Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32414 del 14/12/2018

Cassazione civile sez. trib., 14/12/2018, (ud. 21/02/2018, dep. 14/12/2018), n.32414

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino L – Presidente –

Dott. NONNO Giacomo M. – Consigliere –

Dott. CATALOZZI Paolo – rel. Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13604/2013 R.G. proposto da:

B.A., rappresentato e difeso dall’avv. Marco Vitali, con

domicilio eletto presso il suo studio in Pesaro, viale Manzoni, 40.

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria centrale, sezione di

Ancona, n. 582/12, depositata l’11 dicembre 2012.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 21 febbraio

2018 dal Consigliere Paolo Catallozzi.

Fatto

RILEVATO

CHE:

– B.A. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria centrale, sezione di Ancona, depositata l’11 dicembre 2012, di reiezione del ricorso dal medesimo proposto avverso la sentenza di secondo grado che, confermando la decisione di primo grado, aveva dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal contribuente per l’annullamento di un avviso di rettifica, notificato alla IFIM s.r.l. e a lui, quale amministratore unico di tale società, con cui, relativamente all’anno 1984, erano state irrogate sanzioni pecuniarie ai sensi della L. n. 12 del 1929, art. 4;

– la sentenza impugnata, confermando la valutazione espressa dai giudici dei gradi precedenti, ha ritenuto che il ricorrente non fosse legittimato ad impugnare l’atto impositivo in nome e per conto dell’IFIM s.r.l., in quanto cessato dalla carica di amministratore unico della società al momento della notifica dell’atto medesimo;

– il ricorso è affidato a due motivi;

– ha resistito con controricorso la Agenzia delle Entrate.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

– con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 75 c.p.c., comma 3, dell’art. 81 c.p.c., e del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 98, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la sentenza impugnata escluso il suo potere di impugnare l’atto impositivo per il solo fatto che, al momento della notifica, egli non fosse più amministratore della società cui si riferivano le violazioni tributarie contestate;

– evidenzia la sussistenza del suo interesse all’impugnazione dell’atto impositivo, benchè diretto alla IFIM s.r.l., in quanto la sua mancata impugnazione e, conseguente definitività, lo avrebbero esposto a responsabilità quale coobbligato solidale;

– il motivo è infondato;

– la persona fisica che, pur avendole ricoperta in passato, non rivesta attualmente la carica di amministratore e legale rappresentante di una società di capitali non è legittimata a far valere in giudizio un diritto spettante alla società stessa, ostandovi l’art. 81 c.p.c. secondo cui “fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, nessuno può far valere nel processo in nome proprio un diritto altrui” (cfr. Cass. 12 novembre 2010, n. 22999; Cass. 5 ottobre 2004, n. 19870);

– la sentenza impugnata ha fatto corretto utilizzo di tale principio, escludendo la sussistenza della legittimazione del ricorrente ad impugnare l’atto impositivo in nome e per conto della IFIM s.r.I., di cui aveva rivestito la carica di amministratore unico, sul fondamento della sua intervenuta cessazione dalla carica al momento della notifica dell’atto impositivo;

– ha, tuttavia, riconosciuto il potere del contribuente di impugnare l’atto a lui notificato, nella qualità di coobbligato solidale, in ragione della carica ricoperta della predetta IFIM s.r.l., potere che risulta essere stato esercitato dalla parte;

– con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver la sentenza impugnata omesso di pronunciarsi in ordine alle eccezioni di nullità proposte, consistenti nella nullità dell’avviso di rettifica per difetto di motivazione e nella “impossibilità” di addebito di una responsabilità solidale con l’amministratore della società che lo aveva sostituito;

– il motivo è inammissibile, in quanto il vizio di omessa pronuncia può essere utilmente prospettata solo con riguardo alla mancanza di una decisione da parte del giudice in ordine ad una domanda che, ritualmente e incondizionatamente proposta, richiede una pronuncia di accoglimento o di rigetto, mentre tale vizio deve essere escluso qualora, come nel caso in esame, si sia in presenza di una questione implicitamente assorbita in altre statuizioni della sentenza (cfr. Cass.26 gennaio 2016, n. 1360; Cass. 20 febbraio 2015, n. 3417);

– pertanto, per le suesposte considerazioni, il ricorso non può essere accolto;

– le spese processuali seguono il criterio della soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso; condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 12.000,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 21 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 14 dicembre 2018

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