Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32507 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 09/06/2021, dep. 08/11/2021), n.32507

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15671/2019 proposto da:

NUOVA INIZATIVA EDITORIALE S.P.A., IN LIQUIDAZIONE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA PIETRO PAOLO RUBENS N. 31, presso lo studio dell’avvocato

LUIGI AMERIGO BOTTAI, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

T.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE MILIZIE

34, presso lo studio dell’avvocato MARCO GUSTAVO PETROCELLI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4336/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 22/11/2018 R.G.N. 2231/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/06/2021 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Con ricorso ex art. 414 c.p.c., depositato in data 4/12/2015, T.A. conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Roma la Nuova Iniziativa Editoriale (N.I.E.) s.p.a. in liquidazione nonché il Commissario Giudiziale della procedura di concordato preventivo, per conseguirne la condanna al pagamento della somma di Euro 184.191,34, cui la società editoriale era stata condannata con sentenza del Tribunale capitolino n. 2079/2014 passata in giudicato, a titolo di risarcimento del danno da demansionamento, oltre ulteriori somme spettanti a titolo di indennità sostitutiva del preavviso e di indennità L. n. 416 del 1981, ex art. 36;

deduceva la ricorrente che con verbale di conciliazione 7/7/2014 la società N.I.E. aveva rinunciato ad impugnare la sentenza n. 2079/2014 e la T. ad avvalersene, dopo aver rinunciato alla procedura esecutiva;

la società si era impegnata ad assegnare alla lavoratrice il compito di redigere servizi di informazione giornalistica di rilevanza nell’ambito del servizio Interni ed Inchieste, ed a corrisponderle Euro 20.000 alla sottoscrizione, ed Euro 30.000 entro il 25/7/2014; in caso di mancato adempimento alle obbligazioni suddette, la giornalista avrebbe potuto agire per conseguire il risarcimento danni liquidatole con la sentenza n. 2079/2014;

non avendo la società adempiuto ad alcuna delle obbligazioni assunte

in sede conciliativa – per aver disposto la sospensione dal lavoro dopo venti giorni dall’accordo, collocando la ricorrente in CIGS a causa della cessazione delle pubblicazioni del quotidiano – e dopo aver formulato in data 1/8/2014 istanza di ammissione al concordato preventivo, essa ricorrente aveva azionato la pretesa risarcitoria oggetto della surricordata pronuncia passata in giudicato;

ritualmente instaurato il contraddittorio con le parti convenute, e dichiarato il difetto di legittimazione passiva del liquidatore giudiziale del Concordato preventivo, il giudice adito accoglieva integralmente le domande attrici;

tale pronunzia veniva confermata dalla Corte distrettuale la quale, per quel che ancora qui rileva, nel pervenire a tale convincimento, condivideva l’iter motivazionale percorso dal giudice di prima istanza il quale aveva escluso che dall’inadempimento della società fosse scaturita la risoluzione dell’accordo conciliativo, riconducendo la pretesa azionata alla clausola n. 6 dell’accordo inter partes – la cui efficacia era, dunque, perdurante – al paradigma normativo della obbligazione alternativa;

la Corte respingeva, da ultimo, l’eccezione formulata dalla N.E.I. s.p.a. di compensatio lucri cum damno fra l’indennità sostitutiva del preavviso e la somma ricevuta dalla T. all’esito di altro giudizio instaurato nei confronti dell’Unità s.r.l. (affittuaria della testata giornalistica che aveva ripreso le pubblicazioni), sul rilievo che il meccanismo compensatorio, disciplinato ex art. 1241 c.c., in relazione agli artt. 1123 e 2043 c.c., opera esclusivamente quando il vantaggio economico sia arrecato direttamente dal medesimo fatto che ha prodotto il danno; situazione questa – non riscontrabile nella fattispecie;

avverso tale decisione Nuova Iniziativa Editoriale s.p.a. in liquidazione interpone ricorso per cassazione affidato a quattro motivi, illustrati da memoria ex art. 380 bis c.p.c., ai quali T.A. oppone difese con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1285,1286,1362 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

si critica la statuizione con la quale la quale la Corte distrettuale ha proceduto alla esegesi della clausola n. 6 del verbale di conciliazione inter partes 7/7/2014, pervenendo alla qualificazione della stessa in termini di obbligazione alternativa; si deduce che “la possibilità della creditrice di azionare contro NIE la pretesa accordata dalla sentenza n. 2079/2014 è ivi prevista esclusivamente come conseguenza dell’inadempimento di NIE agli obblighi della transazione: nessun’altra esegesi è possibile in base al semplice significato delle parole utilizzate dalle parti all’inizio del punto 6”; viene prospettata una situazione di avvicendamento per cui la sentenza del Tribunale di Roma coperta dal giudicato, si sostituisce alla successiva transazione;

per contro, la categoria giuridica oggetto della opzione ermeneutica seguita dal giudice di seconda istanza postula l’originario concorso di due o più prestazioni dedotte dalle parti secondo modalità disgiuntive, situazione, questa, non ravvisabile nel caso di specie in cui una delle prestazioni è dovuta solo nel caso in cui la prima non sia eseguita, proprio perché questo meccanismo elide qualunque opzione dello stesso debitore;

2. il secondo motivo attiene alla violazione e falsa applicazione degli artt. 1285,1362,1456 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

si deduce che l’unica interpretazione plausibile della clausola considerata (art. 6 della transazione inter partes) è quella che ne consente la riconducibilità alla categoria della clausola risolutiva espressa, perché consente di attribuire al contratto un significato laddove la diversa opzione ermeneutica non ne ricondurrebbe alcuno: si arriverebbe infatti a ritenere efficace ancora una transazione che assicurava alla creditrice un pagamento di soli 50.000 Euro ammettendo al contempo la possibilità di richiedere l’integrale risarcimento;

3. i motivi che possono congiuntamente trattarsi per presupporre la soluzione di questioni giuridiche connesse, presentano profili di inammissibilità;

non può sottacersi innanzitutto che, in violazione del principio di specificità che governa il ricorso per cassazione, i motivi non recano una completa riproduzione del tenore dell’accordo conciliativo intercorso fra le parti, essendosi la società ricorrente limitata a riprodurre esclusivamente la clausola n. 6;

i requisiti di contenuto-forma previsti, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 6, devono infatti, essere assolti necessariamente con il ricorso e non possono essere ricavati da altri atti, come la sentenza impugnata o il controricorso, dovendo il ricorrente specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata indicando precisamente i fatti processuali alla base del vizio denunciato, producendo in giudizio l’atto o il documento della cui erronea valutazione si dolga, o indicando esattamente nel ricorso in quale fascicolo esso si trovi e in quale fase processuale sia stato depositato, e trascrivendone o riassumendone il contenuto nel ricorso, nel rispetto del principio di autosufficienza (vedi ex plurimis, Cass. 13/11/2018 n. 29093); il ricorrente ha infatti l’onere di operare una chiara esposizione funzionale alla piena valutazione di detti motivi in base alla sola lettura del ricorso, al fine di consentire alla Corte di Cassazione che non è tenuta a ricercare gli atti o a stabilire essa stessa se ed in quali parti rilevino, di verificare se quanto lo stesso afferma, trovi effettivo riscontro (vedi Cass. 4/10/2018 n. 24340);

né la disciplina del ricorso per cassazione, nella parte in cui prevede all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), requisiti di ammissibilità di contenuto-forma, contrasta con il principio di effettività della tutela giurisdizionale, sancito dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, giacché essi sono individuati in modo chiaro (tanto da doversi escludere che il ricorrente in cassazione, tramite la difesa tecnica, non sia in grado di percepirne il significato e le implicazioni) ed in armonia con il principiò della idoneità dell’atto processuale al raggiungimento dello scopo, sicché risultano coerenti con la natura di impugnazione a critica limitata propria del ricorso per cassazione e con la strutturazione del giudizio di legittimità quale processo sostanzialmente privo di momenti di istruzione (vedi Cass. 3/1/2020 n. 27);

4. deve, in via ulteriore, considerarsi, che l’attività ermeneutica sollecitata, non appare sindacabile in questa sede;

in base ai principi affermati dalla Corte regolatrice in tema di interpretazione del contratto, l’accertamento della volontà delle parti in relazione al contenuto del negozio si traduce, invero, in una indagine di fatto affidata al giudice di merito, e censurabile avanti alla Corte di legittimità, nella sola ipotesi di motivazione inadeguata ovvero di violazione dei canoni legali di interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c. e segg.;

pertanto il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali di interpretazione, mediante specifica indicazione delle norme asseritamene violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assunti come violati o se lo stesso li abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti;

il sindacato di legittimità non può dunque investire il risultato interpretativo in sé, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, né le censure vertenti sull’interpretazione del negozio possono risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, poiché quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile, ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra (vedi Cass. 9/4/2021 n. 9461, Cass. 28/11/2017 n. 28319);

5. nello specifico, tuttavia, la ricorrente si è discostata dagli enunciati principi, essendosi limitata a contrapporre all’articolato e persuasivo iter argomentativo che innerva l’impugnata sentenza, una propria diversa proposta ermeneutica che rinviene il proprio essenziale momento nella configurazione della clausola di cui al punto 6 del contratto, come risolutiva espressa ai sensi dell’art. 1456 c.c., senza realmente inficiare la coerenza giuridica della ricostruzione dello statuto negoziale offerta dai giudici del gravame; questi, come fatto cenno nello storico di lite, hanno ricondotto la fattispecie, al paradigma normativo della obbligazione alternativa, coerente con la struttura negoziale scrutinata, nella quale trovavano spazio sia la destinazione della T. a mansioni confacenti alla propria qualifica di giornalista, sia il pagamento di una ulteriore somma (Euro 30.000), entro il 25/7/2014 rispetto a quella corrisposta al momento della stipula; in caso di inadempimento da parte della società agli obblighi assunti, la creditrice era stata autorizzata ad avvalersi della pregressa sentenza emessa inter partes e passata in giudicato, a lei favorevole;

si tratta di un’interpretazione conforme ai canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 e segg., che hanno consentito di individuare la comune intenzione delle parti nella autorizzazione della parte creditrice, ad agire in giudizio per conseguire il pagamento della ingente somma riconosciuta all’esito del precedente contenzioso, consentendo di ricondurlo all’archetipo normativo cui si è fatto richiamo;

e tale indagine esegetica non risulta inficiata dalle critiche formulate, tese ad accreditare in forma meramente contrappositiva, una diversa opzione ermeneutica rispetto a quella posta a fondamento del decisum;

6. il terzo motivo prospetta violazione e falsa applicazione degli artt. 1218,1455 c.c., L. Fall., art. 168, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

si critica la statuizione con la quale la Corte di merito ha accertato che il duplice inadempimento alle obbligazioni nascenti dall’atto transattivo, inerente alla riqualificazione della giornalista e al pagamento della seconda rata di Euro 30.000,00 protrattosi per lungo tempo, dava ragione della gravità dell’inadempimento medesimo e legittimava la giornalista ad azionare la pretesa originaria;

si osserva che a mente dell’art. 1218 c.c., non può esservi inadempimento se l’impossibilità della prestazione è dovuta a causa non imputabile al debitore, e tale oggettiva impossibilità sopravvenuta è riscontrabile nello specifico, avendo l’Unità sospeso le pubblicazioni il 31/7/2014 e non avendo potuto onorare il pagamento della seconda rata entro il 25/7/2014 posto che col deposito il 1/8/2014 del ricorso L. Fall., ex art. 161, comma 6, era scattato il divieto di pagamento dei debiti anteriori L. Fall., ex art. 168;

7. la censura palesa profili di inammissibilità;

deve infatti considerarsi che secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte (vedi ex plurimis, Cass. 9/8/2018 n. 20694), il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, ed ha per sua natura, la funzione di controllare la difformità della decisione del giudice di merito dalle norme e dai principi di diritto; da ciò consegue che i motivi del ricorso devono investire questioni che siano già comprese nel thema decidendum del giudizio di appello, dovendo ritenersi precluse sia le domande nuove, che nuove questioni di diritto o temi di contestazione, non trattati nella fase di merito né rilevabili d’ufficio, qualora queste postulino indagini ed accertamenti di fatto non compiuti dal giudice di merito che, come tali, sono esorbitanti dal giudizio di legittimità (vedi in motivazione, Cass. 12/6/2018 n. 15196);

in particolare, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, il ricorso deve, a pena di inammissibilità, non solo allegare l’avvenuta loro deduzione dinanzi al giudice di merito, ma anche indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto in virtù del principio di autosufficienza del ricorso (vedi ex aliis, Cass. 12/6/2018 n. 15196, Cass. 24/1/2019 n. 2038);

nello specifico, la prospettazione della società ricorrente ha introdotto questioni non sottoposte allo scrutinio del giudice di merito, quale la situazione di impossibilità per la società di far fronte agli impegni assunti per effetto della sospensione delle pubblicazioni della testata giornalistica “L’Unità”, con conseguente cessazione di tutte le attività produttive, così incorrendo nello stigma della novità, giacché delinea nuove questioni di diritto che presuppongono lo svolgimento di differenti indagini ed accertamenti in fatto, non trattati nella fase di merito né rilevabili d’ufficio, come tali non proponibili per la prima volta in questa sede di legittimità;

8. con il quarto motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 1223 e 2056 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

ci si duole del mancato accoglimento da parte del giudice di seconda istanza, della eccezione di compensatio lucri cum danno sollevata; si ribadisce l’unicità del rapporto di lavoro della T., che era iniziato con NIE ed avrebbe dovuto proseguire con Unità s.r.l. stigmatizzandosi l’interpretazione resa dalla Corte di merito che aveva ricollegato la genesi del vantaggio economico ricevuto dalla ricorrente al comportamento illegittimo posto in essere da Unità s.r.l. nella fase di selezione del personale; non si sarebbe tenuto conto del fatto che la giornalista aveva goduto nello stesso periodo di indennità di preavviso erogata dalla società NIE; dell’indennità risarcitoria commisurata alle mancate retribuzioni percepite dalla Unità s.r.l.; dell’indennità di collocamento in CIGS;

9. il motivo va disatteso, alla stregua delle considerazioni che seguono;

secondo i consolidati dicta di questa Corte, in tema di risarcimento del danno per fatto illecito, il principio della “compensatio lucri cum damno” sancito dall’art. 1241 c.c., in relazione ai successivi artt. 1223 e 2043, opera solo quando il vantaggio economico sia arrecato direttamente dal medesimo fatto concreto che ha prodotto il danno, ossia quando l’incremento patrimoniale che il danneggiato ottiene sia una conseguenza immediata e diretta del comportamento illecito che cagiona il danno ma non anche quando il vantaggio, del cui valore economico si chieda l’imputazione in conto al valore economico del pregiudizio, derivi non dal suddetto comportamento illecito, ma da circostanze ad esso del tutto estranee (vedi Cass. 9/3/2018 n. 5841);

nello specifico il giudice di seconda istanza ha bene evidenziato come la condanna dell’Unità s.r.l. al pagamento di un importo commisurato ad una retribuzione annua, era connesso al comportamento illegittimo assunto da tale società nella fase di selezione del personale, assolutamente non riconducibile al comportamento illecito ascritto, invece, alla odierna ricorrente;

in tale prospettiva la censura formulata in termini di generica riproposizione della eccezione sollevata nel giudizio di merito, accreditando l’unicità del rapporto che, iniziato con NIE s.p.a. sarebbe dovuto proseguire con Unità s.r.l., non si confronta con il cuore della motivazione che sostiene la pronuncia impugnata;

onde la statuizione resiste alla censura all’esame;

10. discende dalle superiori argomentazioni, l’inammissibilità del ricorso;

il governo delle spese inerenti al presente giudizio, segue la soccombenza come, da dispositivo;

trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 6.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge;

ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 9 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA