Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3217 del 10/02/2021

Cassazione civile sez. III, 10/02/2021, (ud. 23/10/2020, dep. 10/02/2021), n.3217

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31559/2019 proposto da:

M.F.F.L., domiciliato ex lege in ROMA,

PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato Nicoletta Pelinga.

– ricorrente –

contro

PREFETTURA UTG DI ANCONA;

– resistente –

avverso l’ordinanza n. 159/2019 del GIUDICE DI PACE di ANCONA,

depositata il 26/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/10/2020 dal Consigliere Dott. ENZO VINCENTI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. – Con ricorso affidato a tre motivi, M.F.F.L., cittadino (OMISSIS), ha impugnato l’ordinanza del Giudice di pace di Ancona, resa pubblica il 26 settembre 2019, che ne rigettava il ricorso in opposizione avverso il decreto di espulsione adottato dal Prefetto di Ancona in data 9 maggio 2019.

2. – Il Giudice di pace, a fondamento della decisione, osservava, per quanto ancora rileva in questa sede, che: a) il ricorrente era stato espulso perchè privo del permesso di soggiorno e non potendo allo stesso essere “rilasciato un permesso di soggiorno per motivi umanitari, familiari o altro”; b) il decreto di espulsione era stato adottato dal Vice Prefetto debitamente delegato” ed era stato tradotto in una delle lingue veicolari, essendo comunque l’interessato “risultato parlare e comprendere perfettamente la lingua italiana (vedi nota contenuta nell’atto di querela)”.

3. – La Prefettura di Ancona, intimata, non ha svolto attività difensiva, depositando unicamente “atto di costituzione” al fine di eventuale partecipazione ad udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. – Con il primo motivo è dedotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 7, nonchè degli artt. 3 e 24 Cost., per aver il Giudice di pace ritenuto valido il decreto di espulsione nonostante “la poca attendibilità circa quanto affermato dai verbalizzanti in relazione alla comprensione delle lingua italiana” da parte di esso ricorrente e della circostanza che la “Prefettura si era perfettamente conto di come” esso M. “non parlasse la lingua italiana”.

1.1. – Il motivo è inammissibile.

L’omessa traduzione del decreto di espulsione nella lingua conosciuta dall’interessato, o in quella c.d. veicolare, ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 7, comporta la nullità del provvedimento espulsivo, salvo che lo straniero conosca la lingua italiana o altra lingua nella quale il decreto è stato tradotto, circostanza accertabile anche in via presuntiva e costituente accertamento di fatto censurabile nei ristretti limiti dell’attuale disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. n. 2953/2019).

La censura di parte ricorrente non veicola alcuna censura di omesso esame di fatto decisivo e discusso tra le parti, ma contesta (inammissibilmente) l’accertamento di fatto operato dal giudice di merito, altresì opponendo il proprio apprezzamento (peraltro, con deduzione affatto generica) a quanto lo stesso giudice afferma essere stato oggetto di verbalizzazione da parte di pubblici ufficiali; ciò che, invece, avrebbe reso necessaria la proposizione di querela di falso al fine di elidere l’efficacia probatoria privilegiata delle circostanze di fatto oggetto di diretta percezione da parte degli stessi verbalizzanti.

2. – Con il secondo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di fatto decisivo e discusso tra le parti, non avendo il Giudice di pace preso in considerazione la dedotta questione di “violazione del principio di proporzionalità (…) tra misura afflittiva e violazione contestata”, mancando di “valutare le argomentazioni difensive addotte al ricorso”.

2.1. – Il motivo è inammissibile.

Il vigente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, nel cui paradigma non è inquadrabile la censura concernente la omessa valutazione di mere questioni o punti o, ancora, deduzioni difensive (Cass. n. 14802/2017; Cass. n. 29883/2017).

Peraltro, la censura di parte ricorrente sembra piuttosto orientata a denunciare una violazione di legge, della quale, tuttavia, non fornisce (in guisa tale da potersi reputare doglianza ammissibile) alcuno specifico parametro legale di delibazione (nè, peraltro, indicazione specifica dei contenuti delle deduzioni che asserisce aver veicolato in sede di opposizione), tenuto conto, altresì, che è lo stesso sistema delineato dal D.Lgs. n. 286 del 1986, art. 13, a contemplare i casi in cui può essere disposta l’espulsione amministrativa e quelli di impedimento della misura stessa, la verifica della cui sussistenza è rimessa al giudice dell’opposizione. A tal riguardo, giova osservare (ribadendo quanto già evidenziato da Cass. n. 5437/2020) che, nell’emettere il provvedimento espulsivo il prefetto non spende una discrezionalità amministrativa, dato che, nella disciplina dell’art. 13 cit., l’espulsione mediante atto del prefetto, a differenza di quella disposta dal Ministro dell’interno per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato, è specificamente regolata, e configura, in presenza delle condizioni stabilite, un atto dovuto (Cass., S.U., n. 384/2005). Il provvedimento è in altri termini pronunciato, di necessità, al ricorrere delle condizioni prescritte dalla norma.

E’ così operante un meccanismo di “automatismo espulsivo” che, secondo quanto precisato dalla Corte costituzionale, altro non è che “il riflesso del principio di stretta legalità che permea l’intera disciplina dell’immigrazione e che costituisce anche per gli stranieri presidio ineliminabile dei loro diritti, consentendo di scongiurare possibili arbitrii da parte dell’autorità amministrativa” (Corte Cost. sent. n. 148 del 2008; Corte Cost. ord. n. 463 del 2005; Corte Cost. ord. n. 146 del 2002).

3. – Con il terzo motivo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, “omessa motivazione del provvedimento impugnato e conseguente nullità dello stesso”, avendo il Giudice di pace apoditticamente affermato “l’inesistenza dei motivi per accogliere l’impugnazione proposta”, senza considerare le ragioni della stessa.

3.1. – Il motivo è inammissibile.

Con esso si ripropongono sotto un apparente diverso profilo e genericamente (senza indicazione specifica dei contenuti delle deduzioni veicolate in sede di opposizione), le medesime doglianze già scrutinate, là dove la motivazione, pur succinta, dell’ordinanza impugnata è comunque presente ed intelligibile, tale, in ogni caso, da soddisfare il principio del c.d. “minimo costituzionale” (Cass., S.U., n. 8053/2014).

4. – Ne consegue l’inammissibilità del ricorso.

Non occorre provvedere alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità in assenza di attività difensiva della parte intimata.

Trattandosi di materia esente, non ricorrono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 23 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2021

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