Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32518 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 08/11/2021, (ud. 13/10/2021, dep. 08/11/2021), n.32518

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17590-2020 proposto da:

F.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G.G.

BELLI N. 96, presso lo studio dell’avvocato PAOLO MEREU, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati MARIA GIULIA

TURCHETTO, ALBERTO SOMMAIO giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

Contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;

– intimato –

Avverso il decreto n. 555 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositato il 20/02/2020;

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

13/10/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

F.A. proponeva opposizione avverso il decreto emesso dal Consigliere designato presso la Corte d’Appello di Venezia, con il quale era stata rigettata la domanda di equo indennizzo in relazione alla durata irragionevole di un giudizio civile celebratosi dal 2007 al 2018, in primo grado dinanzi al Tribunale di Venezia, in appello dinanzi alla Corte d’Appello di Venezia e poi definito in cassazione con sentenza n. 24161/2018 che aveva cassato con rinvio la sentenza d’appello, senza che però si fosse provveduto alla tempestiva riassunzione del giudizio di rinvio.

Il provvedimento opposto emesso in data 14/9/2019 aveva ritenuto applicabile la L. n. 89 del 2001, art. 2 comma 2 sexies, sostenendo che la presunzione di difetto di pregiudizio, a seguito dell’estinzione del processo presupposto non fosse stata vinta dal ricorrente che quindi nulla poteva esigere a titolo di indennizzo.

La Corte d’appello di Venezia con decreto n. 555 del 20 febbraio 2020 ha parzialmente accolto l’opposizione, liquidando la somma di Euro 1.200,00, oltre interessi, e ponendo le spese di lite a carico del Ministero della Giustizia.

Disatteso il primo motivo di opposizione che sosteneva che la mancata riassunzione del giudizio di rinvio a seguito di pronuncia della cassazione non potesse rientrare nella nozione di estinzione cui faceva riferimento la L. n. 89 del 2001, art. 2 comma 2 sexies, reputava però che fosse stata superata la presunzione di assenza di pregiudizio per l’ipotesi di estinzione.

Era infatti emerso che a distanza di poco più di due mesi dalla pronuncia di questa Corte le parti avevano raggiunto una transazione che era stata preceduta da trattative svoltesi proprio nel periodo di tempo successivo alla pronuncia del giudice di legittimità, che aveva cassato al fine di consentire in sede di rinvio la liquidazione del danno, cui si era provveduto poi in via conciliativa.

Ne scaturiva che la transazione era frutto anche della decisione della Corte di Cassazione e che, quindi, la mancata riassunzione non appariva ricollegabile ad un difetto di originario di interesse al processo, risultando invece solo una conseguenza del fatto che a seguito della transazione le parti avevano soddisfatto le loro aspettative, palesandosi quindi superflua la prosecuzione del giudizio.

Passando poi alla determinazione dell’indennizzo la Corte d’Appello rilevava che il giudizio di primo grado aveva avuto una durata di anni 3, mesi 5 e giorni 26, inferiore quindi ad anni 3 e mesi sei prescritti per ritenere irragionevole la durata del giudizio in tribunale.

Il giudizio di appello aveva avuto una durata di anni 3 mesi 6 e giorni 28 che eccedeva il termine di durata ragionevole pari a due anni, mentre il giudizio di cassazione aveva avuto una durata di anni 1, mesi 11 e giorni 1 eccedendo quindi di un anno il termine di legge.

L’indennizzo andava quindi calcolato per una durata ritenuta superiore a quella di legge di tre anni e non anche di cinque, come invece sostenuto dal ricorrente.

Quanto all’importo da liquidare, la Corte distrettuale riteneva applicabile la previsione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2 bis comma 1, nella formulazione vigente alla data della proposizione della domanda di equa riparazione, sicché andava riconosciuta la somma di Euro 400,00 per ogni anno di durata irragionevole, e ciò tenuto conto della non particolare complessità del giudizio presupposto, del comportamento processuale tenuto dalle parti nello stesso e della sostanziale correttezza delle decisioni intervenute nei gradi di merito, essendo stata cassata la decisione di appello solo per quanto atteneva alla corretta individuazione del criterio di liquidazione del danno.

Avverso tale decreto F.A. propone ricorso sulla base di due motivi.

L’Amministrazione non ha svolto difese in questa fase.

Il primo motivo denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, commi 2bis e 2 ter, nonché dell’art. 6 CEDU, p.1, della Carta dei Diritti Fondamentali, art. 47, nonché degli artt. 111 e 117 Cost. e del Trattato di Lisbona, art. 6, quanto all’errata valutazione della durata del processo presupposto per effetto dell’illegittima applicazione di un calcolo frazionato per ogni singolo grado di giudizio, anche con riferimento alla inesatta individuazione del dies a quo.

Il giudice di merito ha considerato la durata irragionevole della causa presupposto frazionando i singoli gradi di giudizi, e verificando se in relazione ad ogni singolo grado fosse stato superato o meno il termine dettato dalla legge.

Per l’effetto ha negato l’indennizzo per la fase di primo grado e ciò in violazione al principio secondo cui la valutazione della durata ragionevole, ove il processo si sia svolto in più gradi, deve essere unitaria e riferita all’intera durata del processo.

Ove si abbia riguardo a tale più corretto criterio, poiché il processo ha avuto una durata di 11 anni, ne consegue che al netto dei sei anni, indicati come durata ragionevole di un processo svoltosi in più gradi, l’indennizzo andava riconosciuto per un periodo di cinque anni, e non tre, come invece fatto nella decisione gravata.

Il motivo è fondato.

La giurisprudenza di questa Corte ha, infatti, sostenuto che in tema di equa riparazione ai sensi della L. n. 89 del 2001, benché il suo art. 2, comma 2-bis, introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, abbia individuato “standard” di durata media ragionevole per ogni fase del processo, quando quest’ultimo sia stato articolato in vari gradi e fasi occorre avere riguardo a tutto il suo svolgimento, effettuandosene una valutazione sintetica e complessiva, altrimenti rivelandosi inutile la previsione di un termine massimo di durata ragionevole dell’intero giudizio sancita dalla cit. L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-ter, (Cass. Sez. 6 – 2, Sentenza n. 19938 del 05/10/2016, Cass. n. 14786/2013).

Il modus operandi della Corte d’Appello che ha sezionato la durata del processo effettuando un raffronto ai fini del rispetto della norma in tema di durata ragionevole del processo, per ogni singolo grado (e ciò anche ai fini della sterilizzazione della durata eccedente il termine di legge, ma inferiore al semestre), non appare conforme alla giurisprudenza di questa Corte e determina pertanto l’erroneità della decisione impugnata che deve essere cassata, dovendo il giudice del rinvio determinare la durata eccedente il termine prescritto dalla legge, valutando la sua durata complessiva in rapporto al termine ritenuto ragionevole per un processo svoltosi in più gradi ai sensi della L. n. 89 del 2001, ex art. 2, comma 2 ter.

Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 bis, come novellato dalla L. n. 208 del 2015 con l’erronea applicazione dei parametri risarcitori di cui alla L. n. 208 del 2015, art. 1, comma 777, lett. d).

Il tutto con la violazione del principio di irretroattività dello ius superveniens.

Deduce il ricorrente che la Corte d’Appello ha liquidato un indennizzo pari ad Euro 400,00 per ogni anno di durata irragionevole, ritenendo immediatamente applicabile la novella del 2015 che aveva così ridotto l’importo minimo in precedenza fissato in Euro 500,00. Deve però escludersi che tale novella abbia carattere processuale il che quindi denota come l’approdo cui è pervenuto il decreto impugnato contrasti anche con il principio di irretroattività della legge di cui all’art. 11 preleggi.

Si richiama altresì la giurisprudenza della Corte Edu ed i parametri dalla stessa forniti ai giudici nazionali e si evidenza come vi sia stata un’applicazione irragionevole delle norme in tema di liquidazione dell’indennizzo.

Il motivo è inammissibile ex art. 360 bis c.p.c., n. 1.

Impregiudicata la possibilità per il giudice del rinvio di poter autonomamente procedere alla liquidazione dell’indennizzo per il periodo di durata irragionevole eccedente rispetto ai tre anni, già riscontrata nel provvedimento gravata, e ciò per effetto dell’accoglimento del primo motivo e del compito devoluto al giudice del rinvio, quanto all’indennizzo base per i primi tre anni, che la Corte d’Appello ha fissato in Euro 400,00 sulla base della previsione di cui alla L. n. 89 del 2001, novellato art. 2 bis, questa Corte ha affermato che, in assenza di norme che dispongano diversamente e in forza dell’art. 11 disp. att. c.c., la L. n. 89 del 2001, art. 2 bis, commi 1 e 1 ter, introdotti dalla L. n. 208 del 2015, dettando una nuova disciplina che prevede l’applicabilità dell’abbassamento a 400 Euro del minimo annuo, nonché la riducibilità ulteriore di un terzo in caso di rigetto della domanda nel procedimento cui l’azione per l’equa riparazione si riferisce, costituiscono uno “ius superveniens”, che trova applicazione nei soli giudizi introdotti dopo 111 gennaio 2016. (Cass. Sez. 2 -, Sentenza n. 25837 del 14/10/2019; conf. Cass. n. 28503/2020; Cass. n. 28373/2020).

Peraltro la L. n. 89 del 2001, art. 2-bis, nello stabilire la misura ed i criteri di determinazione dell’indennizzo a titolo di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo, rimette, quindi, al prudente apprezzamento del giudice di merito la scelta del moltiplicatore annuo, compreso tra il minimo ed il massimo ivi indicati, da applicare al ritardo nella definizione del processo presupposto, orientando il “quantum” della liquidazione equitativa sulla base dei parametri di valutazione, tra quelli elencati nel comma 2 della stessa disposizione, che appaiano maggiormente significativi nel caso specifico (Cass. Sez. 6 – 2, 16/07/2015, n. 14974; Cass. Sez. 6 – 2, 01/02/2019, n. 3157; Cass. Sez. 2, 28/05/2019, n. 14521).

Ne deriva che stante l’applicabilità per quanto detto della novella del 2015, avendo la domanda in esame data successiva al 1 gennaio 2016, è incensurabile l’individuazione della detta somma quale parametro per la liquidazione dell’indennizzo.

Il provvedimento impugnato deve essere cassato in accoglimento del primo motivo, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Venezia in diversa composizione.

P.Q.M.

accoglie nei limiti di cui in motivazione il primo motivo di ricorso, e dichiarato inammissibile il secondo motivo, cassa la decisione impugnata in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Venezia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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