Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32521 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 08/11/2021, (ud. 13/10/2021, dep. 08/11/2021), n.32521

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11437-2020 proposto da:

K.J., S.L., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

CRESCENZIO 20, presso lo studio dell’avvocato NICOLA STANISCIA, che

li rappresenta e difende unitamente giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;

– intimato –

avverso il decreto n. 2441 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato

il 31/10/2019;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/10/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie del ricorrente.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

K.J. e S.L., nella qualità di eredi di K.J., proponevano ricorso dinanzi alla Corte d’Appello di Milano per chiedere il ristoro del pregiudizio da durata irragionevole ex L. n. 89 del 2001, in relazione all’eccesiva durata di una controversia previdenziale intentata dai ricorrenti e definita in Cassazione con ordinanza di inammissibilità del ricorso promosso dai ricorrenti avverso la sentenza d’appello loro sfavorevole.

Il Consigliere designato presso la Corte d’Appello adita rigettava il ricorso ritenendo che nella causa presupposta gli istanti avessero agito nella consapevolezza originaria o sopravvenuta dell’infondatezza delle proprie domande e la Corte d’Appello, in sede di opposizione rigettava l’impugnazione dei ricorrenti.

A tal fine osservava che non era ostativo al rigetto il fatto che il giudice che aveva deciso la causa presupposta non avesse a sua volta ravvisato la responsabilità ex art. 96 c.p.c., ben potendo il giudice della causa di equa riparazione procedere ad un’autonoma valutazione circa la condotta processuale del richiedente.

Nella fattispecie emergeva che gli opponenti avevano richiesto all’INPS dei ratei di pensione della vecchiaia, di spettanza del loro dante causa, con cinque separati ricorsi, poi riuniti, attuando in tal modo un abusivo frazionamento del credito, sebbene si trattasse di ratei relativi tutti ad annualità già passate.

Inoltre si ravvisava la mala fede anche nella circostanza che i ricorrenti, consapevoli della necessità di dover fornire la dimostrazione della qualità di eredi del soggetto che aveva maturato il diritto di credito azionato, avevano falsamente affermato di aver prodotto la certificazione necessaria già dinanzi al Tribunale, laddove invece la Corte d’Appello nella causa presupposta aveva ritenuto che vi fossero gravi presunzioni per ritenere che in realtà il documento non fosse mai stato prodotto, pervenendo quindi al rigetto del gravame. Ne derivava che era corretta la valutazione del decreto opposto secondo cui gli istanti avessero agito sin dall’inizio e poi proseguito ben consapevoli dell’inconsistenza delle proprie pretese, il che escludeva il diritto al ristoro del pregiudizio lamentato.

Per la cassazione di questo decreto K.J. e S.L. hanno proposto ricorso sulla base di un motivo, illustrato da memorie.

Il Ministero della Giustizia non ha svolto difese in questa fase.

Il motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, ritenendo che la decisione della Corte d’Appello sia irrazionale ed illogica sia in merito al riconoscimento di un frazionamento abusivo del credito (che ove anche realizzato avrebbe dovuto essere sanzionato con la sola rigorosa regolamentazione delle spese di lite), sia in ordine alle circostanza attinenti alla dimostrazione della qualità di erede, in quanto con il ricorso per cassazione a suo tempo proposto, si era inteso proprio contestare l’affermazione del giudice di appello secondo cui non risultava essere stata prodotta la certificazione attestante la qualità di eredi dei ricorrenti.

Il ricorso è infondato.

Rileva il Collegio che costituisce orientamento di questa Corte quello secondo cui (cfr. Cass. n. 24190/2017) l’indennizzo per irragionevole durata del processo, stante il carattere non tassativo dell’elenco di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2 quinquies, può essere negato a chi abbia agito o resistito temerariamente nel giudizio presupposto, anche in assenza di un condanna, all’esito dello stesso, per responsabilità aggravata, potendo il giudice del procedimento di equa riparazione, già prima della novella apportata dalla L. n. 208 del 2015, autonomamente valutare tale temerarietà, come evincibile dallo stesso art. 2, comma 2 quinquies cit., lett. f), che attribuisce carattere ostativo ad ogni altra ipotesi di abuso dei poteri processuali. Tale valutazione non è soggetta al sindacato di legittimità motivazionale, per effetto dei limiti introdotti dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, né, ove svolta d’ufficio, è censurabile in cassazione per pretesa violazione dell’art. 112 c.p.c., essendo, al contrario, doverosa, in quanto relativa ad un requisito negativo dell’esistenza del diritto (conf. Cass. n. 595/2019).

Ne’ la valutazione di temerarietà della controversia è preclusa al giudice della domanda di equo indennizzo in assenza di una condanna per responsabilità processuale aggravata nel giudizio presupposto, posto che (Cass. n. 9100/2016) l’indennizzo può essere negato a chi abbia agito o resistito temerariamente nel giudizio presupposto, anche in assenza della condanna per responsabilità aggravata, potendo il giudice del procedimento di equa riparazione, già prima delle modifiche di cui alla L. n. 208 del 2015, autonomamente valutare la temerarietà della lite, come si desume, peraltro, dalla lett. f), che attribuisce carattere ostativo ad ogni altra ipotesi di abuso dei poteri processuali (conf. Cass. n. 21131/2015). La decisione gravata, nell’esercizio di tale potere, con motivazione connotata da logicità e coerenza, ha ritenuto che i ricorrenti nella causa presupposta avessero provveduto ad un abusivo frazionamento del credito, avendo per l’appunto depositato cinque autonomi ricorsi per richiedere cinque diversi ratei di pensione, relativi a diverse annualità e ciò sebbene alla data del deposito dei ricorsi il soggetto beneficiario delle prestazioni fosse già deceduto.

Trattasi di valutazione che, oltre che insindacabile, in quanto implicante evidentemente un apprezzamento di fatto, trova il conforto della costante giurisprudenza di questa Corte che, anche con le precisazioni dettate da Cass. S.U. n. 4090/2017, rispetto a quanto a suo tempo affermato da Cass. S.U. n. 23726/2007, ha ribadito che non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto della obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con unilaterale modificazione aggravativa della posizione del debitore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, che deve improntare il rapporto tra le parti non solo durante l’esecuzione del contratto ma anche nell’eventuale rase dell’azione giudiziale per ottenere l’adempimento, sia con il principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale (conf. Cass. n. 17019/2018; Cass. n. 4702/2015).

Ne’ rileva che il giudice della causa presupposta abbia disatteso per altre ragioni le domande proposte senza rilevare l’improcedibilità derivante dall’abusivo frazionamento del credito, occorrendo invece avere in considerazione l’autonoma valutazione di temerarietà della domanda demandata ai sensi dell’art. 2, comma 2 quinquies, al giudice dell’equa riparazione.

Analoghe considerazioni vanno poi svolte quanto alla diversa causa individuata per ravvisare la consapevolezza in capo ai ricorrenti dell’infondatezza della propria domanda, posto che la valutazione dei giudice di appello, secondo cui i ricorrenti, benché consci della necessità di documentare la propria qualità di eredi del creditore, avvedutisi della mancata produzione della relativa certificazione in primo grado, avessero in mala fede cercato di far apparire una produzione già avvenuta in primo grado, risulta ormai non più contestabile, atteso che la sentenza de qua è passata in giudicato stante la declaratoria di inammissibilità del ricorso per cassazione promosso avverso la stessa, e costituendo una evidente valutazione di merito quella secondo cui tale condotta sarebbe espressiva di mala fede delle parti.

Il ricorso deve pertanto essere disatteso.

Nulla a disporre per le spese atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’intimato.

Non sussistono i presupposti di legge sul raddoppio del contributo unificato (Cass. n. 2273/2019) come si desume dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10 (conf. Cass. S.U. n. 4315/2020).

PQM

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

 

 

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