Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32181 del 05/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 05/11/2021, (ud. 16/06/2021, dep. 05/11/2021), n.32181

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4105-2020 proposto da:

M.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato VALENTINA NANULA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di Brescia, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 941/2019 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 11/06/2019 R.G.N. 1373/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/06/2021 dal Consigliere Dott. CINQUE GUGLIELMO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. La Corte di appello di Brescia, con la sentenza n. 941 del 2019, ha respinto il gravame proposto da M.A., cittadino del Pakistan, avverso l’ordinanza del Tribunale della stessa sede che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione territoriale, aveva negato al richiedente il riconoscimento dello status di rifugiato nonché della protezione sussidiaria ed umanitaria.

2. Il ricorrente, in sintesi, aveva dichiarato di essere di religione musulmana sunnita, di etnia pujabi e di casta jatt; di avere lasciato il paese di origine nel dicembre del 2013 perché minacciato di morte; in particolare aveva precisato di lavorare come impiegato nell’Università mentre il fratello, secondogenito, era soldato semplice nell’esercito; il 19 novembre del 2013 aveva assistito ad un agguato all’auto del direttore dell’università che fu ucciso; avendo riconosciuto, unitamente ad un suo collega di lavoro, uno degli assassini, lo avevano denunciato alla polizia e la persona fu arrestata; da allora, aveva ricevuto minacce di morte e, in quel caso, la Polizia, debitamente avvertita, non fece nulla; la notte tra il 30 novembre ed il 1 dicembre, i terroristi lanciarono una granata contro la sua casa: due fratelli morirono e la madre e la sorella rimasero gravemente ferite; così egli, che si era trasferito dopo le minacce presso un parente, decise di espatriare con i soldi che gli aveva dato uno zio; arrivò in Turchia, dopo in Grecia e, attraverso i paesi della ex Jugoslavia, l’Ungheria e l’Austria, giunse in Italia.

3. La Corte di appello, a sostegno della propria decisione, sottolineando la inattendibilità del racconto per gli aspetti illogici dello stesso, ha ritenuto l’insussistenza dei presupposti per concedere lo status di rifugiato ovvero la protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b); ha rilevato, poi, dalle fonti consultate, la mancanza in Pakistan delle condizioni di cui all’art. 14, lett. c) del citato decreto; ha negato, infine, anche la richiesta di protezione umanitaria perché il buon processo di integrazione documentato attraverso il rapporto di lavoro instaurato era insufficiente, a tal fine, in assenza di altri elementi individualizzati di vulnerabilità, stante l’età del richiedente (30 anni) e la permanenza della famiglia nel paese di origine.

4. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione M.A. affidato ad un unico articolato motivo.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito, al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. Con l’unico articolato motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, per non avere la Corte d’appello di Brescia assolto all’onere di cooperazione istruttoria gravante, in materia, in capo all’autorità giudiziaria; per avere ritenuto “incredibile” la vicenda ignorando quanto riportato dalle fonti internazionali sulla corruzione della polizia in Pakistan e per non avere valutato il grado di violenza indiscriminata e di insicurezza che caratterizzava l’attuale situazione del paese di provenienza.

2. Il ricorso è fondato.

3. La valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata alla mera ed immotivata opinione del giudice, essendo piuttosto il risultato complesso di una procedimentalizzazione della decisione, da compiersi alla strega dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, tenendo conto “della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente” senza dar rilievo esclusivo e determinate a mere discordanze o contraddizioni in aspetti secondari o isolati del racconto; detta valutazione, se effettuata secondo i criteri previsti dà luogo ad un apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito, essendo altrimenti censurabile in sede di legittimità per la violazione delle relative disposizioni (Cass. n. 14674 del 2020; Cass. n. 9811 del 2020).

4. Nella fattispecie, la Corte territoriale non si è attenuta a tali principi, fondando il proprio accertamento su un esame sommario ed incompleto delle dichiarazioni del richiedente e, soprattutto, non seguendo correttamente l’iter di valutazione della credibilità, che richiede, senza omettere alcun passaggio, di considerare lo sforzo del richiedente teso a circostanziare la domanda, gli elementi in suo possesso, la coerenza e la plausibilità delle dichiarazioni e la data di presentazione della domanda (Cass. n. 11925 del 2020; Cass. n. 21142 del 2019).

5. In particolare, nonostante il richiedente avesse dimostrato di lavorare presso l’Università di Gujrat e di avere prodotto delle fotografie, la Corte di merito si è limitata a ritenere tali elementi irrilevanti e, quanto alle foto, prive di genuinità, quando invece avrebbe dovuto riscontrare tali circostanze, soprattutto in riferimento al fatto che l’altro testimone dell’omicidio era stato ucciso, sebbene la circostanza fosse stata in un primo tempo taciuta dal richiedente.

6. Non era sufficiente, ai fini del giudizio di inattendibilità, fondare la propria decisione sull’omessa denuncia in ordine all’attentato subito ovvero sulla mancata indicazione di come i terroristi fossero venuti a conoscenza del suo indirizzo, nominativo e numero telefonico, in quanto la gravità dell’episodio narrato, che aveva visto il coinvolgimento, suo malgrado, del richiedente, avrebbe potuto senza dubbio essere approfondito con l’acquisizione di ulteriori informazioni, in ottemperanza al dovere di cooperazione istruttoria incombente sull’AG in materia di protezione internazionale.

7. Inoltre, deve osservarsi che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), è dovere del giudice verificare avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente e astrattamente sussumibile in una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel Paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, con accertamento aggiornato al momento della decisione (Cass. n. 28990 del 2018; Cass. n. 17075 del 2018).

8. Il predetto accertamento va compiuto in base a quanto prescritto dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e, quindi, “alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati, elaborate dalla Commissione Nazionale sulla base dei datti forniti dall’ACNUR, dal Ministero degli affari esteri, anche con la collaborazione di altre agenzie ed enti di tutela dei diritti umani operanti a livello internazionale, o comunque acquisite dalla Commissione stessa” (cfr. Cass. n. 15959 del 2020).

9. E’, quindi, onere del giudice di merito procedere, nel corso del procedimento finalizzato al riconoscimento della protezione internazionale, a tutti gli accertamenti officiosi finalizzati ad acclarare l’effettiva condizione del Paese di origine del richiedente, avendo poi cura di indicare esattamente, nel provvedimento conclusivo, le parti utilizzate ed il loro aggiornamento.

10. In proposito, deve ribadirsi anche che l’indicazione delle fonti di cui all’art. 8 non ha carattere esclusivo, ben potendo le informazioni sulle condizioni del Paese estero essere tratte da concorrenti canali di informazione, anche via web, quali ad esempio i siti internet delle principali organizzazioni non governative attive nel settore dell’aiuto e della cooperazione internazionale (quali ad esempio Amnesty International e Medici senza frontiere) che spesso contengono informazioni dettagliate e aggiornate (cfr. Cass. n. 13449 del 2019 per esteso).

11. In modo estremamente sintetico, può quindi affermarsi che il giudice deve indicare, in modo specifico e dettagliato, fonti che abbiano un certo grado di credibilità e che facciano riferimento ad una situazione sociopolitica aggiornata del Paese di origine del richiedente.

12. Più recentemente (cfr. Cass. n. 15215 del 2020) è stato affermato il principio di diritto secondo il quale: “Le informazioni relative alla situazione esistente nel paese di origine del richiedente la protezione internazionale o umanitaria che il giudice di merito trae dalle C.O.I. o dalle altre fonti informative liberamente consultabili attraverso i canali informatici vanno considerate, in ragione della capillarità della loro diffusione e della facile accessibilità per la pluralità di consociati, alla stregua del fatto notorio; il dovere di cooperazione istruttoria che il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, pongono a carico del giudice, nella materia della protezione internazionale ed umanitaria, impone allo stesso di utilizzare, ai fini della decisione, C.O.I. ed altre informazioni relative alla condizione interna del paese di provenienza o rimpatrio del richiedente, ovvero della specifica area di esso, che siano adeguatamente aggiornate e tengano conto dei fatti salienti interessanti quel Paese o area, soprattutto in relazione ad eventi di pubblico dominio, la cui mancata considerazione costituisce, in funzione della loro oggettiva notorietà, violazione dell’art. 115 c.p.c., comma 2”.

13. Nella fattispecie, la Corte territoriale ha richiamato, per escludere ogni ipotesi prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) e per ritenere che la condizione attuale del Pakistan non fosse interessata da una situazione di conflitto armato interno o internazionale, comportante una situazione di violenza indiscriminata nell’attualità, fonti del 2016 e del 2017 a fronte, invece, di una decisione assunta nel 2019 e senza, soprattutto, analizzare se effettivamente il sistema di corruzione della polizia nel paese di origine, come paventato dal richiedente, fosse o meno sussistente.

14. Infatti, il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nel prevedere che ciascuna domanda sia esaminata alla luce di informazioni precise ed aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine del richiedente asilo e, ove occorra, dei paesi in cui questi sono transitati, deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni deve essere osservato in riferimento ai fatti esposti e ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale (Cass. n. 2355/2020; Cass. n. 30105/2018).

15. La sentenza impugnata dovrà, quindi, essere cassata con rinvio della causa alla Corte di appello di Brescia, in diversa composizione, la quale, nel procedere a nuovo esame, si atterrà ai principi sopra illustrati in tema di valutazione dei criteri di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e di valutazione del rischio di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), provvedendo anche sulle spese del presente giudizio di cassazione.

PQM

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza in relazione alle censure accolte e rinvia alla Corte di appello di Brescia, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 16 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2021

 

 

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