Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32414 del 11/12/2019

Cassazione civile sez. I, 11/12/2019, (ud. 18/10/2019, dep. 11/12/2019), n.32414

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – rel. Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10746/2019 proposto da:

B.N., elettivamente domiciliato in Roma, Via Arno n. 6

presso lo studio dell’avvocato Morcavallo Oreste, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato Aloi Giuseppe Mario, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

e sul ricorso successivo:

S.D., elettivamente domiciliato in Roma, Via Arno n. 6,

presso lo studio dell’avvocato Morcavallo Oreste, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato Staropoli Fortunata, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

e sul ricorso successivo:

St.An., elettivamente domiciliato in Roma, Via Arno n. 6,

presso lo studio dell’avvocato Morcavallo Oreste, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato Ferraro Mario, giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

e contro

G.G., P.P., Pr.Gi., C.G.,

Co.Gi., G.G., Ca.Gi.,

I.G., Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Catanzaro,

Procuratore Generale presso la Corte Suprema di Cassazione,

Z.C.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1709/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

pubblicata il 3 ottobre 2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18 ottobre 2019 dal Cons. Dott. LAMORGESE ANTONIO PIETRO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con decreto del 4 febbraio 2015, il Tribunale di Vibo Valentia ha dichiarato improcedibile la domanda del Ministero dell’Interno volta a dichiarare la incandidabilità di numerosi amministratori del Comune di San Calogero, essendo ritenuti responsabili di collusioni con la criminalità locale, all’origine dello scioglimento dell’organo consiliare con D.P.R. 9 aprile 2013.

La Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza n. 1271 del 2015, rigettando il reclamo del Ministero, ha condiviso l’interpretazione del primo giudice secondo cui la sanzione di incandidabilità, prevista dal D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 143, comma 11, non può che riguardare esclusivamente la prima tornata elettorale amministrativa che abbia luogo nella regione di interesse dopo l’adozione del provvedimento di scioglimento ed opera esclusivamente in relazione ad una sola delle possibili elezioni amministrative indicate dalla norma, con conseguente consumazione del potere sanzionatorio con riguardo alle elezioni successive alla prima.

Avverso questa sentenza il Ministero dell’Interno ha proposto ricorso per cassazione, che è stato accolto da questa Corte con sentenza n. 1333 del 2017, la quale, in linea con la costante giurisprudenza di legittimità, ha rilevato che la misura interdittiva dell’incandidabilità degli amministratori pubblici di enti territoriali, il cui consiglio sia stato sciolto per l’esistenza di ingerenze della criminalità organizzata, opera dal momento in cui sia dichiarata con provvedimento definitivo e riguarda il primo turno, successivo, di ognuna delle tornate elettorali indicate dal D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 143, comma 11 e, quindi, tanto le elezioni regionali, quanto quelle provinciali, comunali e circoscrizionali (in tal senso già Cass., sez. I, n. 18696 e 23299 del 2015, n. 9883 e 23069 del 2016).

Il giudizio di rinvio, riassunto dal Ministero, si è concluso con sentenza della Corte d’appello di Catanzaro del 3 ottobre 2018, che ha dichiarato l’incandidabilità degli amministratori B.N. (sindaco del Comune di San Calogero), S.D. e St.An. (consiglieri del medesimo Comune) ed ha rigettato la domanda del Ministero nei confronti degli altri amministratori. La Corte ha esaminato il quadro di delinquenza organizzata operante nella provincia di Vibo Valentia e, in particolare, nella zona di San Calogero, sulla base della relazione della Commissione di indagine prefettizia del 21 gennaio 2013; ha tratteggiato il quadro delle irregolarità e anomalie riscontrate nell’attività amministrativa del Comune di San Calogero e riscontrato la permeabilità dei poteri locali agli interessi di soggetti collegati, direttamente o indirettamente, alla malavita, causalmente riconducibile all’opera dei menzionati amministratori locali, la cui posizione specifica è stata valutata dalla Corte.

Avverso questa sentenza hanno proposto autonomi ricorsi per cassazione B.N., S.D. e St.An., resistiti dal Ministero dell’interno. Il B. ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Preliminarmente si osserva che, non presentando la causa profili di rilievo nomofilattico, non può essere accolta la richiesta formulata dal B. nella memoria di trattazione in udienza pubblica.

I ricorsi si basano su tre motivi, in parte sovrapponibili. I primi due possono essere trattati congiuntamente.

Con il primo motivo i ricorrenti hanno denunciato violazione e falsa applicazione dell’art. 143, comma 11, D.Lgs. n. 267 del 2000, per avere dichiarato la loro incandidabilità, senza indicare gli elementi concreti e univoci da cui desumere i collegamenti determinanti la compromissione della libera determinazione di ciascuno di essi, quali amministratori pubblici, nonchè del buon andamento o dell’imparzialità dell’amministrazione o tali da arrecare grave pregiudizio per la sicurezza pubblica, dimostrativi delle loro responsabilità individuali; inoltre hanno contestato il rilievo delle vicende relative al distacco di M.R. presso il Comune di San Calogero, il cui fratello era incensurato e non un noto narcotrafficante, ai rapporti con le imprese Edil Sibio, Ristuccia ed altre, legate alla criminalità e favorite negli affidamenti diretti di appalti, erroneamente definitivi “frequentazioni”, essendosi trattato invece di contatti del tutto occasionali e comunque risalenti ad epoca precedente all’assunzione della qualità di sindaco da parte del B..

Con il secondo motivo hanno denunciato omesso esame di fatti decisivi, all’origine di illogiche e contraddittorie valutazioni riguardanti le vicende delle imprese Edil Sibio, Ristuccia e S.G. e P., tutte in possesso di certificazione antimafia; il distacco presso il Comune di San Calogero per soli cinque mesi per sopperire ad una momentanea carenza dell’ufficio; la vicenda della fontana e della fornitura gratuita di acqua nell’abitazione della sorella di un narcotrafficante (secondo l’accusa); hanno lamentato la mancata ammissione delle istanze istruttorie volte a chiarire i rapporti, risalenti nel tempo e di tipo esclusivamente professionali e familiari, tra il B. e Pa.Mi. e non con il marito defunto di quest’ultima, il pluripregiudicato Ba.Vi.; l’omessa valutazione di atti amministrativi, a dimostrazione dell’inesistenza di legami con il Ba. di varie imprese affidatarie di appalti di lavori e servizi e del modesto rilievo dei medesimi appalti.

I motivi sono infondati.

La Corte territoriale, per quanto riguarda l’ex sindaco B., ne ha accertato la responsabilità per omessa e doverosa vigilanza mediante iniziative volte ad arginare le infiltrazioni della criminalità organizzata e ad impedire irregolarità amministrative; ne ha evidenziato le relazioni (difficilmente spiegabili con l’attività professionale di avvocato) con il pluripregiudicato Ba.Vi., con esponenti della cosca ” Ma.” di (OMISSIS), con soci di una società (M5) coinvolta in attività collegate al narcotraffico, destinataria di lavori pubblici affidati in via diretta e fiduciaria, e di altra società (Torre Marrana) che erogava redditi a persone coinvolte nel narcotraffico e legate ad un boss locale sponsor di un’associazione sportiva, fondata da un noto pregiudicato e destinataria di vari contributi pubblici; la Corte ha riferito ulteriori circostanze significative delle collusioni tra il B. e le criminalità organizzata: il distacco presso il Comune di San Calogero della sorella ( M.R.) di un noto narcotrafficante, la fornitura gratuita di acqua potabile alla sorella ( V.C.) di un narcotrafficante (come corrispettivo della donazione dell’acqua presente in un fondo di sua proprietà) e la contrarietà manifestata dal B. alle dimissioni di un consigliere di maggioranza il cui figlio era stato arrestato essendo coinvolto in attività criminali.

Per quanto riguarda S.D. (vice sindaco sino al 18 luglio 2012), la Corte ha verificato la mancata assunzione di iniziative volte a contrastare le ingerenze della criminalità nell’amministrazione comunale, tanto più urgenti nell’inerzia del sindaco; ha accertato l’aiuto ricevuto nella campagna elettorale da una società collegata ad imprese costituenti espressioni della delinquenza mafiosa e il ruolo avuto nelle vicende del distacco presso il Comune di San Calogero e della fornitura di acqua.

Per quanto riguarda St.An., la Corte ne ha evidenziato il ruolo strategico, quale assessore ai lavori pubblici, nel favoreggiamento degli interessi criminali e il mancato esercizio dei poteri di vigilanza, anche con riferimento all’operato del responsabile dell’ufficio tecnico e agli incarichi fiduciari a soggetti contigui alla criminalità locale.

La Corte di merito ha adempiuto all’obbligo motivazionale, avendo esaminato analiticamente numerose circostanze a dimostrazione delle collusioni dei suddetti amministratori con la criminalità locale, tra le quali anche quelle indicate nei motivi genericamente (come quella relativa ad imprecisati atti amministrativi che dimostrerebbero l’insussistenza di legami con il Ba.) o infondatamente (compresa, tra le tante, la circostanza relativa alla fornitura di acqua a V.C., la cui abitazione si assume fosse già allacciata alla rete e il cui marito era un consigliere comunale candidabile, avendo la Corte esaminato entrambe le circostanze, giudicando irrilevante la seconda e infondata la prima, essendo l’acqua destinata ad altro immobile della V.).

Nella sentenza impugnata non trova alcuna conferma l’ipotesi, infondatamente prospettata dai ricorrenti, di una sorta di responsabilità oggettiva che sarebbe stata accollata ai ricorrenti, avendo invece la Corte di merito ampiamente giustificato il proprio convincimento, al quale essi contrappongono un convincimento in senso opposto per valutare il quale sarebbe necessario operare un riesame complessivo dei fatti e degli elementi probatori del giudizio di merito che sfugge ai compiti di questa Corte, rimanendo fuori dal perimetro del sindacato consentito secondo le ristrette coordinate dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Il terzo motivo, con il quale è sollevata eccezione di incostituzionalità del D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 143, comma 11, per violazione degli artt. 2,3 e 51 Cost., ripropone analoga eccezione già rigettata con la sentenza cassatoria n. 1333 del 2017 ed è quindi infondata. In quella sede la Corte rilevò che “L’eccezione, sollevata (…) da B.N. in relazione agli artt. 2,3 e 51 Cost., di illegittimità costituzionale dell’art. 143, comma 11, del testo unico, nella parte in cui applica a soggetti che non sono stati condannati in via definitiva per la commissione di determinati reati la misura dell’incandidabilità a determinate cariche elettive, è stata già ritenuta manifestamente infondata dalle Sezioni Unite di questa Corte (n. 1747 del 2015, p. 4.1) con argomentazioni pienamente condivisibili”.

Il ricorso è rigettato. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna i ricorrenti alle spese, liquidate complessivamente in Euro 5200,00, oltre spese prenotate e debito.

Così deciso in Roma, il 18 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 dicembre 2019

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