Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32501 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 13/05/2021, dep. 08/11/2021), n.32501

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13820/2019 proposto da:

INTERBUS S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE

SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati LUIGI

CIMINO, VITO BERRETTA;

– ricorrente –

contro

B.A., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIUSEPPE TRIBULATO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 723/2018 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 24/10/2018 R.G.N. 196/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/05/2021 dal Consigliere Dott. VALERIA PICCONE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con sentenza del 24 ottobre 2018, la Corte d’appello di Messina ha confermato la decisione di primo grado che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato ad B.A. dalla Interbus S.p.A. nonché delle sanzioni al medesimo irrogate il 31 ottobre 2008 e il 12 giugno 2009, condannando la società a corrispondere al dipendente le retribuzioni a lui spettanti dalla data del recesso fino a quella di cessazione del rapporto, sopravvenuta nel maggio del 2012 oltre al risarcimento del danno patrimoniale pari alla mancata percezione dell’indennità di turno in misura corrispondente al 20% della retribuzione per il periodo dal marzo 2009 sino al licenziamento.

1.1. La Corte territoriale, condividendo l’iter decisorio del Tribunale, ha reputato legittima l’impugnazione delle sanzioni innanzi al giudice ordinario ritenendo, altresì, l’insussistenza di elementi di prova a sostegno della fondatezza dei fatti ascritti e posti a sostegno delle altre infrazioni attribuite al dipendente.

2. Per la cassazione della sentenza propone ricorso, assistito da memoria, la Interbus S.p.A., affidandolo a tre motivi.

2.1. Resiste, con controricorso, B.A..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo di ricorso si censura la decisione impugnata per violazione del combinato disposto degli artt. 101,112 e 420 c.p.c., allegandosi la mancata corrispondenza tra chiesto e pronunciato, la violazione del divieto di mutatio libelli, la violazione della L. n. 300 del 1970, art. 18.

1.1. Il motivo è inammissibile.

Come statuisce consolidata giurisprudenza di legittimità (ex plurimis, Cass. n. 342 del 2021Cass. n. 29093 del 2018; Cass. n. 14784 del 2015), il ricorso per cassazione deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito e, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito, sicché il ricorrente ha l’onere di indicarne specificamente, a pena di inammissibilità, oltre al luogo preciso in cui ne è avvenuta la produzione, gli atti processuali ed i documenti su cui il ricorso è fondato mediante la riproduzione diretta del contenuto che sorregge la censura oppure attraverso la riproduzione indiretta di esso con specificazione della parte del documento cui corrisponde l’indiretta riproduzione.

Nel caso di specie, era precipuo onere della parte ricorrente produrre il ricorso introduttivo di primo grado, trascriverne il contenuto ovvero consentirne comunque l’individuazione per poter contrastare la conclusione della Corte d’appello che aveva ritenuto correttamente e tempestivamente proposta ab origine nel ricorso introduttivo (precisamente al n. 3 delle domande, pagg. 14 e 15) la domanda risarcitoria poi ritenuta fondata;

la società ricorrente si limita, invece, nel ricorso introduttivo a riportare il verbale di causa ed il proprio atto d’appello (atti nei quali, peraltro, le lamentate censure inerenti la mutatio appaiono espresse in modo contraddittorio) senza nulla allegare circa il contenuto dell’originale atto introduttivo del B., atto, invece, indispensabile per stabilire se ci si trovasse di fronte ad una emendato libelli, consentita, ovvero ad una mutatio libelli, vietata.

2. Con il secondo motivo si deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 41 Cost., la violazione della L. n. 370 del 1934 e della L. n. 138 del 1958, nonché la violazione del CCNL Autoferrotranvieri del 27/11/2000 oltre che dell’art. 2697 c.c., unitamente all’omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione fra le parti.

2.1. Anche tale motivo è inammissibile.

Va premesso come lo stesso risulti formulato in modo promiscuo, non conformandosi al consolidato orientamento della Suprema Corte (fra le altre, Cass. n. 28674 del 2018) secondo cui, in tema di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che presuppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione.

Parte ricorrente omette, poi, di considerare che il presente giudizio di cassazione, ratione temporis, è soggetto non solo alla nuova disciplina di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in base alla quale, le sentenze possono essere impugnate “per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti”, ma anche a quella di cui all’art. 348 ter c.p.c., u.c., secondo cui il vizio in questione non può essere proposto con il ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello che confermi la decisione di primo grado, qualora il fatto sia stato ricostruito nei medesimi termini dai giudici di primo e di secondo grado, ossia non è deducibile in caso di impugnativa di pronuncia c.d., doppia conforme (v. sul punto, Cass., n. 4223 del 2016; Cass. n. 23021 del 2014);

non possono, quindi, trovare ingresso nel presente giudizio di legittimità tutte quelle censure che attengono alla ricostruzione della vicenda storica come operata dai giudici di merito, anche in ordine alla modifica dell’orario di lavoro con soppressione dei turni (e della correlata indennità) per effetto di scelta arbitraria del datore di lavoro non connessa ad esigenze dell’attività imprenditoriale, e che lamentano una errata ricostruzione della fattispecie concreta a mezzo della critica alla valutazione giudiziale delle risultanze di causa, sia perché formulate in modo difforme rispetto ai principi enunciati da Cass. SS.UU. n. 8053 del 2014, che ha rigorosamente interpretato il novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, limitando la scrutinabilità al c.d. “minimo costituzionale”, sia in quanto attingono questioni di fatto in cui la sentenza di appello ha confermato la pronuncia di primo grado.

Quanto alla dedotta violazione dell’art. 2697 c.c., va rilevato che, per consolidata giurisprudenza di legittimità, (ex plurimis, Cass. n. 18092 del 2020) la doglianza relativa alla violazione del precetto di cui all’art. 2697 c.c., è configurabile soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne risulta gravata secondo le regole dettate da quella norma e che tale ipotesi non ricorre nel caso di specie, perdurando, infatti, in capo alla parte resistente l’onere della prova circa la sussistenza dell’illecito ascritto (che sarebbe consistito nel rifiuto da parte dell’autoferrotranviere di utilizzare la macchinetta emettitrice di biglietti (OMISSIS), rifiuto reputato insussistente, in fatto, dalla Corte d’appello).

Nel complesso deve evidenziarsi come con l’articolato e promiscuo motivo in esame, pur veicolando parte ricorrente le proprie censure per il tramite dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, mira, in realtà, ad una rivisitazione fattuale della vicenda, e delle prove scrutinate dal giudice di secondo grado, inammissibile in sede di legittimità: hanno, in particolare, statuito sul punto le Sezioni Unite di questa Corte (cfr. SU 34476 del 2019) che è inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito;

3. Il terzo motivo è infondato.

Statuisce, infatti, del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, che, quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1 bis. Il giudice da atto della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo del pagamento sorge al momento del deposito dello stesso.

L’interpretazione di parte ricorrente, secondo la quale il contributo non sarebbe dovuto una volta disposta la compensazione delle spese deve ritenersi, quindi, del tutto destituita di fondamento.

4. Alla luce delle suesposte argomentazioni, il ricorso deve essere respinto.

4.1. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, commi 1 bis e 1 quater, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore della controricorrente, che liquida in complessivi Euro 5.250,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 13 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

 

 

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