Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32384 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 03/06/2021, dep. 08/11/2021), n.32384

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. MANCINO Rossana – rel. Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17665/2015 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. GRAMSCI

N. 7, presso lo studio dell’avvocato MICHELA CONCETTI, rappresentato

e difeso dagli avvocati FRANCO ARGENTATI, MASSIMILIANO GESSAROLI;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati VINCENZO

STUMPO, ANTONIETTA CORETTI, VINCENZO TRIOLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 182/2015 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 11/05/2015 R.G.N. 71/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/06/2021 dal Consigliere Dott. ROSSANA MANCINO.

 

Fatto

RITENUTO

Che:

1. la Corte di Appello di Ancona, con sentenza n. 182 del 2015, ha riformato la decisione di prime cure che aveva accolto la domanda dell’attuale ricorrente per il pagamento delle ultime tre mensilità di retribuzione e del TFR, a carico del Fondo di Garanzia ai sensi della L. n. 297 del 1982, art. 2, in considerazione dell’esiguo credito per poter far luogo a dichiarazione di fallimento del datore di lavoro, la s.r.l. (OMISSIS) e per avere il lavoratore dimostrato in giudizio il vano esperimento della procedura esecutiva, nei confronti della società, producendo verbale di pignoramento negativo redatto dall’ufficiale giudiziario di Rimini nell’aprile 2011;

2. per la Corte di merito la domanda andava, invece, rigettata;

3. la Corte di merito ha escluso che, nel caso, concreto, il lavoratore avesse introdotto validi elementi per desumere l’insussistenza dei requisiti dimensionali richiesti dalla L. Fall., art. 1;

4. in particolare, per la Corte di merito l’esiguità del credito allegato dal lavoratore non implicava la non assoggettabilità in concreto a fallimento del datore di lavoro e l’esito negativo dell’esecuzione individuale sulla scorta di un decreto ingiuntivo non opposto o l’allegazione della cessazione dell’impresa non suppliscono all’attivazione del procedimento di apertura del concorso e del formale accertamento dell’impossibilità di darvi corso, non potendo ritenersi dimostrato, neanche in termini presuntivi, che difettassero i requisiti dimensionali che condizionano l’assoggettabilità al fallimento, quanto meno sotto il profilo dell’ammontare dei ricavi lordi; che l’indimostrato necessario concorso di requisiti dimensionali assorbiva ogni ulteriore valutazione sulla circostanza che l’esiguità del capitale sociale nulla diceva del patrimonio e l’entità non poteva essere desunta dalla circostanza che il pignoramento aveva avuto esito negativo o che la società non disponesse di beni registrati; in ogni caso la presentazione di un’istanza di fallimento avrebbe consentito al lavoratore di fruire di più ampi mezzi di indagine, non verificandosi alcun inutile e vessatorio aggravamento della sua condizione;

5. P.A. ha proposto ricorso avverso tale sentenza, affidato a tre motivi, cui ha resistito con controricorso, l’INPS, ulteriormente illustrato con memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

6. con i motivi di ricorso si denuncia la violazione o falsa applicazione della L. 29 maggio 1982, n. 297, art. 2,D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 80, art. 1, per avere la Corte di merito ritenuto necessaria l’apertura della procedura concorsuale o la dimostrazione, da parte del lavoratore, della non assoggettabilità dell’imprenditore a procedure concorsuali, laddove l’esiguità del credito vantato, inferiore al limite fissato dalla legge fallimentare, doveva far ritenere il datore di lavoro in concreto non assoggettabile a fallimento, anche in mancanza di una pronunzia del tribunale fallimentare, potendo detto presupposto essere accertato, in via incidentale, dal giudice del lavoro e dovendo il lavoratore, per provare l’insolvenza del datore di lavoro, munirsi soltanto di un titolo esecutivo ed esperire, senza successo, un’azione esecutiva individuale (primo motivo); violazione della L. n. 197 del 1982, art. 2, D.Lgs. n. 80 del 1992, art. 1, anche per contrasto con gli artt. 3 e 38 Cost., per avere onerato il lavoratore della presentazione dell’istanza di fallimento (secondo motivo); violazione dell’art. 416 c.p.c., per avere l’INPS dedotto, nel costituirsi in giudizio, esclusivamente l’incompetenza territoriale del giudice adito senza svolgere alcuna specifica contestazione (terzo motivo);

7. il primo motivo è da accogliere;

8. benché questa Corte abbia recentemente affermato che la verifica da parte del tribunale fallimentare della non assoggettabilità a fallimento dell’imprenditore, L. Fall., ex art. 15, u.c., costituisca un presupposto necessario, unitamente alla insufficienza delle garanzie patrimoniali a seguito dell’esperimento dell’esecuzione forzata, per l’accesso alle prestazioni del Fondo per il pagamento del TFR e dei crediti di lavoro di cui alla L. n. 297 del 1982, art. 2 (v. Cass. nn. 21734 del 2018, cui ha dato continuità Cass. n. 3667 del 2019), va data continuità alle decisioni (a partire da Cass. n. 1887 del 2020 e numerose altre coeve) che l’anzidetto orientamento hanno reputato di non condividere in ragione del principio generale, desumibile dalla previsione di cui all’art. 34 c.p.c., secondo cui il giudice adito procede, in via incidentale, a tutti gli accertamenti preliminari rispetto alla risoluzione della controversia pendente innanzi a sé, salvo che “per legge o per esplicita domanda di una delle parti”, sia necessario “decidere con efficacia di giudicato una questione pregiudiziale che appartiene alla competenza per materia o per valore alla competenza di un giudice superiore”, nel qual caso “rimette tutta la causa a quest’ultimo, assegnando alle parti un termine perentorio per la riassunzione della causa davanti a lui”;

9. questa Corte ha ormai consolidato il principio di diritto secondo cui le prestazioni erogate dal Fondo di garanzia gestito dall’INPS hanno natura previdenziale e non retributiva (così, tra tante, Cass. n. 25016 del 2017 e numerose successive conformi): si tratta, infatti, di obbligazioni affatto autonome rispetto a quelle gravanti sul datore di lavoro e inserite nell’ambito di un rapporto assicurativo contributivo-previdenziale, ancorché nella loro misura coincidenti, per ciò che specialmente riguarda il TFR, con le obbligazioni di cui è debitore il datore di lavoro, di talché il loro sorgere è connesso ad un fatto costitutivo differente rispetto a quello che ne media la genesi nell’ambito del rapporto di lavoro;

10. più precisamente, per ciò che riguarda il pagamento del TFR (rectius: della prestazione previdenziale modulata sul TFR spettante al lavoratore assicurato), tale fatto costitutivo consiste non già nella cessazione del rapporto di lavoro ma nel verificarsi dei presupposti previsti dalla L. n. 297 del 1982, art. 2, che sono rispettivamente, da un lato, la verifica del credito del lavoratore mediante l’insinuazione al passivo del fallimento del datore di lavoro (art. 2, commi 2 e segg.) e, dall’altro lato, qualora il datore di lavoro non sia soggetto alle disposizioni della legge fallimentare, il previo esperimento dell’esecuzione forzata per la realizzazione del credito, da cui risulti l’insufficienza, totale o parziale, delle garanzie patrimoniali del datore di lavoro stesso (art. 2, comma 5);

11. con riferimento a tale ultima fattispecie, che è quella che rileva ai fini del presente giudizio, questa Corte ha precisato che l’espressione “non soggetto alle disposizioni del R.D. 16 marzo 1942, n. 267”, di cui all’art. 2, comma 5, cit., va interpretata nel senso che l’azione nei confronti del Fondo di garanzia deve trovare ingresso quante volte il datore di lavoro non sia assoggettato a fallimento, vuoi perché appartenente ad una categoria di imprenditori non sottoponibili neanche in abstracto ad una procedura concorsuale, vuoi perché, in concreto, il fallimento non è o non è più esperibile per ragioni oggettive (cfr. fra le più recenti, Cass. n. 24767 del 2017), tra le quali rilevano adesso quelle di cui all’art. 1, comma 2, L. Fall., nel testo modificato dal D.Lgs. n. 169 del 2007, art. 1, comma 1;

12. tanto premesso, è evidente che, rispetto alla domanda giudiziale concernente la prestazione previdenziale cui è tenuto il Fondo di garanzia, la verifica della non assoggettabilità del datore di lavoro alle procedure concorsuali costituisce una tipica questione pregiudiziale in senso logico, che nessuna norma di legge impone che debba essere definita con efficacia di giudicato; di più, è una questione che nessuna delle parti del processo potrebbe validamente chiedere che sia decisa con efficacia di giudicato, dal momento che, svolgendosi la controversia previdenziale tra il lavoratore assicurato e l’ente previdenziale chiamato al pagamento ed essendo il datore di lavoro terzo estraneo a tale vicenda, l’accertamento che in essa dovesse essere compiuto circa la sua non assoggettabilità a fallimento non potrebbe mai far stato nei suoi confronti, in considerazione dei limiti soggettivi del giudicato stesso;

13. non induce a diverse conclusioni l’argomentazione di Cass. n. 21734 del 2018, cit., che, al fine di affermare il necessario previo esame del giudice fallimentare, valorizza la circostanza che determinate situazioni che in concreto legittimerebbero l’esclusione della procedura concorsuale (quali, nel caso ivi deciso, “una soglia di rilevanza dell’insolvenza riferita all’indebitamento complessivo dell’impresa e non alla posizione del creditore istante per il fallimento”) possono essere accertate soltanto in sede fallimentare, cioè con il concorso degli altri creditori: questo è piuttosto un problema di prova, nel senso che, ad es., non si potrebbe ritenere provata la non assoggettabilità a fallimento di un imprenditore commerciale sulla base della mera allegazione, da parte del lavoratore assicurato che chieda l’intervento del Fondo, di un credito di importo inferiore alla soglia definita dalla L. Fall., art. 15, u.c.; in questo senso, anzi, va senz’altro rimarcato che il lavoratore assicurato, che adducendo una situazione di concreta non assoggettabilità al fallimento del proprio datore di lavoro chieda l’intervento del Fondo di garanzia, resta pur sempre onerato della prova delle circostanze costitutive del fatto che ha dato luogo al sorgere del rapporto previdenziale, tra le quali appunto la non assoggettabilità a fallimento del proprio datore di lavoro, sia essa predicabile in abstracto o in concreto, e il mancato o insufficiente assolvimento di tale onere non potrà che comportare il rigetto della domanda;

14. rimangono assorbite le ulteriori censure;

15. la sentenza impugnata, che non si è conformata agli esposti principi va cassata e, per essere necessari ulteriori accertamenti in fatto, la causa va rinviata al giudice designato in dispositivo al quale è demandata anche la regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 3 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

 

 

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