Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32311 del 13/12/2018

Cassazione civile sez. I, 13/12/2018, (ud. 07/11/2018, dep. 13/12/2018), n.32311

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5211/2014 proposto da:

Mo.Ter. a r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Via Archimede n. 143, presso lo

studio dell’avvocato Columba Domenico, che la rappresenta e difende,

giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Acea S.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in Roma, Via Michele Mercati n.51, presso

lo studio dell’avvocato Briguglio Antonio, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato Siracusano Alessandra, giusta

procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 28/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 08/01/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/11/2018 dal cons. FRANCESCO TERRUSI.

Fatto

RILEVATO

che:

Moter s.r.l., appaltatrice dei lavori di ampliamento, potenziamento e manutenzione di una rete idrica di Roma, commissionati dalla società Acea, propose una domanda di risarcimento del danno in conseguenza di alcune decisioni con cui il giudice del lavoro aveva riconosciuto ai di lei dipendenti il diritto all’indennità di mensa, in base all’estensione del medesimo trattamento retributivo riservato a quelli della stazione appaltante;

sostenne che nell’offerta contrattuale (e nel conseguente appalto) si sarebbe dovuto tener conto del reale costo della manodopera, quale elemento fondamentale per la determinazione del prezzo;

tale domanda fu respinta dal tribunale di Roma e la decisione fu confermata, in sede di gravame, dalla corte d’appello, la quale argomentò che la Moter aveva preteso di ancorare il danno a un’omessa informazione in sede di presentazione delle offerte, al punto che secondo la postulazione essa si era determinata a indicare un prezzo diverso da quello che sarebbe stato chiesto ove fosse stata resa edotta degli accordi sindacali afferenti;

soggiunse che il titolo al quale la domanda era stata ancorata supponeva che la fattispecie rientrasse nel novero della responsabilità precontrattuale, come d’altronde affermato da questa Corte Suprema con la sentenza n. 2080 del 2001, resa in controversia analoga, e per quanto ancora rileva ritenne che la formulata pretesa non fosse stata supportata da prove in ordine al profilo causale;

in particolare sostenne: (a) che l’accordo sindacale sull’indennità di mensa era stato richiamato alla stregua di mera allegazione, sfornita di supporto probatorio; (b) che in ogni caso tale accordo era del 1986 e doveva esser noto alla società al momento dell’appalto; (c) che il costo della manodopera costituiva solo uno degli elementi rilevanti per formulare l’offerta; (d) che non erano stati forniti elementi per presumere che Moter si sarebbe comunque aggiudicata l’appalto a differenti prospettate condizioni;

infine la corte d’appello respinse le censure aventi base nella domanda di ingiustificato arricchimento, confermando in proposito quanto sostenuto dal tribunale: vale a dire che l’erogazione di un corrispettivo più basso di quello effettivamente versato dalla società appellante in relazione all’importo delle indennità di mensa non poteva integrare, rispettivamente, un arricchimento e un impoverimento tra le parti dell’appalto, essendosi trattato di voci di spesa destinate ai dipendenti di ciascuno dei due contraenti;

per la cassazione della sentenza, depositata l’8-1-2013 e non notificata, Moter s.r.l. ha proposto ricorso con plurime censure;

Acea ha replicato con controricorso;

la ricorrente ha depositato una memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. – i primi due motivi possono essere esaminati unitariamente perchè connessi;

col primo motivo la ricorrente, denunziando la violazione e falsa applicazione di molteplici norme processuali e sostanziali (artt. 112,163,164,180 e 183 c.p.c.; artt. 1374,1375,1440,2043,2941 e 2947 c.c.; R.D. n. 827 del 1924, artt. 38,89e 92), censura la sentenza per aver ricondotto l’azione intrapresa all’ambito della responsabilità precontrattuale, quando invece la dedotta omessa informazione da parte di Acea doveva riguardare la fase esecutiva dei contratti, sì da ricomprendere l’azione medesima nell’alveo della responsabilità per inadempimento;

col secondo, deducendo la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., art. 1 preleggi, art. 112 c.p.c., artt. 1175,1374,1375,1453 c.c., la ricorrente assume che si verteva in tema di responsabilità da inadempimento e che nessun fatto impeditivo o estintivo era stato allegato ex adverso; donde la corte d’appello avrebbe dovuto accogliere la domanda sulla base del principio per cui l’adempiente ha solo l’onere di allegare l’inadempimento dell’altro contraente;

2. – i motivi sono in parte infondati e in parte inammissibili; la stessa ricorrente assume nel ricorso che la domanda era stata avanzata prospettando un interesse, concretamente leso, alla conoscenza del costo effettivo della manodopera, ai fini dell’analisi dei prezzi e della conseguente formulazione dell’offerta per la partecipazione alla gara d’appalto;

su tale base essa dice di aver allegato un danno nella misura pari all’esborso di quanto versato ai propri dipendenti per l’indennità di mensa, in conseguenza delle richiamate sentenze del giudice del lavoro (v. ricorso, pag. 2 e 3);

secondo la postulazione, dunque, il danno si era sostanziato nell’avvenuta formulazione di un’offerta contrattuale, in sede di appalto, diversa da quella che si sarebbe potuta riferire a una esatta quantificazione dei costi della manodopera, e tanto è conforme a ciò che ha affermato la corte d’appello; ora ai fini della decisione concreta non è rilevante stabilire se la responsabilità della stazione appaltante fosse stata azionata in termini di lesione precontrattuale ovvero di lesione da inadempimento del contratto (come sostiene la ricorrente);

non è rilevante perchè la corte d’appello, con valutazione in fatto non specificamente censurata nella motivazione, e come tale insindacabile in questa sede, ha tra l’altro affermato che la domanda della Moter non era stata sorretta da prove tali da far presumere (o ritenere) che la società si sarebbe comunque aggiudicata l’appalto nelle diverse prospettate condizioni, vale a dire che, se anche avesse conosciuto i reali costi della manodopera e formulato offerte per lei più vantaggiose, i contratti sarebbero stati egualmente conclusi con lei a quelle diverse condizioni;

su codesto rilievo, che presuppone inadempiuto l’onere della prova del nesso causale in rapporto al danno (a prescindere dal titolo giuridico della responsabilità), si infrange ogni argomentare della ricorrente, poichè è pacifico che la prova del nesso causale in rapporto alle conseguenze dannose dell’inadempimento grava sempre sull’attore, anche laddove sia dedotta l’avversa culpa in contraendo (cfr. per varie applicazioni, tra le più recenti, Cass. n. 10111-18, Cass. n. 4727-18, Cass. n. 3704-18, Cass. n. 18392-17);

3. – col terzo motivo, in subordine, la ricorrente denunzia la violazione o falsa applicazione degli artt. 1337,2043,2943 e 2947 c.c., sostenendo che anche a condividerne la natura, la domanda avrebbe dovuto essere accolta poichè la prescrizione non si era compiuta in ragione delle distinte interruzioni operate con riguardo al termine di legge;

il motivo è inammissibile per difetto di aderenza alla ratio decidendi, visto che la corte d’appello non ha affermato che il credito azionato era prescritto, sebbene che lo stesso non poteva essere riconosciuto per questioni di prova;

in questo senso il motivo è peraltro altresì assorbito dalle considerazioni sopra svolte a proposito dell’inadempimento all’onere della prova;

4. – ancora in gradato subordine, la ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e artt. 2041 e 2042 c.c. in relazione all’intrapresa domanda di arricchimento;

il motivo è manifestamente infondato;

come dianzi si è detto, l’azione proposta dalla ricorrente in via principale è stata dalla corte d’appello rigettata per difetto di prove in ordine al nesso tra la condotta asseritamente lesiva e il danno allegato;

l’azione di arricchimento può essere valutata, se proposta in via subordinata rispetto all’azione contrattuale articolata in via principale, soltanto qualora quest’ultima sia rigettata per un difetto del titolo posto a suo fondamento, ma non anche nel caso in cui sia stata proposta domanda ordinaria, fondata su titolo che qui si dice contrattuale, senza offrire prove sufficienti all’accoglimento (v. Cass. n. 11682-18, Cass. n. 6295-13, Cass. n. 449210);

5. – infine la sentenza viene censurata anche per omessa decisione sulle istanze istruttorie e su quanto statuito in ordine alle spese di lite;

codeste censure sono tuttavia radicalmente inammissibili, poichè non tradotte in veri e propri specifici motivi di ricorso (art. 366 c.p.c., n. 4);

6. – le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese processuali, che liquida in Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e rimborso forfetario di spese generali nella percentuale di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione prima civile, il 7 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2018

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