Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32159 del 05/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 05/11/2021, (ud. 19/05/2021, dep. 05/11/2021), n.32159

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – rel. Consigliere –

Dott. BUFFA Francesco – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9677-2015 proposto da:

I.N.A.I.L. – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI

INFORTUNI SUL LAVORO, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE 144,

presso lo studio degli avvocati GIANDOMENICO CATALANO, e LORELLA

FRASCONA’, che lo rappresentano e difendono;

– ricorrente –

contro

FAR S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA DELLA

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato

ALBERTO PIZZOFERRATO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1200/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 06/10/2014 R.G.N. 1070/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/05/2021 dal Consigliere Dott. LUIGI CAVALLARO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che, con sentenza depositata il 6.10.2014, la Corte d’appello di Bologna ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva accolto la domanda di FAR s.r.l. volta alla variazione della propria classificazione ai fini del pagamento dei premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro dalla voce di tariffa 6217 alla voce di tariffa 6590 e alla condanna dell’INAIL alla restituzione dei premi versati in eccesso;

che avverso tale pronuncia l’INAIL ha proposto ricorso per cassazione, deducendo un motivo di censura;

che FAR s.r.l. ha resistito con controricorso, successivamente illustrato con memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che, con l’unico motivo di censura, l’Istituto ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione del D.M. 12 dicembre 2000, artt. 2, 4, 5, 6 e 7, per avere la Corte di merito ritenuto che l’attività produttiva dell’azienda controricorrente, per come descritta nella relazione di consulenza tecnica disposta in giudizio, dovesse essere classificata alla voce di tariffa 6590 invece che secondo la voce di tariffa 6217, nonostante che oggetto della produzione non potessero dirsi “apparecchi”, difettando i prodotti di autonoma capacità di funzionamento, e che la classificazione dovesse essere effettuata secondo il materiale utilizzato, quando – come nella specie – non si trattasse di un prodotto finito, ma di un semplice componente;

che va preliminarmente disattesa l’eccezione di inammissibilità della censura sollevata da parte controricorrente, non potendo ravvisarsi una richiesta di riesame del merito quando, come nella specie, oggetto della critica sia l’erronea sussunzione dei fatti accertati dal giudice di merito nell’ambito della fattispecie normativa (così, tra le più recenti, Cass. n. 23851 del 2019), s’intende sul presupposto che l’accertamento sia tale da doversene inferire la sussunzione nel senso auspicato dal ricorrente (Cass. S.U. n. 25573 del 2020);

che, ciò posto, i giudici territoriali hanno accertato che “FAR produce una serie di apparecchiature (filtri, depuratori, contenitori, etc.) da utilizzarsi come componentistica e/o parte accessoria in impianti molto complessi”, le quali “non possono essere qualificate come prodotti finiti ma come semilavorati tecnici in attesa di collocazione impiantistica Li in quanto (…) sono contenitori metallici contenenti in linea di massima elementi atti alla filtrazione e/o separazione, non dotati di alcuna componentistica elettrico/elettronica che conferisca loro la capacità di operare autonomamente” (così la sentenza impugnata, pagg. 10-12);

che, sulla scorta di tale accertamento, i giudici territoriali hanno ritenuto che l’attività produttiva non potesse essere classificata nell’ambito della voce di tariffa n. 6217 – che, per quanto qui rileva, fa riferimento a “Costruzione e riparazione (…) di vasche, serbatoi, cisterne, gasometri e container e in genere di grandi contenitori (compreso l’eventuale montaggio in opera)” – sul presupposto che il manufatto non fosse “una vasca, un serbatoio, una cisterna, un gasometro o un container” e che non potesse nemmeno farsi rientrare “alla luce delle sue caratteristiche oggettive e delle sue dimensioni, nella voce residuale di “grandi contenitori”, trattandosi di una apparecchiatura relativamente piccola e leggera che non supera i 500 litri di volume” (ibid.), concludendo pertanto per la sua classificazione nella voce di tariffa 6590, che comprende “altri strumenti e apparecchi diversi prevalentemente meccanici” (ibid., pag. 14);

che è consolidato nella giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui, ai fini della determinazione del premio dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro secondo il sistema delle tariffe contributive approvate con decreto ministeriale, caratterizzato dalla classificazione tecnica delle lavorazioni suddivise in gruppi, l’individuazione della voce di tariffa applicabile richiede che si guardi alle caratteristiche tecniche delle lavorazioni svolte dall’impresa assicurante in relazione al rischio ad esse proprio, senza che rilevi il prodotto finale, ossia la caratteristica merceologica del prodotto finito, se non nei limiti in cui lo stesso influenzi il processo di lavorazione (così, tra le più recenti, Cass. n. 5863 del 2017, 16942 del 2018);

che, nella tariffa rilevante ai fini della presente controversia, il sottogruppo 6200 (“Trasformazione dei prodotti metallurgici e lavorazione dei materiali metallici”) contiene una serie di voci e sottovoci (nn. 6210-6217) caratterizzate dall’impiego di “laminati e trafilati”, a significare appunto che non rileva il prodotto finale, ma la natura delle operazioni, alle cui modalità esecutive si connette l’entità del rischio;

che, producendo l’azienda controricorrente “contenitori metallici (…) non dotati di alcuna componentistica elettrico/elettronica che conferisca loro la capacità di operare autonomamente”, non può dubitarsi della necessità di classificare la relativa lavorazione alla voce 6217, tanto non potendo certamente escludersi sulla scorta dell’aggettivo “grandi” che connota i contenitori ivi menzionati, dal momento che, anche a voler tacere dell’incongruenza di non includervi contenitori di capienza pari a 500 litri, ciò equivarrebbe ad attribuire rilievo classificatorio al prodotto finito (ancorché “semilavorato tecnico”, giusta l’accertamento compiuto nei gradi di merito), invece che alla lavorazione necessaria a produrlo; che, non essendosi i giudici territoriali uniformati a tale principio di diritto, la sentenza impugnata va cassata e, non apparendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito con il rigetto della domanda proposta da FAR s.r.l.;

che, tenuto conto della complessità degli accertamenti in fatto svolti nei gradi di merito, si ravvisano giusti motivi per compensare tra le parti le spese dell’intero processo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta da FAR s.r.l. Compensa le spese dell’intero processo.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 19 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2021

 

 

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