai ricorrenti non emergono argomenti che inducano a rivedere le suddette conclusioni. Essa insiste sul fatto che i fondi fossero separati da un corso d’acqua largo tre metri, ritenendolo elemento perentorio per escludere il requisito della contiguità e, in contrasto con la giurisprudenza di questa Corte, ribadisce che sarebbe fatica vana distinguere tra torrente, corso d’acqua, canale di scolo, perché il concetto di contiguità materiale “non può che essere aderenza del confine tra i due fondi”. In aggiunta, i ricorrenti lamentano, in verità per la prima volta, che la Corte territoriale avrebbe erroneamente applicato l’art. 897 c.c., mutuando la soluzione, definita maldestra, di Cass. 29/09/2015, n. 19251. Tale decisione richiamata dalla sentenza impugnata, in presenza di un fosso o canale di scolo di natura privata esistente tra i fondi e di modeste dimensioni ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto che esso non veniva a costituire una entità autonoma eliminando la contiguità fisica tra i terreni, ma che al contrario, rientrava nella previsione dell’art. 897 c.c. “e quindi si dovesse presumere in comunione tra i proprietari dei terreni confinanti, venendo la linea centrale del canale a costituire il confine tra i fondi. Ciò in conformità ad un consolidato orientamento di legittimità, secondo il quale la presunzione di comunione di cui all’art. 897 c.c., del fosso interposto fra i fondi di rispettiva proprietà dei confinanti ed utilizzato per lo scolo delle acque, è operante anche quando il confine catastale corre lungo la mezzeria del fosso, mentre tale presunzione è esclusa quando il fosso corra per tutta la sua lunghezza nella parte interna di uno dei due fondi confinanti (Cass. n. 1201 del 1996).

L’esistenza di un fosso di scolo al confine tra due fondi, allorché sia privato e non pubblico, ne esclude la contiguità qualora appartenga in tutto o almeno in parte anche a soggetti diversi dai proprietari dei due fondi frontisti (Cass. n. 3727/2012 in motivazione). Solo in questo caso, infatti, esso ha una propria autonomia rispetto ai fondi frontisti.

In altri termini l’art. 897 c.c. non determina ex lege un’ipotesi di comunione, ma fissa solo una presunzione iuris tantum di comunione”.

Senza nessun argomento a supporto delle proprie argomentazioni, se non un’errata interpretazione del principio di contiguità, peraltro, si ribadisce introdotta nei termini riferiti solo con la memoria, i ricorrenti contestano, dunque, le conclusioni della Corte territoriale.

Le censure mosse alla sentenza impugnata con il secondo motivo di ricorso sono ribadite con la memoria che nulla aggiunge a quanto prospettato con il ricorso, limitandosi a confermare la richiesta di riconsiderazione gli elementi di fatto che, esaminati dalla Corte territoriale, l’hanno indotta a ritenere che G.M. avesse i requisiti soggettivi per essere considerato coltivatore diretto.

4. Ne consegue l’inammissibilità del ricorso.

5. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

6. Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2012, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidandole in Euro 3.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2012, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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