Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32167 del 05/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 05/11/2021, (ud. 23/09/2021, dep. 05/11/2021), n.32167

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9948-2016 proposto da:

G.N., nella qualità di erede di S.I.,

domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE

SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato NICOLA

ZAMPIERI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA, UFFICIO

SCOLASTICO REGIONALE PER IL VENETO;

– intimati –

avverso la sentenza n. 470/2015 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 06/10/2015 R.G.N. 761/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/09/2021 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI.

 

Fatto

RITENUTO

1. La Corte d’Appello di Venezia, con la sentenza n. 470 del 2015, ha dichiarato improcedibile l’appello proposto da G.N. nei confronti del MIUR, avverso la sentenza resa tra le parti dal Tribunale di Venezia n. 261/14, che aveva rigettato la domanda della originaria ricorrente, appartenete al ruolo del personale ATA transitato dagli Enti locali al MIUR, volta al riconoscimento dell’integrale anzianità di servizio maturata nella precedente amministrazione (Enti locali) ai fini giuridici ed economici, condannando il Ministero alla ricostruzione della carriera e al pagamento delle differenze retributive

2. La Corte d’Appello ha affermato che non erano stati osservati i termini di notificazione di cui all’art. 435 c.p.c., comma 3.

Nel termine di 25 giorni prima dell’udienza di discussione, fissata il 2 luglio 2015, la parte non aveva neppure tentato la notificazione del ricorso in appello e del decreto di fissazione dell’udienza e discussione, avendo documentato la notificazione avvenuta a mezzo PEC solo in data 24 giugno 2015, nonostante il decreto di fissazione dell’udienza fosse stato comunicato all’appellante in data 2 dicembre 2014 e senza che l’appellante avesse chiesto di esser rimessa in termini adducendo che ricorressero le condizioni di cui all’art. 153 c.p.c., comma 2.

Quindi l’attività di notificazione era stata iniziata e compiuta in epoca successiva allo spirare del termine di cui all’art. 435 c.p.c., comma 3, e a ciò conseguiva l’improcedibilità dell’appello.

3. Per la cassazione della sentenza di appello ricorre G.N., quale erede di S.I., prospettando sette motivi di ricorso.

4. Resiste con controricorso l’Amministrazione.

5. In prossimità dell’adunanza camerale la ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 291,421,435 e 156, c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3

Assume la ricorrente, richiamando la giurisprudenza di legittimità, che il mancato rispetto del termine a difesa non dà luogo, come ritenuto dal giudice di appello, alla inesistenza della notificazione ma solo alla nullità della stessa, che la rende suscettibile di sanatoria o mediante costituzione della parte appellata o mediante rinnovazione ai sensi dell’art. 291 c.p.c.

Anche nel rito del lavoro, l’inosservanza, in sede di ricorso in appello, del termine dilatorio a comparire non è configurabile come vizio di forma e di contenuto-forma dell’atto introduttivo, atteso che, a differenza di quanto avviene nel rito ordinario, tale inosservanza si verifica quando l’impugnazione è stata già proposta mediante il deposito del ricorso in cancelleria, e considerato altresì che, mentre nel procedimento ordinario di cognizione il giorno dell’udienza di comparizione è fissato dalla parte (art. 163 c.p.c., n. 7, e art. 342 c.p.c.), tale giorno è fissato, nel rito del lavoro, dal giudice col suo provvedimento.

Pertanto, la violazione del termine a difesa comporta solo la nullità della notifica, con obbligo per il giudice di fissare un nuovo termine per rinotificare l’appello.

Nella specie, la notificazione era intervenuta materialmente e si era verificato, venendo a mancare solo il rispetto del termine a difesa, di talché si era in presenza di nullità sanabile.

2. Con il secondo motivo di appello è dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 152,162 e 159 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Prospetta la ricorrente che il termine di notifica di 25 giorni prima dell’udienza di discussione, non riveste natura perentoria, per cui non può viziare l’appello tempestivamente depositato.

Andava, in proposito considerato che, ai sensi dell’art. 159 c.p.c., la nullità di atto, nella specie la notificazione, non importava quella degli atti precedenti e cioè dell’appello, e che ai sensi dell’art. 162 c.p.c., il giudice che pronuncia la nullità deve disporre, quando sia possibile, la rinnovazione degli atti ai quali la nullità si estende.

3. Con il terzo motivo di ricorso si muove la censura di violazione e falsa applicazione degli artt. 2,11, e 117 Cost., unitamente all’art. 6 della CEDU, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Una diversa interpretazione, rispetto a quella prospettata da essa ricorrente, contrasterebbe con le suddette disposizioni, come avvalorato dalla giurisprudenza di legittimità, in particolare con riguardo ai principi del giusto processo, che impongono la concessione del termine per la nuova notificazione.

4. Con il quarto motivo di ricorso la ricorrente prospetta la violazione del principio della tutela giurisdizionale effettiva dei diritti, dell’art. 19, comma 1 TFE, dell’art. 47 della Carta di Nizza, dell’art. 13 della CEDU, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Tale principio è stato affermato dalle disposizioni richiamate, ed è stato, nella specie, disatteso, poiché, nonostante il ricorso fosse già stato notificato, benché senza garantire il termine a difesa, la Corte d’Appello, sostanzialmente, impediva ad essa parte ricorrente di far valere i diritti garantiti dalla disciplina Eurounitaria, così violando il suddetto principio di effettività della tutela giurisdizionale.

5. Con il quinto motivo di ricorso si deduce la violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione alla ulteriore violazione e falsa applicazione dell’art. 111, Cost., e alla violazione dell’art. 154 c.p.c., per la sussistenza quantomeno dell’errore scusabile.

La ricorrente espone che anche qualora non si volesse addivenire all’interpretazione proposta e che risponde alla giurisprudenza ormai consolidata, occorre rilevare che la Corte d’Appello avrebbe dovuto concedere il beneficio dell’errore scusabile in applicazione dell’art. 154 c.p.c., tenuto conto che già vi era un prevalente orientamento giurisprudenziale volto a far discendere l’improcedibilità dell’appello solo dalla omessa notifica e non dal mancato rispetto dei termini a difesa.

6. I suddetti motivi devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione.

Gli stessi sono fondati in ragione della giurisprudenza consolidata di questa Corte, in quanto la Corte d’Appello ha errato nell’applicazione della disciplina processuale che regola la fattispecie.

Occorre premettere che nella specie l’udienza di discussione era stata fissata per il 2 luglio 2015 e il decreto di fissazione era stato comunicato all’appellante il 2 dicembre 2014. Lo stesso notificava il decreto e il ricorso in appello solo il 24 giugno 2015, senza chiedere nelle more alcuna rimessione in termini.

Questa Corte, con giurisprudenza consolidata, ha già avuto modo di affermare (Cass., n. 9404 del 2018, n. 22166 del 2018, n. 14839 del 2018) che, premesso che l’impugnazione si ha per proposta fin dal deposito del ricorso in appello, l’omessa o giuridicamente inesistente notificazione degli atti introduttivi è motivo di improcedibilità dell’appello purché l’appellante sia giunto a conoscenza del decreto di fissazione dell’udienza (Cass. 28 settembre 2016, n. 19176) ed a condizione che la predetta inesistenza non derivi da causa non imputabile al ricorrente, nel qual caso opera la regola generale della possibile remissione in termini ai sensi dell’art. 184-bis c.p.c.

Viceversa, qualora ricorra una mera nullità della vocatio in ius, il vizio è sanabile nelle varie forme a tal fine regolate dalla legge.

A quest’ultimo proposito, che è quello che rileva nel caso di specie, in cui la notifica non è stata omessa né è inesistente, si è in particolare ritenuto che, a fronte di notificazione eseguita senza il rispetto del termine a comparire il giudice debba disporne la rinnovazione (cfr., Cass., n. 12691 del 2019, n. 22166 del 2018).

Pertanto, la Corte d’Appello non facendo corretta applicazione di tali principi, la cui applicazione assorbe l’istituto della remissione in termini, e che sono coerenti con la tutela giurisdizionale effettiva dei diritti e il giusto processo che trovano riconoscimento in sede Eurounitaria, ha dichiarato erroneamente l’improcedibilità dell’appello.

7. Con il sesto motivo di appello viene in rilievo la violazione e falsa applicazione degli artt. 414 e 420 c.p.c., nonché della L. n. 124 del 1999, art. 8 della L. n. 266 del 2005, art. 1 così come interpretato in seguito alla sentenza S. e della direttiva 77/1287, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

In ragione di quanto esposto la Corte d’appello, tenuto conto della domanda introduttiva del giudizio che lamentava l’abbassamento del trattamento economico in violazione della direttiva 77/187 e della L. n. 124 del 1999, avrebbe dovuto riformare la sentenza del Tribunale verificando la correttezza dell’inquadramento retributivo sulla scorta della Legge Interpretativa n. 266 del 2005, dovendo applicare d’ufficio tale ius superveniens.

8. Con il settimo motivo di ricorso la sentenza è censurata per la violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per erronea applicazione della L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218.

La ricorrente espone che la sentenza del Tribunale andava riformata dalla Corte d’Appello anche in quanto il mancato abbassamento del complessivo trattamento economico percepito nel 1999 condizionava la stessa possibilità di applicare alla fattispecie concreta la normativa sopravvenuta.

9. I restanti motivi sesto e settimo, attenendo al merito dell’impugnazione in appello, sono assorbiti.

10. La Corte accoglie i primi cinque motivi di ricorso. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rimette la causa alla Corte d’appello di Venezia anche per le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi cinque motivi di ricorso. Assorbiti il sesto ed il settimo motivo. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rimette la causa alla Corte d’Appello di Venezia anche per le spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 23 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA