Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3247 del 02/02/2022

Cassazione civile sez. II, 02/02/2022, (ud. 18/01/2022, dep. 02/02/2022), n.3247

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5259-2019 proposto da:

G.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI SAN

VALENTINO 21, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO CARBONETTI,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROBERTO DELLA

VECCHIA;

– ricorrente –

contro

BANCA D’ITALIA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA NAZIONALE 91,

presso lo studio dell’avvocato OLINA CAPOLINO, che la rappresenta e

difende unitamente agli avvocati DONATO MESSINEO, DONATELLA LA

LICATA;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

04/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/01/2022 dal Consigliere SCARPA ANTONIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

1. G.L. ha proposto ricorso articolato in due motivi avverso il decreto n. 7824/2018 della Corte d’appello di Roma, del 4 luglio 2018.

2. Resiste con controricorso la Banca d’Italia.

3. Il giudizio trae origine dal procedimento amministrativo sanzionatorio avviato da Banca d’Italia nei confronti del c.d.a., dei membri del Collegio Sindacale, del Direttore Generale e degli altri componenti del Comitato Direttivo della Banca Monte dei Paschi di Siena. Al ricorrente (componente del c.d.a. di MPS), con provvedimento del 28 marzo 2013, vennero contestate la violazione della normativa in materia di contenimento dei rischi finanziari da parte dei membri del c.d.a. e del collegio sindacale, nonché carenze nell’organizzazione e nei controlli interni da parte dei membri del c.d.a. e del collegio sindacale. Il procedimento si concluse con l’irrogazione di due sanzioni amministrative pecuniarie, l’una di 135.000 Euro, l’altra di 90.000 Euro G.L. propose dapprima ricorso in opposizione al TAR Lazio; intervenne, tuttavia, nelle more del processo, la sentenza n. 94 del 9 aprile 2014 della Corte Costituzionale, sicché con sentenza n. 7354/2015 il TAR Lazio dichiarò il proprio difetto di giurisdizione. Il giudizio fu riassunto innanzi alla Corte d’appello di Roma, ove G.L. dedusse plurimi vizi del provvedimento sanzionatorio.

La Corte d’appello, pervenendo al rigetto dell’opposizione, ha affermato, per quanto qui ancora rilevi, che: 1) deve ritenersi applicabile ratione temporis l’art. 145 T.U.B. nella sua formulazione anteriore alle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 72 del 2015, né può applicarsi la disciplina transitoria prevista al D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 2, comma 3, in quanto il giudizio risulta instaurato prima dell’entrata in vigore del suddetto decreto legislativo, dovendosi avere riguardo alla data del ricorso n. 5115/2013 proposto davanti al TAR; parimenti inapplicabile deve ritenersi l’art. 144, comma 3 e 4 TUB, nella sua formulazione risultante dal D.Lsg. n. 72 del 2015, dovendosi escludere la natura sostanzialmente penale delle sanzioni amministrative ivi previste; 2) nell’irrogare la sanzione non si è violato il principio di colpevolezza, dal momento che la L. n. 689 del 1981, art. 3, pone una presunzione di colpa a carico dell’autore del fatto contestato, di talché alla Banca d’Italia spetta solo l’accertamento della sussistenza della condotta illecita; neanche potrebbe addebitarsi al provvedimento il difetto di essere diretto a sanzionare scelte gestionali, sicché parimenti infondato è l’assunto dell’opponente in ordine alla violazione dell’art. 2381 c.c., comma 6, in quanto anche gli amministratori di una s.p.a. privi di deleghe hanno l’obbligo di agire in modo informato, in ciò consistendo il comportamento diligente che si richiede loro; a tutti gli amministratori spetta un potere di gestione dell’impresa, cui corrisponde un dovere di vigilanza sull’andamento della stessa, dovere che non viene meno laddove uno o più delegati (oppure un comitato esecutivo) siano destinatari di attribuzioni specifiche; il principio di corresponsabilità dei consiglieri rispetto alle condotte del c.d.a. può essere superato solo dimostrando l’espressa dissociazione dalle decisioni dell’organo cui siano seguite misure concrete di contenimento degli effetti negativi, dovendosi invece rilevare come nel caso di specie i segnali di allarme fossero stati sottovalutati e financo minimizzati dagli amministratori; è da escludersi che il provvedimento investisse l’opportunità di determinate scelte gestionali insindacabili.

4. La trattazione del ricorso è stata fissata in camera di consiglio, a norma dell’art. 375 c.p.c., comma 2 e art. 380 bis.1, c.p.c..

5. Il primo motivo del ricorso di G.L. denuncia l’illegittimità del decreto nella parte in cui conferma il provvedimento sanzionatorio in violazione del principio del favor rei, in relazione agli artt. 144 e 144-ter TUB come modificati dal D.Lgs. n. 72 del 2015, nonché l’illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 72 del 2015, art. 2, comma 3, in relazione agli artt. 3 e 117 Cost., per non aver previsto la retroattività della legge più favorevole con riferimento alle sezioni irrogate ai sensi del TUB prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 72 del 2015.

6. Il secondo motivo di ricorso allega l’illegittimità del decreto della Corte d’appello di Roma, per aver violato la L. n. 689 del 1981, art. 3, comma 1, nonché l’art. 2381, comma 3 e 6, in relazione al principio della c.d. business judgement rule. Il ricorrente reitera la censura in merito alla non sussistenza dell’elemento soggettivo e assume che il provvedimento avrebbe investito scelte gestionali della Banca insindacabili, in quanto aventi ad oggetto il merito della gestione commerciale della Banca.

7. Nella memoria depositata dall’avvocato Francesco Carbonetti il 30 dicembre 2021, ai sensi dell’art. 380 bis.1. c.p.c., è stato dichiarato che il ricorrente G.L. è deceduto in (OMISSIS), come documentato dall’allegato estratto per riassunto dell’atto di morte del Comune di Lecce.

Vertendosi in tema di sanzioni amministrative, la morte dell’autore della violazione comporta l’estinzione dell’obbligazione di pagare la sanzione pecuniaria irrogata dall’Amministrazione, la quale, ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 7, non si trasmette agli eredi. Tale vicenda estintiva del rapporto sanzionatorio assume rilievo anche nel giudizio di cassazione, ove il decesso sia documentato ex art. 372 c.p.c. (tra le tante, Cass. Sez. 2, 22/10/2021, n. 29577; Cass. Sez. 2, 05/10/2020, n. 21265; Cass. Sez. 2, 30/10/2018, n. 27650).

Ne discende la sopravvenuta inammissibilità del ricorso per il venir meno dell’ordinanza – ingiunzione oggetto di opposizione. Tale dichiarazione implica necessariamente la constatazione dell’automatica perdita di efficacia altresì della sentenza impugnata (Cass. Sez. 2, 13/03/2007, n. 5880).

Il sopravvenuto mutamento dei termini della controversia si connota come ragione di compensazione tra le parti delle spese processuali sostenute nel giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, stante la declaratoria di inammissibilità sopravvenuta del ricorso, non sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso per il venir meno dell’ordinanza – ingiunzione oggetto di opposizione e compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 18 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2022

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