Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32286 del 11/12/2019

Cassazione civile sez. VI, 11/12/2019, (ud. 11/09/2019, dep. 11/12/2019), n.32286

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14381-2018 proposto da:

C.P., elettivamente domiciliata in ROMA, V. ALBENGA 45,

presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO COLINI, rappresentata e

difesa dall’avvocato SIMONA D’ARPINO;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati LIDIA

CARCAVALLO, LUIGI CALIULO, ANTONELLA PATTERI, SERGIO PREDEN;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 85/2017 della CORTE D’APPELLO di TRENTO,

depositata il 17/11/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’11/09/2019 dal Consigliere Relatore Dott. CARLA

PONTERIO.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. con sentenza n. 85 depositata il 17.11.2017 la Corte d’Appello di Trento ha respinto l’impugnazione di C.P., confermando la decisione di primo grado, di rigetto della domanda proposta dalla predetta nei confronti dell’Inps per il riconoscimento della reversibilità della pensione goduta dal defunto genitore C.L., quale figlia maggiorenne totalmente inabile, per insussistenza del requisito della vivenza a carico dell’ascendente alla data del decesso;

2. la Corte territoriale ha osservato che dagli estratti conto bancari prodotti dalla parte emergeva che nell’anno 2004, cioè oltre dieci anni prima del suo decesso, C.L. aveva erogato alla figlia ingenti somme di denaro (oltre ad Euro 40.000, di cui si dava conto nel ricorso introduttivo, ulteriori Euro 157.465 risultanti dall’estratto conto bancario); dette somme non erano state impiegate dalla C., che all’epoca non risultava inabile, per il proprio sostentamento ma erano state oggetto di investimenti finanziari, che avevano consentito alla predetta di preservare il capitale e di conseguire cospicue rendite, poi reinvestite, come dall’elencazione delle operazioni contenuta nella sentenza, sul punto non censurata;

3. secondo quanto affermato dalla difesa dell’appellante, nell’anno 2005 gli investimenti effettuati con l’utilizzo della provvista fornita dal padre avrebbero prodotto una rendita di Euro 77.000,00; ciò escludeva la possibilità di valorizzare le dazioni paterne in termini di contributo prevalente al mantenimento della figlia; tale conclusione trovava conferma nella modestia delle successive elargizioni di denaro fatte dal padre in favore della figlia negli anni successivi al 2010, come attestato dalla stessa appellante;

4. l’entità delle erogazioni, che si interrompevano ben cinque anni prima della morte del genitore, portavano ad escludere, secondo i giudici di appello, che a quella data l’appellante fosse mantenuta in via prevalente dall’ascendente, risultando, di contro, che ella percepiva la pensione di invalidità, l’assegno di mantenimento da parte dell’ex coniuge e, in base a quanto dalla stessa dichiarato, i compensi derivanti dallo svolgimento di attività lavorativa, pure se non continuativa;

5. avverso la sentenza proposto ricorso C.P., articolato in due motivi, illustrati da successiva memoria, cui ha resistito l’Inps con controricorso;

6. la proposta del relatore è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

7. con il primo motivo la ricorrente ha dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del R.D.L. 14 aprile 1939, n. 636, art. 13, (come modificato dalla L. n. 903 del 1965, art. 22), della L. 29 febbraio 1980, n. 33, art. 14 septies, dell’art. 12 preleggi, degli artt. 3 e 38 Cost.;

8. ha sostenuto la violazione del criterio di valutazione della vivenza a carico del genitore indicato dall’Inps con circolare n. 185/2015, confermativa dei contenuti della Delib. 31 ottobre 2000, n. 478, criterio recepito da questa Suprema Corte nelle sentenze n. 14996/2007 e n. 9237/2018, a tenore del quale, ai fini dell’accertamento del requisito di non-autosufficienza economica per il riconoscimento del diritto a pensione di reversibilità nei confronti degli invalidi civili totali, il limite di reddito era quello stabilito dalla L. 29 febbraio 1980, n. 33, art. 14 septies, annualmente rivalutato, considerando i soli redditi assoggettati ad Irpef;

9. ha assunto la violazione del suddetto criterio sul rilievo che il calcolo del reddito percepito non avrebbe dovuto includere la pensione di invalidità civile, non computabile ai fini Irpef, ed i compensi percepiti per aver partecipato, dall’anno 2004 alla data di decesso del genitore, a tirocini nell’ambito della legislazione in materia di invalidi; l’unico reddito rilevante era quello derivante dall’assegno di mantenimento percepito dall’ex coniuge, pari ad Euro 186,00 mensili;

10. ha aggiunto che, anche a voler considerare tali importi, ella non aveva superato il limite di reddito stabilito dall’art. 14 septies cit., come rivalutato;

11. con il secondo motivo di ricorso la C. ha denunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti;

12. ha premesso che le ragioni di fatto poste a base della sentenza di primo grado e quelle fondanti la sentenza d’appello erano tra loro radicalmente diverse, ed ha censurato la motivazione adottata nella sentenza impugnata per non avere esaminato:

– il fatto, emergente dagli estratti conto prodotti nel procedimento di primo grado su ordine del giudice (documenti dal n. 30 al n. 44) nonchè dalla stessa comparsa di costituzione dell’Inps in appello (alla pagina 4), che il capitale in denaro ricevuto dal padre era stato investito solo in parte e che, esaurito quello depositato sul conto corrente, il denaro restante era stato disinvestito prima della naturale scadenza ed utilizzato per il proprio mantenimento, sino al completo esaurimento; erroneamente la Corte di merito era pervenuta alla conclusione che ella sarebbe riuscita ad ottenere una rendita del 43% dal capitale investito, e quindi a preservare il capitale ricevuto, vivendo solo di rendite finanziarie o, comunque, di altre entrate;

– il fatto storico decisivo rappresentato dal non avere ella svolto attività lavorativa bensì tirocini nell’ambito della legislazione in materia di invalidi;

13. il primo motivo di ricorso è inammissibile;

14. secondo il condiviso orientamento della giurisprudenza di legittimità, in caso di morte del pensionato, il figlio superstite ha diritto alla pensione di reversibilità, ove maggiorenne, se riconosciuto inabile al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di questi, laddove il requisito della vivenza a carico, se non si identifica indissolubilmente con lo stato di convivenza e neanche con una situazione di totale soggezione finanziaria del soggetto inabile, va considerato con particolare rigore, essendo necessario dimostrare che il genitore provvedeva, in via continuativa e in misura quanto meno prevalente, al mantenimento del figlio inabile (cfr., ex plurimis, Cass., 14 febbraio 2013, n. 3678 e la giurisprudenza ivi richiamata);

15. come già affermato da Cass. 3 luglio 2007, n. 14996, agli effetti del requisito della prevalenza del contributo economico continuativo del genitore nel mantenimento del figlio inabile, ragioni di certezza giuridica, di parità di trattamento, di tutela di valori costituzionalmente protetti (artt. 3 e 38 Cost.), impongono criteri quantitativi certi che assicurino eguale trattamento ai superstiti inabili, quali si desumono dalla Delib. dell’istituto previdenziale n. 478 del 2000, e dal riferimento, ivi enunciato, ad indici stabiliti per legge, dovendosi considerare a carico i figli maggiorenni inabili che hanno un reddito non superiore a quello richiesto dalla legge per il diritto alla pensione di invalido civile totale;

16. premesso che l’onere della prova del fatto costitutivo del diritto alla pensione di reversibilità incombe su chi tale diritto fa valere in giudizio, a norma dell’art. 2697 c.c., l’accertamento in concreto del sostentamento del figlio inabile, da parte del genitore, in via continuativa e in misura quanto meno prevalente, è tipico giudizio di fatto demandato al giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, se adeguatamente motivato (v. tra le altre, Cass. 20 aprile 2016, n. 8023);

17. nella specie, la Corte di merito, incentrando la ratio decidendi sull’insussistenza del contributo rilevante del genitore al sostentamento economico della figlia si è conformata ai principi sopra delineati;

18. le censure mosse, nella parte in cui pretendono di desumere il requisito della vivenza a carico automaticamente dall’entità dei redditi percepiti dalla figlia all’epoca del decesso del padre, non si confrontano con la ratio decidendi della sentenza impugnata, che ha escluso il mantenimento della figlia ad opera del genitore sulla base di un accertamento in fatto, riservato ai giudici di merito, e non in ragione del criterio della non autosufficienza economica della medesima;

19. anche il secondo motivo di ricorso è inammissibile;

20. premesso che trova applicazione alla fattispecie in esame la previsione di cui all’art. 348 ter c.p.c., comma 5, sulla c.d. doppia conforme, trattandosi di giudizio di appello introdotto con ricorso depositato dopo il giorno 11 settembre 2012, deve rilevarsi come, contrariamente all’assunto di parte ricorrente, non vi sia diversità tra le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, (Cass. n. 26774 del 2016; Cass. n. 5528 del 2014);

21. difatti, nella decisione del Tribunale, trascritta in parte nel ricorso in oggetto, è stato escluso il requisito del mantenimento ad opera del padre alla data del decesso anche “nell’ipotesi in cui la ricorrente avesse utilizzato per il proprio sostentamento i frutti degli investimenti da lei effettuati; infatti gli incrementi conseguiti costituiscono a tutti gli effetti redditi di capitale conseguiti dalla stessa ricorrente in proprio (D.P.R. n. 917 del 1986, art. 44 e ss.), e non già dal padre”. Analogamente, la Corte di merito ha escluso il mantenimento della figlia in ragione della data delle elargizioni in denaro, risalenti ad almeno cinque anni prima del decesso, e sul rilievo (pag. 8 sentenza appello) che la figlia avesse “provveduto a gestire il denaro nella sua disponibilità ricavandone rendite e reinvestendo pure quanto ricavato dagli investimenti fatti, il che esclude la possibilità di valorizzare le dazioni paterne in termini di contributo prevalente del predetto al mantenimento della figlia”. E’ vero che la Corte di merito ha elencato le altre fonti di sostentamento della figlia all’epoca del decesso, ma ciò rappresenta l’altra faccia della medaglia, cioè l’aspetto speculare del mancato sostentamento ad opera del padre nel periodo immediatamente anteriore al decesso;

22. l’identità delle ragioni in fatto poste a base delle decisioni di primo e secondo grado rende inammissibile, in base all’art. 348 ter c.p.c., comma 5, la censura in esame;

23. l’ulteriore censura sollevata in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, si traduce nell’assunto di erronea valutazione sullo svolgimento, all’epoca del decesso del padre, di attività lavorativa da parte della attuale ricorrente, anzichè dei tirocini previsti dalla legislazione in materia di invalidi, anche questi ultimi retribuiti, ed è come tale inammissibile, atteso che il fatto storico dello svolgimento di attività a fronte di un compenso è stato esaminato nella sentenza impugnata, e non è neanche decisivo;

24. per le considerazioni esposte il ricorso va dichiarato inammissibile;

25. la regolazione delle spese del giudizio di legittimità segue il criterio di soccombenza, con liquidazione come in dispositivo;

15. la ricorrente, in quanto ammessa per il giudizio in cassazione al patrocinio a spese dello Stato, non è tenuta al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (Cass. n. 18523/2014; Ord. n. 7368/17).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.500,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 11 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 dicembre 2019

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