Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32382 del 11/12/2019

Cassazione civile sez. lav., 11/12/2019, (ud. 03/04/2019, dep. 11/12/2019), n.32382

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11352-2017 proposto da:

F.R., M.A., domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato MARINO SARRITZU;

– ricorrente –

contro

D.V. TRANSFER S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C. NEPOTE, 16,

presso lo studio dell’avvocato ROSARIA INTERNULLO, rappresentata e

difesa dall’avvocato LUCA GRASSO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 486/2016 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 24/02/2017 R.G.N. 410/2015.

LA CORTE, esaminati gli atti e sentito il relatore;

Fatto

RILEVA

che:

con sentenza n. 486 in data 14 dicembre 2016 – 24 febbraio 2017, la Corte d’Appello di Cagliari, in accoglimento dell’impugnazione proposta da D.V. TRANSFER S.p.a. e in riforma della sentenza di primo grado, pronunciata dal locale giudice del lavoro il 4 novembre 2015, rigettava la domanda di cui al ricorso introduttivo del giudizio, depositato il 19 marzo 2010 per gli attori sigg. F.R. e M.A. (avendo il terzo ricorrente sig. S.M. rinunciato all’azione, di cui dava atto la gravata sentenza, che invece condannava, nei limiti della eccepita prescrizione, la società convenuta al pagamento della somma di Euro 7.776,00 a favore di ciascuno degli altri due, tutti operatori ecologici addetti alla raccolta, al trasporto e allo smaltimento di rifiuti urbani, alle dipendenze della medesima società dal 1997, a titolo di risarcimento danni da mancato lavaggio degli indumenti da lavoro, però non detraendo l’indennità corrisposta ai lavoratori per gli indumenti civili e non per i D.P.I., dispositivi di protezione individuale, perciò considerata ad ogni modo dovuta, indumenti indossati durante l’attività di lavoro e forniti dalla stessa parte datoriale, il cui onere era stato interamente sostenuto dagli stessi dipendenti, laddove tra l’altro parte attrice aveva rappresentato che soltanto a seguito di disposizione datoriale risalente all’agosto dell’anno 2008 la D.V. TRANSFER aveva iniziato ad effettuare il lavaggio degli indumenti, però in misura insufficiente);

per contro, la convenuta nel resistere alle pretese avversarie aveva dedotto, tra l’altro, di aver sempre corrisposto ai dipendenti l’indennità di lavaggio prevista dal contratto collettivo e di aver messo a loro disposizione, da ottobre 2006, un servizio di lavaggio e disinfezione degli abiti, di cui peraltro gli stessi non si avvalevano con regolarità, pur trattandosi di mere divise non costituenti D.P.I. ai sensi del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40, comma 2;

la Corte territoriale, richiamata la definizione di D.P.I. dettata dal suddetto decreto n. 626 del 1994, e di cui pure a seguito della norma sostitutiva ex D.Lgs. n. 81 del 2008 (“qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonchè ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo. 2. Non sono dispositivi di protezione individuale… gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore… ” unitamente alle ulteriori precisazioni dettate dal successivo art. 43 cit. Decreto n. 626, dando tuttavia atto della giurisprudenza di legittimità secondo cui per la sussistenza dell’obbligo di assegnare a ciascun dipendente i dispositivi in questione, costituiscono elementi essenziali l’entità del rischio, la frequenza di esposizione, le caratteristiche del posto di lavoro del singolo dipendente, cioè fattori eminentemente oggettivi, indipendentemente dunque pure da ogni previsione contenuta nel documento di valutazione dei rischi, di unilaterale formazione aziendale, perciò derivante da scelta di parte datoriale. Parimenti risultava improprio il richiamo dell’appellante alle previsioni dettate dal D.Lgs. n. 475 del 1992 circa i requisiti essenziali di sicurezza dei dispositivi occorrenti per la loro commerciabilità), riteneva come per dispositivi di protezione individuale dovessero intendersi soltanto quelli aventi, secondo valutazioni tecnico – scientifiche, la funzionalità tipica di protezione dai rischi per la salute e la sicurezza e che rispondessero ai requisiti normativamente dettati per la relativa realizzazione e commercializzazione;

la Corte cagliaritana, quindi, escludeva che gli ordinari indumenti da lavoro forniti dalla società (rientranti, invece, nell’ipotesi di cui al Decreto n. 626 del 1994, art. 40, lett. A) potessero qualificarsi D.P.I., in quanto non destinati a fornire una adeguata protezione dai rischi di contatto con sostanze nocive o agenti patogeni (risultando, per altro verso irrilevante stabilire se la società appellante fosse classificabile, o meno, come industria insalubre, visto che tale classificazione, prevista dal T.U. leggi sanitarie, art. 216 ineriva soltanto all’ubicazione di determinate attività rispetto ai centri abitati, e non già alla questione se gli indumenti in parola fossero o non dispositivi individuali di protezione ai sensi del D.Lgs. n. 626 del 1994, artt. 40 e ss. poi trasfusi nel D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 74 e ss.);

avverso tale sentenza i suddetti F. e M. proponevano ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, cui resisteva D.V. TRANSFER S.p.a. con controricorso; entrambe le parti hanno poi depositato memorie illustrative con riferimento all’adunanza del 3 aprile 2019.

Diritto

CONSIDERATO

che:

col primo motivo di ricorso i due lavoratori hanno censurato la sentenza d’appello, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 626 del 1994 e del T.U. n. 1265 del 1934, art. 216, per aver escluso che la D.V. Transfer S.p.a. fosse classificabile come impresa insalubre di prima classe;

col secondo motivo è stata denunciata la violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., D.Lgs. n. 626 del 1994, artt. 4 e 43 nonchè art. 67, comma 2, lett. A c.c.n.l. 30-04-2003, ed inoltre è stato dedotto l’omesso esame di un punto decisivo della controversia, per aver la Corte d’Appello erroneamente escluso il rischio alla salute, cui erano esposti essi lavoratori con il lavaggio nella propria abitazione degli indumenti utilizzati durante l’attività lavorativa ed affermato che il rischio d’infezione potesse avvenire soltanto tramite contatto con le mani o per inalazione, peraltro in contrasto con il verbale ispettivo della ASL (cfr. quello in data 12 maggio 2006, menzionato espressamente nella motivazione della sentenza impugnata, che tuttavia secondo la società appellante non era non particolarmente significativo, avendo soltanto evidenziato una mera possibilità d’infezione nei riguardi dei soli spazzini, dei portasacchi e degli addetti allo svuotamento dei pozzetti e delle caditorie, quindi non nei confronti degli attori);

con la terza censura i ricorrenti hanno lamentato la violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 c.c., D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40, comma 1, art. 43, comma 4 e art. 4, D.Lgs. n. 475 del 1992, art. 1, comma 2, del D.P.R. n. 547 del 1955, art. 379 e art. 67, comma 2, lett. A c.c.n.l. 30-04-2003, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la sentenza impugnata affermato che gli indumenti forniti ai lavoratori per lo svolgimento delle loro prestazioni non avessero alcuna funzione protettiva e quindi non fossero classificabili come D.P.I.;

col quarto motivo, infine, i ricorrenti hanno denunciato violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver omesso un fatto decisivo della controversia, avendo la Corte d’Appello erroneamente disatteso che tra gli indumenti forniti dall’azienda al lavoratore fossero ricompresi i guanti, le scarpe e la pettina alta visibilità, classificati D.P.I. dal D.V.R. aziendale;

tanto premesso, il secondo ed il terzo motivo di ricorso, che possono esaminarsi congiuntamente, attesa la loro connessione, ed in via prioritaria per ragioni di ordine logico, sono fondati nei limiti di seguito esposti;

non è, invero, di ostacolo all’accoglimento del secondo motivo l’impropria invocazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nè tanto meno l’errato riferimento all’art. 360, n. 5 cit. codice di rito, laddove rilevano essenzialmente le denunciate violazioni ex art. 360 c.p.c., n. 3, in quanto, secondo il costante indirizzo di questa Corte, ove si possa identificare il contenuto delle censure attraverso le ragioni prospettate da parte ricorrente, il profilo sostanziale dell’atto deve prevalere su quello formale, sicchè l’omessa o l’erronea indicazione degli articoli di legge viene a perdere ogni rilevanza (Cass. n. 4923 del 1995; n. 302 del 1996; n. 1430 del 1999; n. 15713 del 2002) e, nella specie, dalle argomentazioni poste a base delle censure di cui al secondo e al terzo motivo, lette congiuntamente, risulta evidente soprattutto la dedotta violazione dell’art. 2087 c.c., con riguardo all’affermata esclusione del rischio alla salute per il lavoratore di cui si tratta, in contrasto con quanto emergente dalle relazioni dell’Asl in sede di ispezione;

ciò posto, deve essere, in primo luogo, ricordato che, ai sensi del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40 recante attuazione delle direttive 89/391/CEE, 89/654/CEE, 89/655/CEE, 89/656/CEE, 90/269/CEE, 90/270/CEE, 90/394/CEE e 90/679/CEE, riguardanti il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di lavoro, “1. Si intende per dispositivo di protezione individuale qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonchè ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo. 2. Non sono dispositivi di protezione individuale: a) gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore;…”;

tale previsione si pone in continuità con quelle di cui al D.P.R. n. 547 del 1955 (ai sensi dell’art. 377, relativo a “Mezzi personali di protezione”, “il datore di lavoro, fermo restando quanto specificatamente previsto in altri articoli del presente decreto, deve mettere a disposizione dei lavoratori mezzi personali di protezione appropriati ai rischi inerenti alle lavorazioni ed operazioni effettuate, qualora manchino o siano insufficienti i mezzi tecnici di protezione. – I detti mezzi personali di protezione devono possedere i necessari requisiti di resistenza e di idoneità nonchè essere mantenuti in buono stato di conservazione”. Secondo l’art. 379, relativo agli “Indumenti di protezione”, ” Il datore di lavoro deve, quando si è in presenza di lavorazioni, o di operazioni o di condizioni ambientali che presentano pericoli particolari non previsti dalle disposizioni del Capo 3 del presente Titolo – art. 366 ss.-, mettere a disposizione dei lavoratori idonei indumenti di protezione”);

l’art. 40 cit. è stato poi sostituito dal D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 74 che ne ricalca interamente il testo;

il D.Lgs. n. 626 del 1994, all’art. 4, comma 5, prevede che “il datore di lavoro adotta le misure necessarie per la sicurezza e la salute dei lavoratori e, in particolare…lett. d) fornisce ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale, sentito il responsabile del servizio di prevenzione e protezione”;

l’interpretazione nella specie fornita dalla Corte di merito al citato art. 40 non tiene adeguatamente conto del tenore letterale delle disposizioni richiamate e, soprattutto, della finalità delle stesse, di tutela della salute quale diritto fondamentale (art. 32 Cost.); l’espressione adoperata dall’art. 40 cit., che fa riferimento a “qualsiasi attrezzatura” nonchè ad “ogni complemento o accessorio” destinati al fine di proteggere il lavoratore “contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza e la salute durante il lavoro”, deve essere intesa nella più ampia accezione proprio in funzione della connessione teleologica a tutela del bene primario della salute e dell’ampiezza della protezione garantita dall’ordinamento attraverso non solo disposizioni che pongono specifici obblighi di prevenzione e protezione a carico del datore di lavoro, ma anche tramite la norma di chiusura di cui all’art. 2087 c.c.;

lo stesso D.Lgs. n. 81 del 2008 prevede nell’allegato VIII un “Elenco”, espressamente definito “indicativo e non esauriente delle attrezzature di protezione individuale”, che costituisce la conferma del contenuto necessariamente aperto della categoria dei mezzi di protezione e, quindi, della correttezza della sola interpretazione in grado di salvaguardare l’ampiezza dell’obbligo di tutela posto anche dalle disposizioni in esame;

da tali premesse discende come la previsione del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 43, commi 3 e 4 (“3. Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori i DPI (dispositivi di protezione individuale) conformi ai requisiti previsti dall’art. 42 e dal decreto di cui all’art. 45, comma 2″; 4. Il datore di lavoro: – a) mantiene in efficienza i DPI (dispositivi di protezione individuale) e ne assicura le condizioni d’igiene, mediante la manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni necessarie (…)”), non possa essere letta in senso limitativo del contenuto e del novero dei suddetti dispositivi o presidii, secondo quanto invece diversamente opinato dalla Corte territoriale, bensì quale previsione di un ulteriore obbligo di carattere generale, posto a carico del datore di lavoro, di adeguatezza dei D.P.I. e di manutenzione dei medesimi (peraltro, come pure riconosciuto dalla stessa pronuncia qui impugnata, non rilevante è la circostanza della previsione o meno degli specifici D.P.I. nell’ambito del documento di valutazione dei rischi, atteso che l’obbligo posto dal D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4, comma 5, di fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale, costituisce un precetto al quale il datore di lavoro è tenuto a conformarsi a prescindere dal fatto che il loro utilizzo sia specificamente contemplato nel documento di valutazione dei rischi, redatto dal medesimo datore di lavoro (in tal senso, con riferimento alla omologa previsione di cui al D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 18, lett. d), cfr. Cass. pen. 13096 del 2017);

la categoria dei D.P.I. deve essere, quindi, definita in ragione della concreta finalizzazione delle attrezzature, degli indumenti e dei complementi o accessori alla protezione del lavoratore dai rischi per la salute e la sicurezza esistenti nelle lavorazioni svolte, a prescindere dalla espressa qualificazione in tal senso da parte del documento di valutazione dei rischi e dagli obblighi di fornitura e manutenzione contemplati nel contratto collettivo;

da questo punto di vista appare coerente la distinzione che l’art. 40 cit. pone tra ciò che integra un D.P.I. e ciò che non è tale. In particolare, la lett. a) del comma 2 esclude che costituiscano D.P.I. “gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore”, vale a dire gli indumenti che in nessun modo risultino correlati alla finalità di protezione da un rischio per la salute, e che assolvano unicamente alla funzione di uniforme aziendale o di preservare gli abiti civili;

in tal senso si è espressa la circolare del Ministero del Lavoro n. 34 del 1999 (che non costituisce fonte del diritto, ma presupposto chiarificatore della posizione espressa dall’Amministrazione su un determinato oggetto – cfr. Cass. n. 7889 del 2011, n. 23042 del 2012, n. 1577 del 2014 e n. 280 del 2016), la quale ha elencato le diverse funzioni a cui possono assolvere gli indumenti di lavoro, in particolare: a) elemento distintivo di appartenenza aziendale, ad esempio uniformi o divise; b) mera preservazione degli abiti civili dalla ordinaria usura connessa all’espletamento dell’attività lavorativa; c) protezione da rischi per la salute e la sicurezza. La circolare ha specificato che “in quest’ultimo caso gli indumenti rientrano nei dispositivi di sicurezza che assolvono alla funzione di protezione dai rischi, ai sensi del D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626, art. 40. Rientrano, ad esempio, tra i D.P.I…. gli indumenti per evitare il contatto con sostanze nocive, tossiche, corrosive o con agenti biologici ecc.”;

questa Corte ha più volte affermato, anche sotto il vigore del D.Lgs. n. 626 del 1994, come in tema di tutela delle condizioni di igiene e sicurezza dei luoghi di lavoro, ed in particolare di fornitura ai lavoratori di indumenti, alla stregua della finalità della disciplina normativa apprestata dal legislatore, per “indumenti di lavoro specifici” si debbono intendere le divise o gli abiti aventi la funzione di tutelare l’integrità fisica del lavoratore nonchè quegli altri indumenti, essenziali in relazione a specifiche e peculiari funzioni, volti ad eliminare o quanto meno a ridurre i rischi ad esse connessi (come la tuta ignifuga del vigile del fuoco), oppure a migliorare le condizioni igieniche in cui viene a trovarsi il lavoratore nello svolgimento delle sue incombenze, onde scongiurare il rischio potenziale di contrarre malattie, come appunto deve reputarsi per la divisa dell’operatore ecologico (cfr. Cass. n. 11071 del 2008; nello stesso senso Cass. n. 23314 del 2010);

con particolare riferimento agli operatori ecologici, addetti alla raccolta dei rifiuti, questa Corte ha sempre affermato l’obbligo datoriale di manutenzione e lavaggio degli indumenti da lavoro sul presupposto, fattuale e logico, della qualificazione degli indumenti medesimi come dispositivi di protezione individuale. In particolare, è stato precisato che “l’idoneità degli indumenti di protezione -che il datore di lavoro deve mettere a disposizione dei lavoratori a norma del D.P.R. n. 547 del 1955, art. 379 fino alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626 del 1994, e ai sensi dell’art. 40, art. 43, commi 3 e 4 cit. decreto, per il periodo successivo – deve sussistere non solo nel momento della consegna degli indumenti stessi, ma anche durante l’intero periodo di esecuzione della prestazione lavorativa. Le norme suindicate, infatti, finalizzate alla tutela della salute quale oggetto di autonomo diritto primario assoluto (ex art. 32 Cost.), solo nel suddetto modo conseguono il loro specifico scopo che, nella concreta fattispecie, è quello di prevenire l’insorgenza e il diffondersi d’infezioni. Ne consegue che, essendo il lavaggio indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza, esso non può non essere a carico del datore di lavoro, quale destinatario dell’obbligo previsto dalle citate disposizioni (cfr. Cass. n. 11139 del 1998, n. 22929 del 2005, n. 14712 e n. 22049 del 2006, n. 18573 del 2007, n. 11729 del 2009, n. 16495 del 2014, n. 8585 del 2015);

con la sentenza n. 18674 del 2015, questa Corte, nel confermare la pronuncia di appello che aveva qualificato come D.P.I. gli indumenti usati da una lavoratrice addetta alla pulizia delle carrozze dei treni, attività comportante la raccolta di rifiuti, lo svuotamento di cestini e portacenere e l’inevitabile contatto con sostanze nocive o patogene, come la polvere, la sporcizia, residui organici, ha affermato che “per i lavori di pulizia di ambienti, treni, ecc. la semplice tuta di cotone può considerarsi un (seppur minimo) mezzo o dispositivo di protezione individuale, e non solo strumento identificativo dell’azienda per cui si lavora, e come tale essa deve essere fornita dal datore di lavoro e tenuta in stato idoneo”. La medesima pronuncia ha ritenuto come l’inclusione degli indumenti tra i D.P.I. in ragione della funzione protettiva svolta dovesse prescindere dalla loro qualificazione o meno in tal senso da parte delle fonti contrattuali collettive (quindi, a maggior ragione, anche da parte del documento, unilaterale di provenienza datoriale, di valutazione dei rischi);

sulla base del quadro normativo in materia di protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori, di rilievo costituzionale nonchè attuativo delle direttive Europee (a partire dalla direttiva quadro 89/391/CE) e delle convenzioni internazionali, incentrato sull’obbligo di prevenzione quale insieme di “disposizioni o misure adottate o previste in tutte le fasi dell’attività lavorativa per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell’integrità dell’ambiente esterno” (D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 2, lett. g), la giurisprudenza di legittimità ha collegato l’obbligo di fornitura e manutenzione dei D.P.I. alla idoneità, seppur minima, dei medesimi di ridurre i rischi legati allo svolgimento dell’attività lavorativa, costituendo specifico obbligo datoriale quello di porre in essere tutte le misure necessarie per garantire la salute e sicurezza dei lavoratori e quindi per prevenire, con specifico riferimento agli operatori ecologici, l’insorgere e la diffusione di infezioni in danno dei medesimi e dei loro familiari, a cui il rischio si estenderebbe in caso di lavaggio degli indumenti da lavoro in ambito domestico;

nessun rilievo può attribuirsi alle pronunce di legittimità (Cass. nn. 2625, 5176, 13745 del 2014), in quanto relative a lavoratori non addetti alla raccolta dei rifiuti, bensì a mansioni di giardiniere;

neppure paiono significativi i precedenti di questa Corte (sentenze Sez. 6, nn. 13931 – 13936, 13707, 14033 – 14035, tutte pronunciate all’udienza del 15.4.2014), laddove veniva precisato come fosse estraneo al giudizio trattato il thema decidendum “della tutela della salute, della conformità degli indumenti forniti alla normativa vigente e, quindi, della violazione dell’art. 2087 c.c., dell’art. 35, punti 1 e 3 (b e c), art. 4 (c) e del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40…” (peraltro, nelle fattispecie decise con le anzidette pronunce del 2014 appena richiamate non risulta che l’azienda avesse accettato di farsi carico del lavaggio settimanale degli indumenti da lavoro, come invece avvenuto da parte della società attuale controricorrente, a seguito delle prescrizioni contenute nel verbale ispettivo dell’Asl);

la sentenza impugnata ha dato atto del verbale ispettivo della ASL n. 8 di Cagliari in data 12 maggio 2006, di cui a pag. 3 del ricorso de quo è stato dato ampio riscontro testuale, con particolare riguardo alla contaminazione batterica degli indumenti sporchi dei lavoratori, riportate nelle schede ISPESL, evidenzianti cariche microbiotiche molto alte… (Le tute sporche dei lavoratori sono pertanto ricettacolo di microrganismi la cui carica microbica può costituire un pericolo effettivo per la famiglia oltre che per il lavoratore, quando le stesse sono riportate a casa… – cfr., altresì pagg. 11 e 12 del ricorso);

la Corte di merito, nonostante l’accertamento sulla esistenza di rischi, specie di natura infettiva, per la salute dei lavoratori impegnati nell’attività di raccolta dei rifiuti, rischi legati al possibile contatto con sostanze nocive, tossiche o corrosive, ha escluso la qualificazione degli indumenti forniti dalla società come D.P.I. sul rilievo che gli stessi non possedessero una specifica funzionalità protettiva, cosicchè le tute rappresentavano per gli operatori ecologici l’unico schermo di protezione in concreto utilizzabile contro il possibile contatto con sostanze nocive per la salute;

in tal modo la sentenza impugnata è incorsa nel denunciato vizio di violazione di legge avendo interpretato il D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 40, comma 1, e la nozione legale di D.P.I. come limitata alle attrezzature appositamente create e commercializzate per la protezione di specifici rischi alla salute in base a caratteristiche tecniche certificate; per contro, la disposizione suddetta, atteso l’ampio tenore letterale della previsione ed avuto riguardo alla precipua finalità di tutela di beni fondamentali del lavoratore, deve essere letta, in conformità alla giurisprudenza di questa Corte, nel senso di includere nella categoria dei D.P.I. qualsiasi attrezzatura, complemento o accessorio che possa in concreto costituire una barriera protettiva, sia pure ridotta o limitata, rispetto a qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore, ai fini dell’adempimento datoriale all’obbligo, posto dal D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4, comma 5;

l’accoglimento del secondo e del terzo motivo di ricorso, nei sensi di cui sopra, porta a ritenere assorbite la prima e la quarta doglianza;

la sentenza impugnata deve essere, pertanto, cassata, in relazione ai motivi accolti, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Cagliari, in diversa composizione, che provvederà ad un riesame della fattispecie attenendosi a tutti i principi sopra enunciati e quindi anche al seguente: “la nozione legale di Dispositivi di Protezione Individuale (D.P.I.) non deve essere intesa come limitata alle attrezzature appositamente create e commercializzate per la protezione di specifici rischi alla salute in base a caratteristiche tecniche certificate, ma, in conformità alla giurisprudenza di legittimità, va riferita a qualsiasi attrezzatura, complemento o accessorio che possa in concreto costituire una barriera protettiva, sia pure ridotta o limitata, rispetto a qualsiasi rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore, in conformità con l’art. 2087 c.c., norma di chiusura del sistema di prevenzione degli infortuni e malattie professionali, suscettibile di interpretazione estensiva in ragione sia del rilievo costituzionale del diritto alla salute, sia dei principi di correttezza e buona fede, cui deve ispirarsi lo svolgimento del rapporto di lavoro. Nella medesima ottica il datore di lavoro è tenuto a fornire i suddetti indumenti ai dipendenti e a garantirne l’idoneità a prevenire l’insorgenza e il diffondersi di infezioni, provvedendo al relativo lavaggio, che è indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza e che, pertanto, rientra tra le misure necessarie “per la sicurezza e la salute dei lavoratori”, che il datore di lavoro è tenuto ad adottare ai sensi del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 4, comma 5 e s.m.i.”;

visto, infine, che l’impugnazione risulta accolta, non ricorrono i presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo ed il terzo motivo di ricorso, nei sensi di cui in motivazione, assorbiti il primo e il quarto. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’Appello di Cagliari, in diversa composizione, cui demanda anche di provvedere sulle spese del giudizio di legittimità. Dichiara insussistenti i presupposti processuali di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato da parte ricorrente.

Così deciso in Roma, il 3 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 dicembre 2019

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