Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3220 del 02/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 02/02/2022, (ud. 11/01/2022, dep. 02/02/2022), n.3220

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – rel. Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

C.O., rappr. e dif. dall’avv. Benzoni Martino (OMISSIS),

elett. dom. in Udine, via Giusto Muratti n. 64, come da procura

allegata in calce all’atto;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., rappr e dif. ex

lege dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui Uffici è

domiciliato, in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– costituito –

per la cassazione della sentenza App. Trieste 31.12.2019, n.

869/2019, R.G. 642/2018;

vista la memoria del ricorrente;

udita la relazione della causa svolta dal presidente relatore Dott.

Ferro Massimo alla camera di consiglio dell’11 gennaio 2022.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. C.O. impugna la sentenza App. Trieste 31.12.2019, n. 869/2019, R.G. 642/2018 che, in funzione di giudice di rinvio dopo Cass. 10551/18, ha rigettato il ricorso contro il provvedimento del Tribunale di Trieste 8.11.2016 (in R.G. 763/2016), il quale aveva, al pari della competente Commissione Territoriale, negato la protezione internazionale, in tutte le misure, nonché il permesso di soggiorno per motivi umanitari;

2. la cassazione di precedente sentenza 27.7.2017 era stata disposta in accoglimento del motivo, assorbente, con cui si era lamentata la violazione del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19; l’ordinanza di questa Corte n. 10551/2018 ha così statuito che “il riferimento al “ricorso” nella previsione di cui al richiamato D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, comma 9, come modificato dal D.Lgs. n. 142 del 2015, (“In caso di rigetto, la corte d’appello decide sulla impugnazione entro sei mesi dal deposito del ricorso”) non può essere valorizzato sino ad intenderlo quale espressione della volontà del legislatore di modificare la modalità di introduzione del giudizio, in deroga alla regola generale di cui sopra (che avrebbe necessitato di ben altra puntualizzazione normativa), e va inteso, piuttosto, quale generico richiamo all’introduzione del procedimento davanti al giudice di appello, ai fini della decorrenza del termine stabilito per la definizione del giudizio (cfr. Cass. 17420/2017, 21030/2017 e successive conformi); poiché nella specie la tempestività della notifica della citazione è incontestata, il ricorso va accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio al giudice indicato in dispositivo, il quale prenderà atto della tempestività dell’appello e provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità”;

3. la corte d’appello ha ritenuto che: a) sono assenti i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, considerato che dalla narrazione delle vicende, generica e complessivamente non significativa, non è desumibile alcuna persecuzione personale e diretta nel Paese di origine del richiedente, ma piuttosto un’emigrazione volontaria per affrancamento da una situazione di riduzione della rete familiare (causa la morte dei genitori e del protettore) e ragioni dunque anche economiche; b) non sussistono i requisiti della protezione sussidiaria, in quanto la genericità e la irrilevanza dei fatti dedotti impediscono di ritenere che il ricorrente, in caso di rimpatrio, sarebbe esposto al grave danno di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, lett. a) e b), né, sulla base delle informazioni riportate nei rapporti internazionali, emerge che attualmente il Paese di provenienza (Costa d’Avorio) sia attraversato da una situazione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno e internazionale rilevante ai sensi del citato D.Lgs., art. 14, lett. c), dato che, a distanza di quasi un decennio dall’insorgere della guerra civile, la situazione si è gradualmente stabilizzata; c) non sussistono le condizioni per il riconoscimento della protezione umanitaria D.Lgs. n. 296 del 1998, ex art. 5, comma 6, posto che l’istante non è fuggito per sottrarsi ad una condizione di privazione dei diritti umani o di grave vulnerabilità ma per ragioni di carattere prettamente familiare e economico, evidenti dal palesato desiderio di costruirsi una vita migliore successivamente alla perdita dei citati riferimenti, senza che vi sia stata allegazione di documentazione idonea a provare la sua integrazione sociale nel Paese ospitante, né circostanze sanitarie rilevanti o legami ora costituiti;

4. il ricorso è su un unico motivo; ad esso resiste il Ministero dell’Interno, che si è costituito tardivamente al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il ricorso si contesta, in unico motivo e all’altezza dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omessa valutazione del requisito della vulnerabilità soggettiva del richiedente al momento della partenza, così potendosi superare, anche per l’integrazione sociale raggiunta, i limiti della vulnerabilità propria della condizione attuale in sé considerata, al fine del riconoscimento della protezione D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5;

2. il motivo è inammissibile, per tutti i profili di censura; per un verso, esso tende a sollecitare una differente valutazione del fatto rispetto a quella operata dalla corte territoriale, la quale, contrariamente a quanto affermato dall’istante, ha escluso che sussista una situazione di vulnerabilità diretta in conseguenza del rimpatrio nel Paese di origine, sulla base di documentate informazioni riguardanti la condizione socio-politica della Costa d’Avorio sufficientemente aggiornate rispetto alla data di deliberazione in camera di consiglio della decisione impugnata e dalle quali emerge una situazione, oltre che di pacificazione, di assenza di conflitto armato, secondo la nozione che questa Corte ha anche di recente ribadito;

3. secondo Cass. 5675 e 5676 del 2021, invero, il conflitto “tale da comportare minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), ricorre in situazione in cui le forze armate governative di uno Stato si scontrano con uno o più gruppi armati antagonisti, o nella quale due o più gruppi armati si contendono tra loro il controllo militare di un dato territorio, purché detto conflitto ascenda ad un grado di violenza indiscriminata talmente intenso ed imperversante da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nella regione di provenienza – tenuto conto dell’impiego di metodi e tattiche di combattimento che incrementano il rischio per i civili, o direttamente mirano ai civili, della diffusione, tra le parti in conflitto, di tali metodi o tattiche, della generalizzazione o, invece, localizzazione del combattimento, del numero di civili uccisi, feriti, sfollati a causa del combattimento – correrebbe individualmente, per la sua sola presenza su quel territorio, la minaccia contemplata dalla norma”; nel ricorso, manca anche solo l’allegazione di una connessione diretta tra il rientro coattivo nel Paese d’origine e il rischio del danno grave come sopra riportato, in ognuna delle circostanze del cit. art. 14, stante la netta connotazione della negatività della situazione della Costa d’Avorio riferita ad eventi già ampiamente trascorsi e senza coinvolgimento collaterale (oltre che persecutorio) di esposizione a pericolo successivo del richiedente;

4. il ricorso, così, difetta della necessaria allegazione sia della specifica vulnerabilità personale sia delle condizioni di vita nel Paese di origine da valutare comparativamente al livello di integrazione raggiunto in Italia, con difetto di specificità quanto alla dedotta condizione lavorativa, senza cioè che la pretesa trasformazione dell’occupazione in maggiormente stabile, sia stata meglio descritta nei suoi estremi temporali e prestazionali, dovendosi sul punto prendere atto che il giudice di merito ha invece, e all’opposto, datato al 2018 e comunque ad un insufficiente lavoro a tempo determinato la situazione lavorativa e d’integrazione;

5. infatti, non appare censurata la più complessa ratio decidendi espressa in sentenza, la quale ha corroborato il proprio giudizio sull’assenza di un’integrazione sociale evidenziando la omessa indicazione e prova, qui non contestata, di ragioni di salute ovvero legami familiari costituiti in Italia; i limiti della impugnazione così richiamati consentono di ritenere invero rispettato l’indirizzo di questa Corte il quale richiede il riscontro di “seri motivi” diretti a tutelare situazioni di vulnerabilità individuale (Cass. 23778/2019; Cass. n. 1040/2020; Cass. n. 24026 del 2020), negando che il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari possa essere riconosciuto considerando solo il contesto generale del Paese di provenienza – che implicherebbe il difetto di valutazione della situazione particolare del singolo individuo (Cass. 17072/2018; Cass. 9304/2019) – né isolatamente e astrattamente il suo livello di integrazione in Italia (Cass. s.u. 29459/2019; Cass. s.u. 29461/2019; Cass. 4455/2018; Cass. 630/2020; Cass. 24026/2020);

6. la valutazione non muta, per quanto esposto, anche considerando –

24413/2021, per cui occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia, pur ove tale disamina dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano, che è proprio quanto non emerso nel giudizio;

il ricorso va conclusivamente dichiarato inammissibile; ricorrono i presupposti processuali per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto (Cass. s.u. 4315/2020).

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 11 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2022

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA