Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32065 del 05/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 05/11/2021, (ud. 27/05/2021, dep. 05/11/2021), n.32065

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5686-2020 proposto da:

D.G.A. e L.A., rappresentati e difesi

dall’Avvocato FRANCESCO GIANNACE, per procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

INNOPROJECT S.R.L., rappresentata e difesa dall’Avvocato DARIO DI

PIETROPAOLO, per procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la SENTENZA n. 1368/2019 della CORTE D’APPELLO DI L’AQUILA,

depositata il 6/8/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 27/5/2021 dal Consigliere GIUSEPPE DONGIACOMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il tribunale di Teramo, con sentenza del 30/9/2013, ha, per un verso, accolto parzialmente la domanda proposta dalla Innoproject s.r.l. per il pagamento del corrispettivo dovuto per il contratto d’appalto stipulato con D.G.A. e L.A. e, per altro verso, dopo avere dichiarato la decadenza dei convenuti dalla garanzia per i vizi in quanto non tempestivamente denunciati, ha accolto la domanda riconvenzionale proposta dagli stessi per il risarcimento dei danni che, così come quantificati in sede di accertamento tecnico preventivo, dovevano essere riconosciuti ai committenti per effetto dell’inadempimento o dell’inesatto adempimento della società attrice, che non risultava aver completato i lavori ad essa appaltati, per cui, tenuto conto degli importi necessari per l’eliminazione dei vizi e dei difetti nella misura determinata in sede di accertamento tecnico preventivo ed operata la compensazione con quanto ancora dovuto a fronte dell’ultimo SAL, ha condannato i commettenti al pagamento della somma residua in favore dell’appaltatore.

La Innoproject s.r.l. ha proposto appello al quale i convenuti hanno resistito, chiedendone il rigetto.

La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, ha, in parte, accolto l’appello proposto dalla Innoproject s.r.l. ed ha, per l’effetto, condannato D.G.A. e L.A. al pagamento, tra l’altro, della somma di Euro 28.544,54, oltre IVA se dovuta, a titolo di residuo corrispettivo del contratto d’appalto intercorso tra le parti, e della somma di Euro 2.390,63, oltre IVA se dovuta, a titolo d’ingiustificato arricchimento, rigettando, invece, la domanda riconvenzionale proposta dai convenuti.

La corte, in particolare, per quanto ancora rileva, dopo aver osservato che gli appellati, rimasti soccombenti relativamente all’eccezione di decadenza dalla garanzia per vizi e difetti dell’appalto azionata in via riconvenzionale in primo grado e finalizzata al risarcimento del danno conseguente ai vizi e ai difetti delle opere appaltate, non avevano proposto, pur deducendo la tempestività della denuncia, il proprio gravame sul relativo capo, né avevano proposto gravame incidentale sulla pronuncia con la quale il tribunale ha rigettato la domanda riconvenzionale degli stessi che, in via principale, era finalizzata alla risoluzione del contratto d’appalto per grave inadempimento ed in via solo subordinata al risarcimento dei danno da inadempimento, ha ritenuto che la mancata proposizione di appello incidentale da parte degli appellati rendeva inammissibile la censura sul capo di sentenza che li ha visti soccombenti “in ordine alla dichiarata decadenza dall’azione di garanzia per i vizi e i difetti dell’opera” e “intangibile l’insussistenza delle circostanze, tra cui la gravità dell’inadempimento e l’esistenza di vizi gravi delle opere, fondanti la domanda di risoluzione” respinta dal tribunale, e che era, pertanto, divenuta definitiva, in quanto non investita da gravame, la statuizione con la quale il tribunale – peraltro correttamente (a fronte di vizi e difetti, la cui visibilità ed immediata percepibilità era attestata dalla relazione del consulente tecnico d’ufficio, che i committenti, nonostante il completamento delle opere già in data (OMISSIS), avevano denunciato solo il (OMISSIS)) – aveva dichiarato la decadenza dei committenti dalla garanzia per i vizi così come azionata nei confronti dell’appaltatore. Di conseguenza, ha proseguito la corte, la domanda risarcitoria proposta dai committenti non poteva trovare accoglimento in ragione dell’intervenuta decadenza dalla relativa azione per la tardiva denuncia dei vizi, che, per la loro natura e gravità, non rientravano nella disciplina più rigorosa dell’art. 1669 c.c., ovvero dell’art. 1668 c.c., u.c., ma piuttosto in quella dell’art. 1667 c.c., “cui avrebbe potuto conseguire il mero diritto al risarcimento del danno nei riguardi dell’appaltatore nella forma del ristoro per equivalente, così come pure richiesto, anche in via subordinata, dai committenti”, né, pertanto, poteva essere riconosciuto ai committenti un credito da vantare in compensazione rispetto a quanto richiesto dalla società attrice a titolo di saldo del corrispettivo delle opere essendo “maturata la decadenza rispetto all’azione di garanzia che costituiva il fondamento del credito di natura risarcitoria opposto in compensazione”.

La corte, infine, ha ritenuto che: – in mancanza di contestazione da parte degli appellati, correttamente il tribunale aveva considerato dimostrato l’importo dell’ultimo SAL per cui, a fronte della mancata prova di maggiori lavorazioni effettuate rispetto all’importo convenuto, la società appellante aveva il diritto al corrispettivo residuo, pari alla differenza tra quanto convenuto (Euro. 118.385,66) e gli acconti già versati (Euro. 86.841,12); – la società appellante aveva diritto all’indennizzo previsto dall’art. 2041 c.c., per l’utilizzazione da parte degli appellanti, non convenuta né altrimenti autorizzata, dei ponteggi di proprietà della stessa avvenuta successivamente all’ultimazione delle opere appaltate, nella misura di Euro 2.390,63.

D.G.A. e L.A., con ricorso notificato il 3/2/2020, hanno chiesto, per quattro motivi, la cassazione della sentenza.

La Innoproject s.r.l. ha resistito con controricorso notificato il 12/5/2020 e depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo, i ricorrenti, lamentando la nullità della sentenza per vizio di costituzione del giudice ex art. 158 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, hanno censurato la sentenza impugnata in quanto deliberata con la partecipazione, in qualità di giudice relatore ed estensore, di un giudice ausiliario.

1.2. Il motivo è infondato. Il Collegio, invero, non ignora che questa Corte, con due distinte ordinanze del 9/12/2019, ha sollevato le questioni di legittimità costituzionale del D.L. n. 69 del 2013, art. 62, comma 1, art. 65, commi 1 e 4, art. 66, art. 67, commi 1 e 2, art. 68, comma 1, e art. 72, comma 1, conv. con modif. nella L. n. 98 del 2013, nella parte in cui conferiscono al giudice ausiliario di appello lo status di componente dei collegi delle sezioni della corte d’appello. Senonché, con la sentenza n. 41 del 2021, la Corte costituzionale, pur dichiarando incostituzionali le predette norme, che hanno previsto, come magistrati onorari, i giudici ausiliari presso le corti d’appello, ha stabilito che esse potranno, tuttavia, continuare ad avvalersi legittimamente dei giudici ausiliari per ridurre l’arretrato fino a quando, entro la data del 31/10/2025, si perverrà ad una riforma complessiva della magistratura onoraria, nel rispetto dei principi costituzionali. Fino ad allora, la “temporanea tollerabilità costituzionale” dell’attuale assetto è volta ad evitare l’annullamento delle decisioni pronunciate con la partecipazione dei giudici ausiliari e a non privare immediatamente le corti d’appello dell’apporto di questi giudici onorari per la riduzione dell’arretrato nelle cause civili.

2.1. Con il secondo motivo, i ricorrenti, lamentando la nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, e manifesta contraddittorietà e illogicità della motivazione sia in fatto che in diritto, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha omesso di considerare che dall’elaborato peritale redatto nel corso del procedimento di accertamento tecnico preventivo emerge il grave ed esclusivo inadempimento della società appaltatrice nell’esecuzione delle opere commissionate e che il costo delle opere necessarie per la eliminazione dei vizi riscontrati sull’immobile realizzato dall’attrice e il loro ripristino a regola d’arte ammonta alla somma complessiva di Euro. 24.372,67.

2.2. Con il terzo motivo, i ricorrenti, lamentando la nullità della sentenza per violazione dell’art. 1667 c.c., comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che l’accettazione dell’opera dovesse decorrere dal verbale del (OMISSIS), quando il direttore dei lavori ha attestato l’ultimazione dei lavori eseguiti dalla società appaltatrice, senza, tuttavia, considerare che tale verbale non costituisce atto di accettazione delle opere ed, in ogni caso, che avrebbe potuto avere efficacia liberatoria esclusivamente per i vizi palesi ed evidenti ma non anche per i vizi occulti e successivi all’accettazione dell’opera.

2.3. Con il quanto motivo, i ricorrenti, lamentando la nullità della sentenza per violazione dell’art. 1667 c.c., comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, hanno censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che la denuncia dei vizi svolta dai committenti non fosse tempestiva senza, tuttavia, considerare che gli stessi avevano fatto la denuncia nel momento in cui, all’esito del giudizio di accertamento tecnico preventivo, hanno acquisito piena conoscenza dei difetti e della loro dipendenza dall’esecuzione dell’opera.

3.1. Il secondo, il terzo ed il quarto motivo, da trattare congiuntamente, sono inammissibili.

3.2. I ricorrenti, infatti, come si evince dalle esposte censure, non si confrontano realmente con la sentenza che hanno impugnato: la quale, in effetti, ai fini in esame non importa se a torto o a ragione, ha escluso che i convenuti avessero il diritto al risarcimento dei danni che avevano azionato in via riconvenzionale sul rilievo, rimasto del tutto incensurato, per cui, da un lato, era divenuta definitiva, in quanto non investita da gravame incidentale, la statuizione con la quale il tribunale aveva dichiarato la decadenza dei committenti dalla garanzia per i vizi così come azionata nei confronti dell’appaltatore e, dall’altro lato, che, in ragione dell’intervenuta decadenza dalla relativa azione per la tardiva denuncia dei vizi (che, per la loro natura e gravità, non rientravano nella disciplina più rigorosa dell’art. 1669 c.c., ovvero dell’art. 1668 c.c., u.c., ma piuttosto in quella dell’art. 1667 c.c., “cui avrebbe potuto conseguire il mero diritto al risarcimento del danno nei riguardi dell’appaltatore nella forma del ristoro per equivalente, così come pure richiesto, anche in via subordinata, dai committenti”), la domanda risarcitoria proposta dai committenti non poteva trovare accoglimento, con la conseguenza che, essendo “maturata la decadenza rispetto all’azione di garanzia che costituiva il fondamento del credito di natura risarcitoria opposto in compensazione”, gli stessi non potevano vantare alcun credito da vantare in compensazione rispetto a quanto richiesto dalla società attrice a titolo di saldo del corrispettivo delle opere eseguite. Ed e’, invece, noto che il ricorso per cassazione, a pena d’inammissibilità, dev’essere articolato su motivi dotati che, oltre ad essere specifici, siano riferibili alla decisione impugnata e alle relative statuizioni (cfr. Cass. n. 3654 del 2006; Cass. n. 15952 del 2007).

4. Il ricorso e’, quindi, inammissibile.

5. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

6. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte così provvede: dichiara l’inammissibilità del ricorso; condanna i ricorrenti a rimborsare alla controricorrente le spese di lite, che liquida in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e spese generali nella misura del 15%; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile – 2, il 27 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2021

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