Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3222 del 02/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 02/02/2022, (ud. 11/01/2022, dep. 02/02/2022), n.3222

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – rel. Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

B.S., rappr. e dif. dall’avv. Benzoni Martino, (OMISSIS),

elett. dom. presso il suo studio in Udine, via Giusto Muratti n. 64,

come da procura allegata al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappr e Dott.

ex lege dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui Uffici è

domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– costituito –

per la cassazione della sentenza App. Trieste 20.12.2019, n.

837/2019, R.G. 538/2018;

vista la memoria del ricorrente;

udita la relazione della causa svolta dal presidente relatore Dott.

Massimo Ferro alla camera di consiglio dell’11 gennaio 2022.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. B.S. impugna la sentenza App. Trieste 20.12.2019, n. 837/2019, R.G. 538/2018 che, in funzione di giudice di rinvio a seguito di Cass. n. 9354/2018, ha rigettato il ricorso contro il provvedimento del Tribunale di Trieste 7.11.2016 (in R.G. 763/2016), il quale aveva, al pari della competente Commissione Territoriale, negato la protezione internazionale, in tutte le misure, nonché il permesso di soggiorno per motivi umanitari;

2. la cassazione di precedente sentenza 27.7.2017 era stata disposta in accoglimento del primo motivo, assorbente, con cui si era lamentata la violazione del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19; l’ordinanza di questa Corte n. 9354/2018 ha così statuito che “tale norma, al comma, quale sostituito dal D.Lgs. n. 142 del 2015, art. 27 comma 1, lett. f), (entrato in vigore il 30/9/2015) dispone che: “Entro sei mesi dalla presentazione del ricorso, il Tribunale decide, sulla base degli elementi esistenti al momento della decisione, con ordinanza che rigetta il ricorso ovvero riconosce al ricorrente lo status di rifugiato o di persona cui è accordata la protezione sussidiaria. In caso di rigetto, la Corte d’Appello decide sulla impugnazione entro sei mesi dal deposito del ricorso. Entro lo stesso termine, la Corte di Cassazione decide sulla impugnazione del provvedimento di rigetto pronunciato dalla Corte d’Appello” …, il mero riferimento al “ricorso” in appello nella norma indicata, che è volta a regolare i tempi del giudizio in oggetto e non specificamente la forma di introduzione del giudizio di secondo grado, non vale a modificare l’orientamento formatosi sulla questione, secondo il quale l’appello, proposto ex 702 quater c.p.c. avverso la decisione del tribunale di rigetto della domanda volta al riconoscimento della protezione internazionale, deve essere introdotto con citazione e non con ricorso, sicché la tempestività del gravame va verificata calcolandone il termine di trenta giorni dalla data di notifica dell’atto introduttivo alla parte appellata (Cass. n. 23108 del 2017; n. 17420 del 2017; n. 26326 del 2014). E ciò in quanto, al fine di ritenere la tempestività del gravame, occorre fare riferimento alla modalità di introduzione del giudizio di appello secondo il rito sommario di cognizione”;

3. la pronuncia qui impugnata, dando atto dell’essere l’appello circoscritto al diniego della protezione umanitaria, ha ritenuto che: a) dalle risultanze fattuali emerse in istruttoria, va esclusa la credibilità del richiedente, per indeterminatezza delle circostanze esposte e formale imputazione delle ragioni dell’espatrio a mera controversia di natura privatistica (lite con parenti per contesa su un terreno ereditato), così emergendo, in ogni caso, l’assenza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, difettando già l’allegazione di una persecuzione personale e diretta nel Paese di origine del richiedente (Ghana); b) non sussistono nemmeno i requisiti della protezione sussidiaria, nella residua portata del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), stante la generale condizione interna del Paese nel quale, sulla base delle fonti internazionali citate, manca una situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno e internazionale”, né è provata l’assenza di forze di polizia atte a garantire, effettivamente, la sicurezza dei cittadini a fronte di minacce e violenze private in ambito familiare; c) non si registrano le condizioni per la protezione umanitaria, dovendosi escludere che il ricorrente versi in una situazione di particolare vulnerabilità nonché, anche per la distanza temporale dai fatti, di pericolo in caso di rimpatrio tale da consentire il riconoscimento della citata misura D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6, considerando la insufficienza della datazione del lavoro a tempo determinato (al solo 2016), l’assenza di legami familiari in Italia ovvero di ragioni di salute quali fattori idonei ad istituire un polo comparativo rispetto alla situazione nel Paese di prospettato rimpatrio coattivo, nel quale il richiedente aveva un’occupazione lavorativa;

4. il ricorso è su un motivo, illustrato da memoria; il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente ai fini dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il motivo si contesta l’omessa valutazione della sussistenza del requisito della vulnerabilità e dell’integrazione sociale al fine del riconoscimento della protezione 5 D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non considerando per un verso la situazione di emarginazione sociale in cui il ricorrente versava in Ghana e, dall’altro, la nuova condizione lavorativa conseguita in Italia, documentata in giudizio;

2. il motivo è inammissibile; la sentenza ha ampiamente dato conto delle ragioni che hanno determinato il giudizio di non credibilità e inverosimiglianza delle dichiarazioni del ricorrente, con apprezzamento di fatto non sindacabile in questa sede (Cass. 24183/2020,21142/2019, 20580/2019 e Cass. s.u. 8053/2014) e che ha investito altresì la rilevanza – esclusa ai fini dell’accoglimento della domanda – degli accadimenti che hanno determinato la partenza dal Paese di origine (Cass. 16122/2020) essi non evidenziando alcuna vulnerabilità soggettiva, trattandosi di vicenda di espatrio, già nella sua allegazione, per ragioni private e familiari senza esposizione del ricorrente ad una grave privazione dei diritti umani ovvero ad una mancanza delle condizioni minime per condurre un’esistenza nella quale sia radicalmente compromessa la possibilità di soddisfare i bisogni e le esigenze ineludibili della vita personale;

3. per altro verso, con identico esito, si deve constatare il ricorso pecca di specificità, in quanto, pur richiamando un asserito contratto di lavoro a tempo indeterminato, che non sarebbe stato esaminato dalla corte, non ne allega le specifiche connotazioni, circostanziando la condizione occupazionale in modo alternativo a quella che invece la sentenza riscontra come situazione datata e propria, oltre tutto, di lavoro a tempo determinato; il ricorso non assolve all’onere della indicazione specifica dei motivi di impugnazione che “imposto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, qualunque sia il tipo di errore (“in procedendo” o “in iudicando”) per cui è proposto, non può essere assolto “per relationem” con il generico rinvio ad atti del giudizio… senza la esplicazione del loro contenuto, essendovi il preciso onere di indicare, in modo puntuale, gli atti processuali ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, nonché le circostanze di fatto che potevano condurre, se adeguatamente considerate, ad una diversa decisione e dovendo il ricorso medesimo contenere, in sé, tutti gli elementi che diano al giudice di legittimità la possibilità di provvedere al diretto controllo della decisività dei punti controversi e della correttezza e sufficienza della motivazione della decisione impugnata” (da ultimo Cass. 342/2021);

4. i limiti della censura, conseguentemente, per un verso non permettono di integrare un errore nel giudizio di comparazione effettuato dalla corte, disamina esclusa già per il difetto di una sicura compromissione dei diritti umani al rimpatrio e, per altro, non conducono, in termini di decisività, ad una diversa valorizzazione della supposta omissione condotta dalla corte triestina, che infatti ha motivato il diniego di riconoscimento della protezione umanitaria, in assenza di una più ampia vulnerabilità soggettiva, altresì dando importanza al difetto di più perspicui legami sociali con il contesto ospitante ovvero ragioni di salute o legami familiari costituiti in Italia, segnalandosi piuttosto come la famiglia si trovi ancora nel Paese di origine, una complessa ratio non attinta da alcuna doglianza;

4. non è dunque nemmeno possibile dar corso ad una piena valutazione di rispetto del principio espresso da Cass. 23778/2019 (in linea con Cass. 4455/2018, anche alla luce dei criteri di Cass. s.u. 24413/2021) secondo il quale “occorre il riscontro di “seri motivi” (non tipizzati) diretti a tutelare situazioni di vulnerabilità individuale, mediante una valutazione comparata della vita privata e familiare del richiedente in Italia e nel Paese di origine, che faccia emergere un’effettiva ed incolmabile sproporzione nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, da correlare però alla specifica vicenda personale del richiedente… altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 cit., art. 5, comma 6″;

il ricorso va conclusivamente dichiarato inammissibile; ricorrono i presupposti processuali per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto (Cass. s.u. 4315/2020).

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, , inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 11 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2022

 

 

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