Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32433 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 08/11/2021, (ud. 27/05/2021, dep. 08/11/2021), n.32433

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3599-20189 proposto da:

D.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VALSASSINA

N. 22, presso lo studio dell’avvocato DIANA MICARELLI, che lo

rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

P.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PREMUDA 18,

presso lo studio dell’avvocato EMILIO NICOLA RICCI, che unitamente

all’avvocato ARTURO FLICK e WALDEMARO FLICK, lo rappresenta e

difende giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 263/2018 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI

SEZ. DIST. SASSARI, depositata il 15/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

27/05/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie depositate dalla controricorrente.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Il Tribunale di Tempio Pausania con sentenza n. 627 del 20/10/2016 ha rigettato la domanda con cui D.G. nella qualità di erede legittimo di D.A., aveva chiesto dichiararsi la nullità, invalidità o inesistenza del testamento olografo del 16 febbraio 2009 con il quale il de cuius aveva designato la convenuta, P.M., erede universale.

La Corte d’Appello di Cagliari sezione distaccata di Sassari, con la sentenza n. 263 del 15/6/2018, ha rigettato l’appello.

Dava atto della sostanziale irrilevanza dell’errore commesso dal giudice di primo grado nel riferire che il testamento era stato depositato presso il notaio – che ne aveva poi curato la pubblicazione – da parte dello stesso de cuius, in quanto doveva prevalere la chiara manifestazione di volontà del de cuius che deponeva per l’evidente volontà di istituire la convenuta quale propria erede universale, Evidenziava come fossero inammissibili le richieste istruttorie avanzate in grado di appello dall’attore, posto che, trovando applicazione il testo dell’art. 345 c.p.c., quale novellato nel 2012, non rappresentava causa non imputabile la mera circostanza che solo nel 2017 l’attore avesse appreso fatti in realtà già risalenti al 2009, a seguito di confidenze fatte al figlio dell’appellante da alcuni suoi amici.

Quanto alle circostanze probatorie addotte in primo grado era da condividere la valutazione del Tribunale secondo cui non erano idonee a fornire la prova né della captazione né della violenza in danno del testatore.

Infatti, le condotte descritte nei capitoli di prova, quand’anche avessero dimostrato che la convenuta aveva provocato il progressivo allontanamento del de cuius dai suoi familiari più stretti, non potevano ritenersi idonee a dimostrare che lo stesso fosse stato tratto in inganno e che lo avessero indotto a disporre dei propri beni in modo diverso da quello in cui si sarebbe diversamente orientato senza l’altrui intervento.

Per la cassazione di tale sentenza D.G. ha proposto ricorso per cassazione, articolato su tre motivi.

Resiste con controricorso P.M..

In prossimità dell’udienza la controricorrente ha depositato memorie.

Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 587 e 1362 c.c., in quanto la Corte d’Appello ha errato nel ritenere che lo scritto invocato dalla controparte fosse una valida scheda testamentaria.

In realtà si tratta di un mero progetto di testamento, come confermato dal fatto che non risulta manifestata un’inequivoca volontà di disporre dei propri beni.

Inoltre, la Corte d’Appello si è soffermata solo sulle espressioni letterali, senza considerare altri elementi quali l’età, le condizioni di salute, la personalità e la condizione sociale del testatore.

Il motivo è inammissibile.

E’ consolidato orientamento di questa Corte quello secondo cui, nell’interpretazione del testamento, il giudice di merito, mediante un apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione se congruamente motivato, deve accertare, in conformità al principio enunciato dall’art. 1362 c.c., applicabile, con gli opportuni adattamenti, anche in materia testamentaria, quale sia stata l’effettiva volontà del testatore, valutando congiuntamente l’elemento letterale e quello logico ed in omaggio al canone di conservazione del testamento (Cass. n. 24163 del 2013; Cass. n. 23278 del 2013).

A tali criteri si è indubbiamente conformata la decisione impugnata che, partendo dalla lettera del testamento, ne ha offerto una lettura che tiene conto del tenore letterale delle espressioni utilizzate, e che costituisce il criterio prioritario cui deve ispirarsi l’attività ermeneutica del giudice, ritenendo che fosse inequivoca la volontà di istituire la convenuta quale propria erede universale.

Trattasi all’evidenza di interpretazione che si connota come logica e coerente e che non può essere tacciata di implausibilità, risolvendosi quindi il motivo di ricorso nella non consentita aspirazione ad ottenere da parte di questa Corte

un’alternativa ricostruzione della volontà testamentaria in

contrasto con quella alla quale, nell’adempimento del compito riservatogli dal legislatore, è pervenuto invece il giudice di appello, e soprattutto valorizzando elementi extratestuali, quali ad esempio le precedenti intenzioni del de cuius manifestate a conoscenti circa la sorte dei propri beni, che sono destinate a recedere a fronte del contenuto e delle manifestazioni di volontà presenti nella scheda testamentaria.

La censura appare quindi rivolta a contestare l’apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito.

Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., con la conseguente nullità del giudizio di appello ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Si duole il ricorrente che la Corte distrettuale abbia ritenuto inammissibili le richieste istruttorie avanzate per la prima volta in appello, ritenendo alle stesse ostative il dettato dell’art. 345 c.p.c., che, nella formulazione applicabile ratione temporis (trattasi di appello introdotto nel 2017), consente l’introduzione di nuovi mezzi di prova solo laddove si tratti di prove non potute in precedenza dedurre per causa ad essa non imputabile.

Il motivo è inammissibile ex art. 360-bis c.p.c., n. 1.

La sentenza gravata uniformandosi all’approccio ermeneutico al quale è giunta questa Corte (Cass. n. 26522/2017, richiamata dal giudice di appello), e valutando quale fosse l’intento del legislatore sotteso alla novella del 2012 dell’art. 345 c.p.c., volto ad accentuare il carattere di revisio prioris instantiae del giudizio di appello, ha ritenuto che la nozione di causa non imputabile presupponga che la mancata produzione in primo grado sia ricollegabile al caso fortuito ovvero alla forza maggiore e che le circostanze addotte dal ricorrente per invocare la deroga al divieto di nuovi mezzi di prova in appello, rappresentate dal fatto che solo nel 2017 erano stati appresi i fatti che si intendevano provare, non fossero tali da rientrare nella deroga residuale prevista dal legislatore, soprattutto in assenza dell’allegazione di fattori esterni ovvero riconducibili alla controparte che avessero obiettivamente impedito alla parte di apprendere i fatti probandi.

Trattasi di valutazione incensurabile e che impone di ritenere insussistente la dedotta violazione della norma di rito.

Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 624 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonché l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

In relazione alle circostanze oggetto dell’articolazione istruttoria in primo grado si lamenta che il giudizio di irrilevanza ai fini della prova del dolo ovvero della captazione del testatore sia erroneo, posto che risulta allegata una serie di fatti che complessivamente valutati sono gravi, precisi e concordanti nel senso dell’alterazione della volontà del testatore.

Va in primo luogo evidenziata l’inammissibilità della denuncia del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, stante l’applicazione alla fattispecie del dettato di cui all’art. 348-ter c.p.c., che, laddove la sentenza d’appello confermi quella di primo grado sulla base delle stesse ragioni inerenti alle questioni di fatto a fondamento della sentenza di primo grado come deve reputarsi sia accaduto nella vicenda in esame preclude la deducibilità del vizio in esame. E’ quindi inammissibile la censura del ricorrente nella parte in cui lamenta che i giudici di merito non avrebbero valutato i fatti, peraltro di carattere indiziario, dai quali sarebbe possibile risalire in via presuntiva all’attività captatoria in danno del testatore.

Peraltro, va ricordato che, sempre secondo la giurisprudenza di questa Corte, la prova della captazione, pur potendo essere presuntiva, deve però basarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire l’attività captatoria e la conseguente influenza sul processo normativo della volontà del testatore (cfr. Cass. n. 824 del 2014), essendo peraltro onere di colui che invoca l’invalidità del testamento, dimostrare la sussistenza del vizio invalidante (Cass. n. 269 del 1966), laddove le circostanze addotte in ricorso mirano piuttosto a dimostrare l’incomprensibilità del contenuto della scheda testamentaria in considerazione della personalità del de cuius e dalla sua condizione sociale, senza che però possa dalle stesse desumersi anche la prova di un’attività volta ad alterare fraudolentemente le volontà del de cuius.

Al riguardo va altresì ricordato che secondo la più recente giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. n. 4653 del 2018) in tema di impugnazione di una disposizione testamentaria che si assuma effetto di dolo, per potere configurarne la sussistenza, non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti che – avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata.

Ne deriva che, essendo preclusa la valutazione circa il corretto apprezzamento delle risultanze istruttorie, sia in ragione del dettato dell’art. 348-ter c.p.c., sia in considerazione delle caratteristiche del giudizio di legittimità, va altresì esclusa la dedotta violazione dell’art. 624 c.c., avendo la sentenza gravata correttamente evidenziato che, anche a voler ritenere che la condotta della convenuta fosse volta a diradare i rapporti del testatore con la sua famiglia di origine, ciò non comprova altresì l’esistenza di un’attività captatoria in grado di influire sulla redazione della scheda testamentaria, e risolvendosi la cesura nella pretesa contestazione degli accertamenti di fatto compiuti dal giudice di merito.

Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater – della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al rimborso delle spese in favore della controricorrente che liquida in complessivi Euro 4.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori come per legge;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, art. 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 27 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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