Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32511 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 16/09/2021, dep. 08/11/2021), n.32511

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 35204/2018 proposto da:

TEKNALSYSTEM S.R.L., in persona del legale rappresentante pro

tempore, domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato DOMENICO GIAMPA’;

– ricorrente –

contro

C.D., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato VINCENZO AGOSTO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 436/2018 della CORTE D’APPELLO di REGGIO

CALABRIA, depositata il 22/10/2018 R.G.N. 389/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/09/2021 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VISONA’ Stefano, che ha concluso per inammissibilità in subordine

rigetto.

 

Fatto

1. Con sentenza del 22 ottobre 2018, la Corte d’appello di Reggio Calabria, in sede di rinvio dalla Corte di Cassazione con sentenza 13 giugno 2016 n. 12101, rigettava l’appello di Teknalsystem s.r.l. avverso la sentenza di primo grado, che aveva accertato l’illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo che la società aveva intimato il 10 febbraio 2006 a C.D. (suo dipendente, con qualifica di operaio con ultimo inquadramento di IV livello e mansioni di pesatore) e l’aveva condannata al pagamento dell’indennità sostitutiva della reintegrazione, ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18, nel testo applicabile ratione temporis.

2. Premessa l’esclusione dalla Corte di legittimità della tardività di deduzione dal lavoratore di nuove assunzioni sull’assunto di inesistenza di un suo onere di ulteriore allegazione in ordine alla contestazione di mancato repechage, gravandone l’onere probatorio sul datore di lavoro e pertanto commessa la rivisitazione del merito alla luce del principio affermato, la Corte d’appello a ciò procedeva nel giudizio di rinvio, anche esercitando i propri poteri officiosi.

In esito alle risultanze istruttorie complessivamente scrutinate, essa ribadiva l’illegittimità del licenziamento intimato per inesistenza del giustificato motivo oggettivo (di “irreversibile contrazione delle commesse di lavoro” e di soppressione del posto di pesatore “in considerazione delle mutate tecniche di operazioni di pesatura”), sotto il profilo di assenza del nesso causale tra ristrutturazione del reparto cui era adibito il lavoratore e licenziamento, nonché di impossibilità del suo reimpiego.

3. In applicazione della sentenza rescindente, che aveva evidenziato la comunicazione, per effetto espansivo interno ai sensi dell’art. 336 c.p.c., della riforma della sentenza di primo grado (ad opera della prima sentenza d’appello, poi annullata) anche al capo dipendente di concessione dell’indennità sostitutiva della reintegrazione, la Corte reggina applicava la tutela reale a norma della L. n. 300 del 1970, art. 18.

4. Con atto notificato il 12 dicembre 2018, la società ricorreva per cassazione con tre motivi, cui il lavoratore resisteva con controricorso e memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

5. Dopo una prima fissazione di udienza, la causa lo era nuovamente a quella odierna e il P.G. rassegnava conclusioni scritte, a norma del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis, inserito da L. Conv. n. 176 del 2020, che ribadiva in presenza alla pubblica udienza, per la deroga introdotta dal D.L. n. 105 del 2021, art. 7.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 113,420,437 c.p.c., art. 2697 c.c., per ammissione (tempestivamente eccepita ed erroneamente giustificata con argomentazione svolta al primo capoverso di pg. 6 della sentenza) di prova contraria dedotta dal lavoratore ricorrente in riassunzione (da essa decaduto, comunque spettante al convenuto, a norma dell’art. 420 c.p.c., comma 7 e in ogni caso richiesta tardivamente, addirittura dopo l’assunzione della prova diretta della società), di importanza decisiva nella formazione del convincimento del giudice di rinvio (dal medesimo esplicitamente affermata al terzo e quarto alinea di pg. 9 della sentenza), con evidente alterazione dell’equilibrio e della parità processuale delle parti.

2. Esso è fondato.

3. Precisato che il motivo dedotto integra, non già un error in iudicando, ossia di interpretazione della norma, bensì un vizio di attività processuale rilevante ai fini dell’accertamento della preclusione processuale eventualmente formatasi in ordine all’ammissibilità del documento e pertanto un error in procedendo, (Cass. 25 gennaio 2016, n. 1277; Cass. 8 febbraio 2017, n. 3309), comportante la nullità del procedimento, il suo inequivoco tenore argomentativo ben consente tuttavia di ricondurlo immediatamente a una delle ragioni di impugnazione stabilite dall’art. 360 c.p.c., comma 1, non occorrendo la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi (Cass. s.u. 24 luglio 2013, n. 17931; Cass. 7 maggio 2018, n. 10862): siccome non ostativa all’individuazione delle norme e dei principi di diritto asseritamente trasgrediti, né precludendo la delimitazione delle questioni sollevate (Cass. 7 novembre 2013, n. 25044; Cass. 20 settembre 2017, n. 21819). Ed infatti, l’erronea intitolazione del motivo di ricorso per cassazione non osta alla riqualificazione della sua sussunzione in altre fattispecie previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, né determina l’inammissibilità del ricorso, se dalla sua articolazione sia chiaramente individuabile il tipo di vizio denunciato (Cass. 20 febbraio 2014, n. 4036; Cass. 7 novembre 2017, n. 26310).

3.1. In merito alla questione processuale dedotta, giova preliminarmente ribadire che, allorquando ricorrano i presupposti per l’esercizio dei poteri istruttori del giudice del lavoro, essi possono e devono essere utilizzati a prescindere dal maturare di preclusioni in capo alle parti in causa (Cass. 10 dicembre 2008, n. 29006; Cass. 25 agosto 2020, n. 17683; Cass. 23 novembre 2020, n. 26597). Nel rito del lavoro, infatti, l’esigenza di contemperare il principio dispositivo con quello della ricerca della verità materiale, consente al giudice, anche successivamente al verificarsi delle preclusioni istruttorie e se reputi insufficienti le prove già acquisite, di disporre d’ufficio l’ammissione di nuovi mezzi di prova per l’accertamento degli elementi allegati o contestati dalle parti od emersi dall’istruttoria, assegnando il termine perentorio per la formulazione della prova contraria (art. 421 c.p.c., comma 2 e art. 420 c.p.c.) solo se la parte interessata abbia inteso avvalersi del diritto di controdedurre.

Nel confermare tali principi, questa Corte ha recentemente riaffermato, nell’indubbia esigenza (in funzione dell’estensione del thema probandum all’accertamento di ulteriori fatti, sia pure desunti dal materiale istruttorio già acquisito) della garanzia alle parti, da parte del giudice di merito, della possibilità di controdedurre sui capitoli di prova formulati ex officio e di indicare altri testi in prova contraria, che essa si estrinsechi nella facoltà processuale di (contro)deduzione probatoria riservata alla parte, con l’allegazione e la dimostrazione che questa abbia inteso avvalersi del diritto di controdedurre, richiedendo al giudice l’assegnazione del termine perentorio per la formulazione della prova contraria; con la conseguenza che “alcuna violazione del contraddittorio risulta, pertanto, imputabile al giudice di merito, per mancata assegnazione del termine indicato dall’art. 420 c.p.c., comma 6, atteso che, in difetto di richiesta del termine a difesa o di formulazione di prova contrarla, o di istanza di revoca – depositata fuori udienza – della ordinanza ammissiva della prova ex officio, per omessa assegnazione del termine perentorio, deve ritenersi che la parte non abbia inteso avvalersi della facoltà ad essa riservata (Cass. 25 agosto 2020, n. 17683, in motivazione).

3.2. Nel caso di specie, non è contestato tra le parti che la richiesta di prova contraria del lavoratore sia stata formulata a verbale di udienza 13 giugno 2017 (sub p.to D di pg. 5 del controricorso) e pertanto dopo l’assunzione della prova ammessa d’ufficio (così all’ultimo capoverso di pg. 4 del ricorso), in violazione del principio di diritto suenunciato e quindi del contraddittorio tra le parti: né la Corte d’appello ha in proposito compiuto verifica alcuna (come risultante dal primo capoverso di pg. 6 della sentenza).

3.3. D’altro canto, la prova contraria viziata dell’illegittimità riscontrata è pure risultata decisiva, secondo la stessa Corte reggina (al terzo e quarto alinea di pg. 9 della sentenza), che ha invece ritenuto sostanzialmente irrilevante il carteggio indicato dalla società (al primo capoverso di pg. 9 della sentenza), al fine dell’accertamento dell’esistenza di posizioni lavorative per la collocazione del lavoratore (cd. repechage): come noto, integrante requisito costitutivo di sussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (Cass. 2 maggio 2018, n. 10435: Cass. 12 dicembre 2018, n. 32159; Cass. 11 novembre 2019, n. 29102).

4. Con il secondo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 113,115,116 c.p.c., L. n. 604 del 1966, art. 2, comma 2 (nel testo applicabile ratione temporis) ed omesso esame di fatti e documenti decisivi ai fini del giudizio oggetto di discussione tra le parti, in relazione ad allegazioni datoriali nella memoria di costituzione nei giudizi di primo grado e di rinvio, alle dichiarazioni rese (nel primo giudizio di appello) dal teste M.C. e alle giustificazioni del lavoratore nel procedimento disciplinare subito nel luglio 2005, nonché alla legittima (secondo il diritto vigente all’epoca) intimazione di licenziamento senza alcuna motivazione, in quanto non richiesta dal lavoratore: in funzione della erronea esclusione del nesso di causalità tra le ragioni riorganizzative, anche soppressive del suo posto di lavoro di pesatore e il licenziamento intimato.

5. Con il terzo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 113,115,116,384 c.p.c., L. n. 604 del 1966, artt. 3, 5, L. n. 300 del 1970, art. 18, ed omesso esame di fatti e documenti decisivi ai fini del giudizio oggetto di discussione tra le parti, per l’erroneo ricorso, nella comprovata inesistenza di posizioni in organico disponibili per la collocazione del lavoratore, ad una comparazione in base alla sua (anche pregressa) professionalità, estranea al licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, invece propria della diversa ipotesi di licenziamento collettivo per riduzione di personale.

6. Essi sono assorbiti dal superiore accoglimento.

7. Dalle argomentazioni sopra svolte discende allora l’accoglimento del primo motivo di ricorso, con assorbimento degli altri, la cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvio, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Catanzaro.

P.Q.M.

La Corte

accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Catanzaro.

Così deciso in Roma, il 16 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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