Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3248 del 02/02/2022

Cassazione civile sez. II, 02/02/2022, (ud. 18/01/2022, dep. 02/02/2022), n.3248

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14204-2019 proposto da:

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEGLI

SCIPIONI 268-A, presso lo studio dell’avvocato PIERO FRATTARELLI,

rappresentato e difeso dall’avvocato ANNUNCIATA CAVARZERE;

– ricorrente –

contro

COMMISSIONE NAZIONALE PER LA SOCIETA’ E LA BORSA CONSOB,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G.B. MARTINI, 3 C/O CONSOB,

presso lo studio dell’avvocato PAOLO PALMISANO, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato ANNUNZIATA PALOMBELLA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 82/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 15/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/01/2022 dal Consigliere SCARPA ANTONIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

C.A. ha proposto ricorso, articolato in cinque motivi, avverso la sentenza n. 82/2019 pronunciata dalla Corte di Appello di Venezia, pubblicata in data 15 gennaio 2019.

Resiste con controricorso la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (CONSOB).

Con Delib. n. 20033 del 14 giugno 2017 (poi rettificata con Delib. n. 20057 del 6 luglio 2017), emessa all’esito del procedimento disciplinato dal D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 195 (t.u.f.), la CONSOB ha applicato a carico di C.A., quale componente del consiglio di amministrazione di Veneto Banca s.p.a. per il periodo dal 18 aprile 2009 al 20 febbraio 2014, la sanzione amministrativa pecuniaria di Euro 140.000,00, per la violazione dell’art. 21, comma 1, lett. d, del t.u.f. e dell’art. 15 del Regolamento Congiunto Banca d’Italia/Consob del 29 ottobre 2007, nonché dell’art. 21, comma 1, lett. a, del t.u.f. e degli artt. 39 e 40 del Regolamento Consob n. 16190 del 29 ottobre 2007 (periodo di riferimento: 1 giugno 2011 – 31 dicembre 2015), per aver la banca omesso di dotarsi di procedure adeguate e tenuto comportamenti contrari a correttezza, diligenza e trasparenza in materia di valutazione di adeguatezza di operazioni; per la violazione dell’art. 21, comma 1, lett. a, del t.u.f. (periodo di riferimento: 18 dicembre 2012 – 31 agosto 2015), per aver la banca tenuto comportamenti irregolari, tra l’altro, nell’ambito dei “trasferimenti fra privati” delle azioni Veneto Banca e dei finanziamenti concessi ai clienti per l’acquisto delle azioni di propria emissione; per la violazione dell’art. 21, comma 1, lett. d, del t.u.f. e dell’art. 15 del Regolamento Congiunto Banca d’Italia/Consob del 29 ottobre 2007 nonché dell’art. 21, comma 1, lett. a, del t.u.f. e dell’art. 49, commi 1 e 3, del Regolamento Consob n. 16190 del 29 ottobre 2007 (periodo di riferimento: 1 giugno 2011 – 10 febbraio 2015) per aver la banca omesso di dotarsi di procedure adeguate e tenuto comportamenti contrari a correttezza, diligenza e trasparenza in materia di gestione degli ordini dei clienti; per la violazione dell’art. 21, comma 1, lett. d, del t.u.f. e dell’art. 15, comma 1, del Regolamento Congiunto Banca d’Italia/Consob del 29 ottobre 2007 (periodo di riferimento: 1 giugno 2011 – 18 aprile 2015) per avere la banca omesso di dotarsi di procedure adeguate in materia di pricing delle azioni di propria emissione.

La Corte di Appello di Venezia, in parziale accoglimento dell’opposizione proposta da C.A., ha ridotto l’ammontare della sanzione irrogata da Euro 140.000,00 a Euro 90.000,00.

3. La trattazione del ricorso è stata fissata in camera di consiglio, a norma dell’art. 375 c.p.c., comma 2, e 380 bis.1 c.p.c.

4. Il primo motivo di ricorso di C.A. denuncia la violazione dell’art. 195 TUF, del L. n. 262 del 2005, art. 24 e del Regolamento sul procedimento sanzionatorio Consob, nonché la violazione degli artt. 24 e 111 Cost. e dell’art. 6CEDU.

4.1. Il primo motivo di ricorso non supera lo scrutinio di cui all’art. 360-bis c.p.c., n. 1. La sentenza impugnata ha deciso la questione di diritto in esame in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte e l’esame del motivo non offre elementi per mutare tale orientamento.

In tema di intermediazione finanziaria, il procedimento di accertamento e irrogazione di sanzioni amministrative davanti alla CONSOB prima delle modifiche introdotte dalla Delib. n. 29158 del 29 maggio 2015 della medesima CONSOB, postula solo che, prima dell’adozione della sanzione, sia effettuata la contestazione dell’addebito e siano valutate le eventuali controdeduzioni dell’interessato; non sono, pertanto, violati il principio del contraddittorio e le garanzie del giusto processo, né sono lesi i principi espressi dagli artt. 195 TUF e 24 della L. n. 262 del 2005, per il cumulo in capo alla Consob di funzioni decisorie, né per l’omessa trasmissione all’interessato delle conclusioni dell’Ufficio sanzioni amministrative della Consob o per la sua mancata audizione innanzi alla Commissione, essendo esclusa in tale fase la diretta applicabilità dei precetti degli artt. 24 e 111 Cost. e dell’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, invocabili con riferimento al processo che si svolge davanti al giudice indipendente ed imparziale, innanzi al quale l’incolpato può impugnare il provvedimento sanzionatorio con garanzia del diritto di difesa e pieno dispiegamento del contraddittorio tra le parti (Cass. Sez. 2, 22/04/2016, n. 8210; Cass. Sez. 2, 13/01/2017, n. 770; Cass. Sez. 2, 15/02/2018, n. 3734; Cass. Sez. 2, 21/03/2019, n. 8046; Cass. Sez. 2, 24/09/2019, n. 23814; Cass. Sez. 2, 09/08/2018, n. 20689).

5. Il secondo motivo di ricorso allega la violazione dell’art. 195 TUF e del principio del favor rei, con riguardo alla sentenza della Corte Costituzionale n. 63/2019.

5.1. Il secondo motivo di ricorso è infondato. Trova applicazione, nella specie, ratione temporis, il testo dell’art. 190 TUF antecedente alle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 72 del 2015, secondo il regime transitorio di cui al medesimo D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 6, comma 2. Non vi è ragione per invocare l’operatività della nuova e più favorevole disposizione di cui all’art. 190-bis t.u.f. – parimenti introdotto dal D.Lgs. n. 72 del 2015 -, a tenore del quale, peraltro, è comunque sanzionabile colui che svolga funzioni di amministrazione, di direzione o di controllo, la cui condotta abbia inciso in modo rilevante sulla complessiva organizzazione o sui profili di rischio aziendali, ovvero abbia provocato un grave pregiudizio per la tutela degli investitori o per la trasparenza, l’integrità e il corretto funzionamento del mercato. Neppure induce a diversa conclusione quanto statuito dalla Corte Cost. con la sentenza 21 marzo 2019, n. 63, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. 12 maggio 2015, n. 72, art. 6, comma 2, nella parte in cui tale norma, appunto, escludeva l’applicazione retroattiva delle modifiche apportate dal comma 3 dello stesso art. 6 alle sanzioni amministrative previste per l’illecito disciplinato dal D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 187-bis e dall’art. 187-ter. La Corte Costituzionale, premessa l’applicabilità del principio della retroattività della lex mitior in materia penale – fondato sull’art. 3 Cost. e sull’art. 117 Cost., comma 1, – anche alle sanzioni amministrative che abbiano natura “punitiva”, quali appunto sono le sanzioni amministrative previste per l’abuso di informazioni privilegiate di cui al D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-bis, ha così affermato che la deroga alla retroattività in mitius stabilita dal D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 6, comma 2, non supera il “vaglio positivo di ragionevolezza” ed e’, pertanto, costituzionalmente illegittima. La natura sostanzialmente punitiva della sanzione pecuniaria stabilita dal D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 187-bis è stata ravvisata dalla Corte Costituzionale alla luce della sua “elevatissima carica afflittiva”, giacché “destinata, nelle intenzioni del legislatore, ad eccedere il valore del profitto in concreto conseguito dall’autore, a sua volta oggetto di separata confisca”, “in funzione di una finalità di deterrenza, o prevenzione generale negativa, che è certamente comune anche alle pene in senso stretto”. La natura “penale” di tale sanzione, ai sensi dell’art. 50 CDFUE, proprio in considerazione del suo “elevato carico di severità”, è stata, peraltro, conclamata anche dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea (sentenza 20 marzo 2018, Di Puma e altri, in cause C596/16 e C-596/16, paragrafo 38; nello stesso senso, ancora Cass. Sez. 2, 06/12/2018, n. 31632). Corte Cost. 21 marzo 2019, n. 63, ha quindi negato la legittimità della deroga, contenuta nel D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 6, comma 2, alla retroattività in mitius del più favorevole regime sanzionatorio introdotto dal D.Lgs. n. 72 del 2015 (il cui principale effetto pratico è consistito nella “dequintuplicazione” delle sanzioni amministrative previste dal D.Lgs. n. 58 del 1998), risultandone irragionevolmente sacrificato il diritto degli autori dell’illecito di abuso di informazioni privilegiate a vedersi applicare una sanzione proporzionata al disvalore del fatto, secondo il mutato apprezzamento del legislatore, che riflette, evidentemente, la consapevolezza del carattere non proporzionato di un minimo edittale di centomila Euro.

L’interpretazione secondo cui non trovano applicazione nel caso in esame le modifiche alla parte V del D.Lgs. n. 58 del 1998 apportate dal D.Lgs. n. 72 del 2015, trattandosi di violazioni commesse prima dell’entrata in vigore delle disposizioni di attuazione adottate dalla Consob e dalla Banca d’Italia, come dispone il D.Lgs. n. 72 cit., art. 6, discende, allora, dalla considerazione che le sanzioni amministrative pecuniarie irrogate dalla CONSOB ai sensi dell’art. 190 TUF (testo vigente ratione temporis) non sono equiparabili, quanto a tipologia, severità, incidenza patrimoniale e personale, a quelle irrogate dalla CONSOB ai sensi degli 187-bis e 187-ter del TUF, sicché esse non hanno la natura sostanzialmente penale che appartiene a queste ultime, né pongono, quindi, un problema di compatibilità con le garanzie riservate dall’art. 7 CEDU ai fini dell’applicazione all’imputato della legge più favorevole (si vedano Cass. Sez. 2, 09/08/2018, n. 20689; Cass. Sez. 2, 24/09/2019, n. 23814, anche per la motivazione sulla manifestamente infondatezza della questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 6, comma 2; Cass. Sez. 2, 05/04/2017, n. 8855; Cass. Sez. 2, 21/03/2019, n. 8046). 6. Il terzo morivo di ricorso deduce la violazione dell’art. 195 TUF e dell’art. 4 comma 2 del Regolamento sul procedimento sanzionatorio della Consob di cui alla Delib. n. 18750 del 2013 come novellato dalle modifiche apportate con Delib. n. 19158 del 2015, ed allega la decadenza del potere punitivo per superamento del termine ragionevole di conclusione del procedimento, essendosi svolta l’ispezione CONSOB nel 2015 ed essendo avvenuta la notifica della contestazione al C. l’8 agosto 2017, con riguardo a fatti avvenuti nel 2014.

6.1. Il terzo motivo di ricorso è inammissibile per la non conferenza dei parametri normativi individuati e dunque per la carenza di specificità della censura, agli effetti dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4.

Il procedimento preordinato alla irrogazione di sanzioni amministrative, nella specie irrogate dalla Consob, è compiutamente retto dai principi sanciti dalla L. n. 689 del 1981, sicché non assumono rilevanza i termini per la conclusione del procedimento fissati con regolamento interno della medesima Consob. L’interpretazione giurisprudenziale costante nega altresì natura perentoria al termine per la irrogazione delle sanzioni di cui dal D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 195, che pertanto non può determinare alcuna decadenza dall’esercizio della potestà sanzionatoria (Cass. Sez. 2, 04/03/2015, n. 4363; Cass. Sez. 2, 18/04/2018, n. 9517; Cass. Sez. 2, 03/11/2021, n. 31239).

7. Il quarto motivo di ricorso allega la violazione del D.Lgs. n. 6 settembre 2005, n. 206, art. 27, comma 1 bis, dell’art. 6 TUF, del del principio del ne bis in idem e dell’art. 4 protocollo 7 CEDU. Con riferimento a quanto affermato dalla Corte di Venezia a pagina 11 della sentenza impugnata, circa la “pretesa incompetenza della Consob ad emettere le sanzioni”, il ricorrente invoca la disciplina del Codice del Consumo sulle pratiche commerciali scorrette. Quindi si assume la violazione del ne bis in idem, essendo stato il C. già sanzionato con delibera Banca d’Italia n. 424/2014 per lo stesso fatto.

7.1. Il quarto motivo è inammissibile nella parte in cui pone la questione di diritto, non affrontata nella sentenza impugnata, riguardante il D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 27, comma 1-bis, senza specificare, ai fini dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quale atto del pregresso giudizio di merito la stessa questione fosse stata utilmente dedotta, atteso che non potrebbe procedersi nel giudizio di legittimità ad accertare i nuovi elementi di fatto connessi.

D’altro canto, questa Corte ha già precisato che, in materia di sanzioni amministrative nei confronti degli intermediari mobiliari, ove la condotta sanzionata consista nella violazione, da parte di soggetti che svolgono funzioni di direzione, amministrazione o controllo di istituti bancari, dei doveri concernenti il momento organizzativo, preordinati alla tutela non solo del cliente, ma anche della trasparenza e correttezza dell’operato della banca e dell’integrità del mercato, l’autorità competente ad irrogare le sanzioni è la CONSOB, ai sensi degli artt. 5,21 e 190 del T.U.F., restando irrilevante che dalle violazioni siano poi derivate pratiche commerciali scorrette e senza che ciò determini un contrasto della disciplina del T.U.F. con il D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 27, comma 1-bis, introdotto dal D.Lgs. n. 21 del 2014, art. 1, comma 6, lett. a), che attribuisce in via esclusiva all’AGCM la tutela amministrativa del consumatore contro simili pratiche (Cass. Sez. 2, 18/09/2020, n. 19558).

Parimenti priva di specificità, ai fini dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, è l’indicazione della delibera Banca d’Italia n. 424/2014. La doglianza è peraltro prima facie infondata, in quanto, in tema di vigilanza sull’attività di intermediazione finanziaria, il principio del “ne bis in idem” non opera qualora vengano in rilievo più condotte illecite ricomprese in diverse norme sanzionatorie applicate dalla Banca d’Italia e dalla Consob secondo le rispettive competenze (Cass. Sez. 2, 06/08/2019, n. 21017)

8. Il quinto motivo di ricorso, infine, censura la violazione del L. n. 689 del 1981, art. 23 e dell’art. 6 Convenzione dei Diritti dell’Uomo, ripercorrendo le contestazioni sollevate “nel procedimento d’appello”, sul presupposto che la Consob si sia limitata a riprendere quanto asserito dalla Consob, senza considerare che il C. era dimissionario dal c.d.a. dal dicembre 2013 ed era stato sostituito nell’ottobre 2014 e senza neppure tener conto del ruolo di consigliere non esecutivo dallo stesso svolto.

8.1. Il quinto motivo di ricorso è inammissibile. Esso contesta la sussistenza della responsabilità del C. nella sua qualità di componente di amministratore non esecutivo di Veneto Banca s.p.a., nonché la illegittimità delle procedure relative ai servizi di esecuzione di ordini per conto dei clienti, del servizio di negoziazione in conto proprio delle azioni Veneto Banca e della procedura di determinazione del prezzo delle azioni di Veneto Banca. La censura è formulata in forma di violazione o falsa applicazione di norme di diritto, e quindi deve intendersi come denuncia della negazione o affermazione erronea della esistenza o inesistenza di tali norme, ovvero della attribuzione ad esse di contenuti che non posseggono, o, ancora, della sussunzione della fattispecie concreta giudicata sotto norme che non le si addicono. Il quinto motivo di ricorso non deduce, invece, l’omesso esame di fatti storici, e quindi non può spiegarsi come allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, ricognizione che è esterna all’esatta interpretazione delle norme di diritto ed inerisce, piuttosto, alla tipica valutazione del giudice di merito.

Il quinto motivo di ricorso mira, a ben vedere, ad una rivalutazione dei fatti storici contraria alla ricostruzione offerta dai giudici di merito.

La Corte d’appello di Venezia, invero, ha accertato in fatto la mancata adozione di idonee procedure circa la valutazione di adeguatezza e appropriatezza delle operazioni di profilatura della clientela e di presidi volti a tracciare le relazioni con la stessa clientela con funzionalità di blocco di condotte elusive o anomale. I fatti ad oggetto della prima contestazione si leggono diffusamente nelle pagine 12 e seguenti dell’impugnata decisione, mentre il fondamento della responsabilità del C. è tratteggiata facendo riferimento all’attività di vigilanza svolta dalla Consob, alle segnalazioni fatte agli organi di vertice della Banca ed alle colpevoli inerzie addebitate al ricorrente. La sentenza impugnata indica altresì gli accertamenti di fatto relativi allo svolgimento da parte della Banca di uno scorretto ruolo di intermediazione nel trasferimento di titoli fra privati (pagina 19 e ss.) ed alle irregolarità nella gestione della compravendita delle azioni della stessa Veneto Banca (pagina 27 e ss.).

Il quinto motivo di ricorso è invece strutturato “ripercorrendo” i motivi dedotti nel procedimento di opposizione, con evidente inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, supponendo la necessaria specificità e tassatività del motivo di ricorso per cassazione che sia formulata una critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata.

9. Il ricorso va perciò rigettato, con condanna del ricorrente a rimborsare alla controricorrente le spese del giudizio di cassazione nell’importo liquidato in dispositivo.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e condanna il ricorrente a rimborsare alla controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2 Sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 18 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2022

 

 

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