Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32497 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 08/11/2021, (ud. 22/06/2021, dep. 08/11/2021), n.32497

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRUCITTI Roberta – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. VENEGONI Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22597-2014 proposto da:

N.D., elettivamente domiciliato in ROMA, Piazza Cavour

presso la cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e

difeso dall’avvocato DE FRANCISCIS CARMELA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

DIREZIONE PROVINCIALE l NAPOLI UFFICIO CONTROLLI AREA LEGALE;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1321/2014 della COMM. TRIB. REG. CAMPANIA,

depositata il 10/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/06/2021 dal Consigliere Dott. VENEGONI ANDREA.

 

Fatto

RITENUTO

Che:

N.D., socio della società N. Bros srl, esponeva di avere versato nelle casse sociali, insieme agli altri soci, la somma di Euro 431.171 nel corso dell’anno 2006.

L’Agenzia delle Entrate, ufficio di Napoli 2, riteneva che tale importo rappresentasse, in realtà, maggior reddito non dichiarato da parte della società, oggetto di un ulteriore avviso di accertamento a carico di quest’ultima, impugnato in separato giudizio, da cui derivavano ulteriori avvisi a carico dei soci per presunzione di distribuzione dell’utile extra contabile.

A carico di N.D., in particolare, socio al 30%, l’ufficio accertava maggior reddito di circa 51.000 Euro.

Contro tale atto proponeva ricorso alla CTP di Napoli il N., la quale lo rigettava.

Il contribuente proponeva appello e la CTR della Campania lo respingeva, sul presupposto che nel separato giudizio era stato confermato il maggior reddito a carico della società.

Ricorre il contribuente a questa Corte sulla base di un motivo. Si costituisce l’Agenzia delle Entrate con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

Con il motivo di ricorso il contribuente deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 51, 55, 75 e 85, e art. 88, comma 4, e del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 1,2 e 3 e in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

La CTR, anziché analizzare le argomentazioni proposte dal contribuente nell’atto di appello, ha considerato l’importo presente nelle casse sociali senza tenere in conto che era un versamento dei soci, che quindi non poteva essere considerato reddito.

Il motivo è infondato.

In primo luogo, va rilevato che, laddove il ricorso lamenta la mancata corrispondenza tra pronuncia impugnata e doglianze dell’atto di appello non è specifico, non riportando in cosa consistessero esattamente tali censure, né in che termini erano state dedotte nell’atto di impugnazione.

Inoltre, il ricorso è incentrato sul principio secondo cui le somme erogate dai soci a titolo di finanziamento della società non costituiscono reddito, ma, così facendo, è proprio quest’ultimo a non essere centrato sulla “ratio” della decisione impugnata che, dapprima, anche sulla base di elementi di fatto insindacabili in questa sede, ha rilevato come la tesi dell’erogazione in questione dal socio alla società fosse implausibile anche in virtù delle condizioni finanziarie della società stessa, riportate come buone e con notevole disponibilità di liquidità, e, successivamente, ha fatto applicazione del principio, più volte affermato da questa Corte, secondo cui nelle società a ristretta base azionaria, accertato un maggior reddito a carico della società, lo stesso si può presumere distribuito ai soci, salvo prova contraria da parte di questi ultimi.

Già queste considerazioni condurrebbero al rigetto del ricorso.

In aggiunta a ciò, non si può non rilevare come, sulla base di una verifica, che questa Corte può sempre compiere sulla propria giurisprudenza sulla base del principio per cui essa può prendere cognizione delle proprie decisioni indipendentemente da uno specifico motivo di ricorso, il procedimento che riguarda l’accertamento irpeg ires e irap 2006 sul reddito della società nel quale venivano qualificati come ricavi non contabilizzati i finanziamenti dei soci – risulta definito con sentenza n. 19563/17 che ha dichiarato inammissibile il ricorso della società contro la sentenza della CTR 1327/31/14 (citata anche dall’Agenzia nel controricorso della presente causa) che aveva solo in parte accolto l’appello della società, ma, nella parte che interessa ai fini della presente controversia, aveva confermato che i finanziamenti dei soci erano in realtà ricavi in nero della società, distribuiti a questi ultimi.

Lo specifico motivo di ricorso con cui la società ricorrente lamentava l’insufficiente e non pertinente motivazione resa dalla CTR in ordine agli elementi addotti dall’ufficio finanziario per qualificare come ricavi in nero i finanziamenti erogati dai soci alla società, avendo erroneamente ritenuto che tali elementi presuntivi fossero dotati dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, è stato, infatti, dichiarato inammissibile, come, del resto, tutti gli altri motivi. Di conseguenza, l’accertamento a carico della società per l’anno 2006 è divenuto definitivo e in quella sede si è stabilito che la somma che i soci qualificavano come versamento con propria provvista era, in realtà, utile extracontabile conseguito dalla società e distribuito ai soci.

Ciò comporta a maggior ragione il rigetto del presente ricorso perché, una volta accertato definitivamente il maggior reddito societario di società a ristretta base partecipativa, su questo – per l’effetto riflesso del giudicato (sez. V n. 13989 del 2019) che opera sia in senso favorevole al contribuente, ma anche in senso opposto – può fondarsi la presunzione di accertamento a carico del socio, salvo che quest’ultimo non sia in grado di provare che l’utile extracontabile della società – definitivamente accertato nel separato procedimento – è stato destinato ad altri scopi, quali accantonato o reinvestito, o non sia in grado di dimostrare che, nonostante la sua qualità di socio, egli era in realtà estraneo alla vita societaria, così da non beneficiare neppure degli utili conseguiti dalla società, ma nessuna delle due circostanze è stata addotta nella presente causa.

Il motivo di ricorso riguarda, infatti, la natura della somma versata dal socio nelle casse sociali, ma su questo tema, come detto, l’accertamento societario è divenuto definitivo.

Va anche ricordato che la giurisprudenza di questa Corte (tra le altre, sez. V n. 1947 del 2019) afferma il principio secondo cui nell’ipotesi di società di capitali a ristretta base sociale, è ammessa la presunzione di attribuzione ai soci degli utili extracontabili, che non si pone in contrasto con il divieto di presunzione di secondo grado, in quanto il fatto noto non è dato dalla sussistenza di maggiori redditi accertati induttivamente nei confronti della società, bensì dalla ristrettezza dell’assetto societario, che implica un vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci nella gestione sociale, con la conseguenza che, una volta ritenuta operante detta presunzione, spetta poi al contribuente fornire la prova contraria.

Il ricorso deve, pertanto, essere respinto.

Le spese seguono la soccombenza. Sono, pertanto, a carico del ricorrente e, considerato il valore della lite, si liquidano in Euro 3.000 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto pe ril ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 3.000 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 22 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

 

 

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