Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3233 del 02/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 02/02/2022, (ud. 11/01/2022, dep. 02/02/2022), n.3233

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

A.S. (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta

procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato Marta Di

Tullio, presso il cui studio è elettivamente domiciliato in Roma,

Viale della Milizie n. 76.

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro.

– intimato –

avverso la sentenza n. 6761/2019 della CORTE D’APPELLO di Roma,

depositata il 7.11.2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’11. gennaio 2022 dal Consigliere Relatore Dott.

Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

-Che con la sentenza impugnata la Corte di appello di Roma ha rigettato l’appello proposto da A.S., cittadino del Pakistan, nei confronti del Ministero dell’Interno, avverso l’ordinanza emessa in data 28.2.2019 dal Tribunale di Roma, con la quale erano state respinte le domande di protezione internazionale ed umanitaria avanzate dal richiedente;

– che viene proposto da A.S. ricorso avverso la predetta dentenza n. 6761/2019, depositata il 7.11.2019, affidato a quattro motivi;

La Corte d’Appello ha ritenuto che: a) non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, sub art. 14, lett. a e b, in ragione della complessiva valutazione di non credibilità del racconto (fuga dal paese di provenienza perché il richiedente non voleva far parte delle milizie talebane) e perché il richiedente non aveva depositato il fascicolo di primo grado nel giudizio di appello (così perdendo la possibilità di provare le circostanze allegate) e perché non aveva neanche dimostrato di provenire dal Kashmir, anzi essendo emersa, per stessa ammissione del ricorrente, la sua provenienza dal Punjab; b) non era fondata neanche la domanda di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, in ragione dell’assenza di un rischio-paese riferito allo stato di provenienza del richiedente, collegato ad un conflitto armato generalizzato; c) non poteva accordarsi tutela neanche sotto il profilo della richiesta protezione umanitaria, posto che la valutazione di non credibilità escludeva tale possibilità (essendo peraltro assai risalente nel tempo l’episodio raccontato) e perché il ricorrente non aveva dimostrato una condizione di vulnerabilità che non poteva essere ricondotta, peraltro, alla situazione generale del Pakistan;

– che l’amministrazione intimata non ha svolto difese;

– che sono stati ritenuti sussistenti i presupposti ex art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

1.che con il primo motivo è stata dedotta la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, dell’art. 16 direttiva procedure 2013/32 UE, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, sul rilievo che la corte di appello non avrebbe attivato i suoi poteri istruttori per l’accertamento della situazione interna del Pakistan;

2. che con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 5, 7 e art. 14, lett. b, sempre sul rilievo della mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi giudiziali;

2.1 che entrambi i motivi, da esaminarsi unitariamente per la stretta connessione delle questioni prospettate, sono inammissibili perché, non censurando la ratio decidendi principale posta a sostegno della decisione di rigetto della richiesta (e cioè la valutazione di non credibilità del racconto), rendono irricevibili ed irrilevanti le ulteriori doglianze articolate in riferimento all’asserita mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 8;

– che occorre ricordare che, come ancora chiarito da Cass. n. 16295/2018, in tema di valutazione della credibilità soggettiva del richiedente e di esercizio, da parte del giudice, dei propri poteri istruttori officiosi rispetto al contesto sociale, politico e ordinamentale del Paese di provenienza del primo, la valutazione del giudice deve prendere le mosse da una versione precisa e credibile, benché sfornita di prova (perché non reperibile o non richiedibile), della personale esposizione a rischio grave alla persona o alla vita: tale premessa è indispensabile perché il giudice debba dispiegare il suo intervento istruttorio ed informativo officioso sulla situazione persecutoria addotta nel Paese di origine (cfr. Cass. nn. 21668/2015 e 5224/2013). Principio analogo è stato, peraltro, ribadito dalle più recenti Cass. nn. 17850/2018 e 32028/2018. Ed invero, le dichiarazioni del richiedente che siano intrinsecamente inattendibili, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non richiedono un approfondimento istruttorio officioso, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (cfr. Cass. n. 16295/2018; Cass. n. 7333/2015);

3. che con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, sul rilievo che sarebbe erroneo il giudizio sul diniego della reclamata protezione umanitaria;

3.1 che anche tale motivo è inammissibile perché, sotto l’egida applicativa formale del vizio di violazione di legge, si pretende, con argomentazioni peraltro genericamente formulate, una rivisitazione del merito della decisione che è invece inibito al sindacato di legittimità;

4. che con il quarto mezzo si deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c, sul rilievo dell’erroneità della decisione quanto al diniego della richiesta protezione sussidiaria;

4.1 che occorre richiamare le argomentazioni già spese in relazione al terzo motivo di doglianza posto che anche in tal caso il ricorrente richiede una rivalutazione della quaestio facti, tramite la rilettura degli atti istruttori, per accreditare innanzi al giudice di legittimità una valutazione più favorevole circa la ricorrenza dei presupposti applicativi della reclamata tutela protettiva sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c, e ciò a fronte di una adeguata motivazione che ha evidenziato, anche tramite la consultazione di qualificate fonti informative, l’insussistenza di un conflitto armato generalizzato nel paese di provenienza del richiedente;

5. che nessuna statuizione è dovuta per le spese del presente giudizio a iegittimita, stante la mancata difesa della parte intimata.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione civile, il 11 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2022

 

 

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