Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32371 del 08/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2021, (ud. 16/09/2021, dep. 08/11/2021), n.32371

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20519/2019 proposto da:

G.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIUSEPPE

MAZZINI 145, presso lo studio dell’avvocato FABIO SANTORO,

rappresentato e difeso dall’avvocato VINCENZO CELLAMARE;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, LUNGOTEVERE ARNALDO DA

BRESCIA 11, presso lo studio dell’avvocato MICHEL MARTONE, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2133/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 17/05/2019 R.G.N. 305/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/09/2021 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VISONA’ Stefano, che ha concluso per accoglimento dei primi tre

motivi di ricorso, assorbito il quarto motivo;

udito l’Avvocato VINCENZO CELLAMARE;

udito l’Avvocato GIANLUCA LUCCHETTI per delega verbale Avvocato

MICHEL MARTONE.

 

Fatto

1. Con sentenza del 17 maggio 2019, la Corte d’appello di Roma, in sede di rinvio dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 28915/2018, rigettava le domande proposte da G.M. nei confronti di Poste Italiane s.p.a. di accertamento dell’illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli il 4 maggio 2015 e di sua condanna alla reintegrazione nel posto di lavoro ed al pagamento delle retribuzioni dal recesso all’effettivo ripristino del rapporto o, in gradato subordine, al risarcimento del danno previsto: così riformando la sentenza di primo grado, confermativa dell’ordinanza emessa dallo stesso Tribunale ai sensi della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 49, che aveva invece annullato il licenziamento, siccome privo di giusta causa o giustificato motivo ed accolto le domande di condanna reintegratoria e risarcitoria del lavoratore.

2. Nel rispetto dell’accertamento devoluto dalla Corte di legittimità (che aveva accolto, con la sentenza rescindente, il terzo motivo di ricorso, di omessa pronuncia sulla denunciata tardività della contestazione, con assorbimento degli altri motivi, riguardanti in particolare: l’illegittima riqualificazione in pejus del licenziamento dalla Corte d’appello e l’errata negazione di riconducibilità dell’addebito disciplinare alle sanzioni conservative del CCNL applicato), il giudice di rinvio riteneva la tempestività della contestazione in data 1 aprile 2015, rispetto alla conoscenza del fatto, avvenuto il 14 gennaio 2015 (caduta al suolo dal motomezzo personale, con trauma contusivo, per evitare l’impatto con un’autovettura, del lavoratore mentre si recava alla visita medica collegiale, fissatagli a seguito della sua richiesta di esonero dai servizi esterni, dopo l’accertamento della sua inidoneità, quale portalettere senior presso il CdP di Porto d’Ischia, al recapito della posta con uso del motomezzo aziendale, pertanto limitato a quello di autofurgone). In applicazione del principio di immediatezza relativa, la Corte capitolina riteneva congruo l’intervallo temporale intercorso, per la necessità della società datrice di assumere consapevolezza della natura disciplinare del fatto, denunciato come infortunio in itinere, considerata la complessità della sua organizzazione, per dimensione di struttura ed entità di personale.

3. Essa riteneva quindi specifici i motivi di recesso, per relationem alla contestazione e la pari infondatezza dei due motivi assorbiti suindicati. Quanto al primo, per la possibilità di qualificazione come licenziamento per giusta causa di uno intimato con preavviso (per giustificato motivo soggettivo), spettando al giudice la qualificazione giuridica del fatto disciplinare, immutato nella sua contestazione.

4. Quanto al secondo, ribadita la riserva di qualificazione giudiziale del fatto contestato, ne escludeva la riconducibilità alle ipotesi del CCNL sanzionate con misure conservative (in particolare: violazione di un “obbligo o dovere di servizio”), per la natura extralavorativa del comportamento del lavoratore “manifestamente contrario a correttezza e buona fede le cui ricadute incidevano, ed in modo notevole, sull’adempimento degli obblighi contrattuali, facendo venir meno la fiducia del datore sulla leale esecuzione della prestazione di lavoro”.

5. Con atto notificato il 5 luglio 2019, il lavoratore ricorreva per cassazione con quattro motivi, cui la società resisteva con controricorso; entrambe comunicavano memorie ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

6. Fissata inizialmente con rito camerale, la causa era rinviata a nuovo ruolo e quindi rifissata all’odierna udienza pubblica, avendo ad oggetto questioni di rilevanza nomofilattica.

7. Il P.G. rassegnava conclusioni scritte, a norma del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis, inserito da L. Conv. n. 176 del 2020, che ribadiva in presenza alla pubblica udienza, per la deroga introdotta dal D.L. n. 105 del 2021, art. 7.

8. Entrambe le parti comunicavano memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il quarto motivo, da esaminare in via pregiudiziale nel rispetto dell’ordine logico – giuridico delle questioni devolute, il ricorrente deduce omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, quale l’assenza di attività istruttoria interna o comunque connessa all’esercizio del potere disciplinare nei 77 giorni tra la conoscenza effettiva del fatto e la sua contestazione.

2. Esso è inammissibile.

3. Non si configura un fatto storico di cui la Corte territoriale abbia omesso l’esame, quanto una mancanza di documentazione di un’attività da cui sia ricavabile una valutazione (di tempestività o meno della contestazione disciplinare): sicché, la denuncia eccede l’ambito di devoluzione del novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053).

3.1. In applicazione di un orientamento giurisprudenziale di legittimità assolutamente consolidato, per il quale, in materia di licenziamento disciplinare, la tempestività della contestazione deve essere declinata in senso relativo, a motivo delle ragioni che possono cagionare il ritardo, quali il tempo necessario per l’accertamento dei fatti o la complessità della struttura organizzativa dell’impresa, la Corte capitolina ha compiuto un accertamento di fatto. Ed esso, ancorché essenzialmente basato sul fatto notorio (dimensione della struttura di Poste Italiane comportante la complessità della sua organizzazione), non correttamente denunciato sotto il profilo della violazione dell’art. 115 c.p.c., comma 2 (tale da consentire alla Corte di Cassazione l’esercizio del proprio controllo, ripercorrendo il medesimo processo cognitivo dello stato di conoscenza collettiva operato dal giudice del merito: Cass. 29 novembre 2011, n. 25218; Cass. 31 agosto 2020, n. 18101), in quanto esclusivamente riservato al giudice di merito, è insindacabile se, come nel caso di specie (p.to 2, al primo periodo di pg. 4 della sentenza), sia congruamente argomentato e privo di vizi logici (Cass. 12 gennaio 2016, n. 281; Cass. 26 giugno 2018, n. 16841; Cass. 20 settembre 2019, n. 23516).

4. Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 54, comma 5, lett. c), art. 80 CCNL Poste Italiane, art. 2119 c.c., L. n. 604 del 1966, art. 3 e del principio di diritto sul potere del giudice di qualificare un licenziamento, espressamente intimato (a norma dell’art. 54, comma 5, lett. c) e art. 80 CCNL Poste Italiane) per giustificato motivo soggettivo, in uno per giusta causa, essendo possibile, secondo l’insegnamento giurisprudenziale di legittimità (richiamato a sostegno dalla sentenza impugnata), soltanto unidirezionalmente nell’ipotesi inversa: per essere il primo, meno grave, in rapporto di specialità rispetto al secondo e quindi in esso compreso ed eccedendo invece la contraria operazione dall’ambito di una qualificazione giuridica diversa, per integrare una modificazione, non consentita, della fattispecie contestata.

5. Con il terzo, il ricorrente deduce nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., per vizio di ultrapetizione, conseguente alla modificazione in pejus (per giusta causa, anziché per giustificato motivo soggettivo) del licenziamento disciplinare intimato, sull’erroneo presupposto di una pronuncia comunque di mero rigetto della sua impugnazione, senza condanna del lavoratore alla restituzione dell’indennità di preavviso ricevuta, domanda pur sempre azionabile.

6. Essi, congiuntamente esaminabili per ragioni di stretta connessione, sono infondati.

7. In via preliminare, deve essere rilevata l’inammissibilità di una generica denuncia (con il primo motivo) di violazione di un principio di diritto, posto che il precedente giurisprudenziale che lo enunci, pur autorevole e proveniente dalla Corte di legittimità anche a Sezioni unite e pertanto diretta espressione di nomofilachìa, non rientra tra le fonti del diritto e come tale non è direttamente vincolante per il giudice (Cass. s.u. 3 maggio 2019, n. 11747, in motivazione sub 13.2.).

7.1. E’ risaputo che giusta causa e giustificato motivo soggettivo di licenziamento siano qualificazioni giuridiche di comportamenti ugualmente idonei a legittimare la cessazione del rapporto di lavoro: l’uno con effetto immediato e l’altro con preavviso; sicché, fermo restando il principio di immutabilità della contestazione e persistendo la volontà del datore di lavoro di risolvere il rapporto, deve ritenersi ammissibile, ad opera del giudice ed anche d’ufficio e pertanto senza che ciò comporti violazione dell’art. 112 c.p.c., la valutazione di un licenziamento, intimato per giusta causa, come licenziamento per giustificato motivo soggettivo, qualora al fatto addebitato al lavoratore venga attribuita la minore gravità propria di quest’ultimo. E ciò perché la modificazione del titolo di recesso, basata sul dovere di valutazione sul piano oggettivo del dedotto inadempimento colpevole del lavoratore, costituisce soltanto il risultato di una diversa qualificazione della situazione di fatto posta a fondamento del provvedimento espulsivo (Cass. 19 dicembre 2006, n. 27104; Cass. 10 agosto 2007, n. 17604; Cass. 17 gennaio 2008, n. 837; Cass. 9 giugno 2014, n. 12884): con la conseguenza che, nelle più ampie pretese economiche collegate dal lavoratore all’annullamento del licenziamento asserito come ingiustificato, ben può ritenersi compresa quella, di minore entità, derivante da un licenziamento che, pur qualificandosi come giustificato, prevedeva il diritto del lavoratore al preavviso (Cass. 19 dicembre 2006, n. 27104).

7.2. Ne’ è ragionevole ritenere che la possibilità di una diversa qualificazione giuridica valga soltanto nella direzione dalla fattispecie più grave (licenziamento per giusta causa) alla meno grave (licenziamento per giustificato motivo soggettivo), ma non anche al contrario. In entrambi i casi si tratta, infatti, del potere del giudice, in applicazione del principio iura novit curia sancito dall’art. 113 c.p.c., comma 1, di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti ed ai rapporti dedotti in lite, così come all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame e ponendo a fondamento della sua decisione principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti (Cass. 9 aprile 2018, n. 8645; Cass. 3 marzo 2021, n. 5832, per le quali il principio deve essere posto in immediata correlazione, per netta distinzione, con il divieto di ultra o extra-petizione stabilito dall’art. 112 c.p.c.).

E sempre, s’intende, che il giudice non alteri i fatti posti dalla parte a fondamento del recesso, perché ciò comporterebbe la violazione del principio di immutabilità della contestazione: come ancora recentemente ha ribadito questa Corte, proprio in un caso, come quello specie, di condotta del lavoratore sanzionata dal datore con il licenziamento con preavviso (ai sensi dell’art. 54, comma 5, lett. c) CCNL per il personale non dirigente di Poste Italiane, per l’ipotesi di “inosservanza di leggi o di regolamenti o degli obblighi di servizio con gravi danni alla società o a terzi”), cui il giudice del merito aveva d’ufficio applicato la sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso ai sensi dell’art. 54, comma 6, lett. c), del predetto CCNL (prevista per l’ipotesi di “violazioni dolose di leggi o regolamenti o dei doveri di ufficio che possano arrecare o abbiano arrecato forte pregiudizio alla Società o a terzi”), una volta però esclusa la prova del danno concreto e ritenuto che il dipendente avesse comunque pregiudicato l’immagine e la reputazione del datore (Cass. 10 febbraio 2020, n. 3079, in motivazione sub p.to 16, che per tale ragione ha cassato la sentenza impugnata).

7.3. E’ parimenti noto che il dovere imposto al giudice di non pronunciare oltre i limiti della domanda, né di pronunciare d’ufficio su eccezioni che possano essere proposte soltanto dalle parti non comporti, infatti, il suo obbligo di attenersi all’interpretazione prospettata dalle parti in ordine ai fatti, agli atti ed ai negozi giuridici posti a base delle loro domande ed eccezioni, essendo la valutazione degli elementi documentali e processuali, necessaria per la decisione, pur sempre devoluta al giudice, indipendentemente dalle opinioni, ancorché concordi, espresse in proposito dai contendenti: al riguardo non essendo configurabile un vizio di ultrapetizione, ravvisabile unicamente nel caso in cui il giudice attribuisca alla parte un bene non richiesto, o maggiore di quello richiesto (Cass. 4 marzo 1968, n. 702; Cass. 11 giugno 2021, n. 16608).

7.4. Ebbene, la Corte territoriale, in esatta applicazione dei suenunciati principi di diritto, si è correttamente limitata alla qualificazione giuridica dell’addebito disciplinare oggetto di contestazione, senza alcuna sua immutazione, con una pronuncia (di rigetto) corrispondente alla domanda di impugnazione del licenziamento, in assenza di ulteriori pronunce non richieste (così al p.to 8 di pg. 10 della sentenza).

8. Con il secondo motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 54, comma 2, lett. e), comma 3, lett. e), f) CCNL Poste Italiane in relazione alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, per erronea modificazione del licenziamento, intimato dalla società datrice con preavviso, in uno per giusta causa, sull’erroneo presupposto di un comportamento extralavorativo del prestatore, contestato dalla predetta come inosservanza degli obblighi di servizio comportante un pregiudizio e quindi nell’ambito di un contesto lavorativo, peraltro riconducibile a fattispecie sanzionate con misure conservative, comportanti la tutela reintegratoria.

9. Esso è assorbito, posto che la ricorrenza della giusta causa di licenziamento, in esito all’infondatezza dei due mezzi congiuntamente scrutinati, preclude l’esame di ogni questione di applicabilità della L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, che ne presuppone l’esclusione (Cass. 25 maggio 2017, n. 13178; Cass. 16 luglio 2018, n. 18823).

10. Dalle superiori argomentazioni discende allora il rigetto del ricorso, con la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza e senza raddoppio del contributo unificato, per la verificata esenzione dagli atti.

PQM

La Corte;

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 4.500,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della insussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 16 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

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