Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32039 del 05/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 05/11/2021, (ud. 18/05/2021, dep. 05/11/2021), n.32039

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10567-2020 proposto da:

V.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso

la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato CONSUELO FEROCI;

– ricorrente –

contro

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE;

– intimati –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– resistente –

avverso il decreto n. cron. 2965/2020 del TRIBUNALE di ANCONA,

depositato il 09/03/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 18/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. VALITUTTI

ANTONIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso al Tribunale di Ancona, V.A., cittadino dell’Albania, chiedeva il riconoscimento della protezione internazionale, denegatagli dalla competente Commissione territoriale. Con ordinanza n. 2965/2020, depositata il 9 marzo 2020, l’adito Tribunale rigettava il ricorso.

2. Il giudice di merito escludeva la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento al medesimo dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria, reputando non attendibili comunque inidonee a fondare la domanda di protezione internazionale I dichiarazioni del richiedente, circa le ragioni che l’avevano indotto ad abbandonare il suo Paese, ritenendo non sussistente, nella zona di provenienza dell’istante, una situazione di violenza indiscriminata, derivante da conflitto armato interno o internazionale, e rilevando che non erano state allegate dal medesimo specifiche ragioni di vulnerabilità, ai fini della protezione umanitaria.

3. Per la cassazione di tale ordinanza ha, quindi, proposto ricorso V.A. nei confronti del Ministero dell’interno, affidato a due motivi. L’intimato non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso, V.A. denuncia la violazione e falsa applicazione della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, nonché del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 7, 8 e 14.

1.1. Il ricorrente censura la decisione impugnata per non avere il giudice di merito tenuto conto della situazione di violenza e minacce cui il richiedente si sarebbe trovato esposto in caso di rientro in Patria, da parte del proprietario della sala giochi e di un – non meglio identificato – giocatore, che lo avrebbero accusato di essersi appropriato di una vincita di circa Euro 40.000,00 che lo sconosciuto avventore avrebbe realizzato. Tale situazione non sarebbe stata denunciata alla polizia, poiché corrotta.

1.2. Il mezzo è inammissibile.

1.2.1. In difetto di allegazioni circa la sussistenza di ragioni tali da comportare – alla stregua della normativa sulla protezione internazionale – per il richiedente un pericolo di un grave pregiudizio alla persona, in caso di rientro in Patria, la vicenda narrata deve considerarsi, pertanto, di natura strettamente privata, come tale al di fuori dai presupposti per l’applicazione sia dello status di rifugiato, sia della protezione sussidiaria, D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 14. I c.d. “soggetti non statuali” possono, invero, considerarsi responsabili della persecuzione o del danno grave solo ove lo Stato, i partiti o le organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo territorio, comprese le organizzazioni internazionali, non possano o non vogliano fornire protezione contro persecuzioni o danni gravi, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5 (cfr. Cass., 01/04/2019, n. 9043; Cass., 23/10/2020, n. 23281).

1.2.2. Nel caso concreto non risulta, per contro, neppure allegato, nel giudizio di merito, che l’istante si sia rivolto alle autorità pubbliche e non abbia ottenuto protezione alcuna.

2. Con il secondo motivo di ricorso, V.A. denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

2.1. Lamenta l’istante che il Tribunale non abbia inteso concedergli neppure la protezione umanitaria.

2.2. Il motivo è inammissibile.

2.2.1. Il giudice territoriale ha motivato il diniego di protezione umanitaria – che si applica temporalmente al caso di specie (Cass. Sez. U., nn. 29459, 29460, 29461/2019) – in considerazione del fatto che la narrazione delle vicende che avrebbero determinato l’abbandono del Paese di origine da parte del richiedente non evidenzia situazione alcuna di vulnerabilità personale, non avendo l’istante allegato né problemi di salute, né seri profili di integrazione sociale, non avendo dimostrato altro se non un lavoro a tempo determinato. Del resto l’accertata non credibilità della narrazione dei fatti operata dal medesimo, ed il mancato rilievo di una generale situazione sociopolitica negativa, nella zona di provenienza, correttamente hanno indotto il Tribunale a denegare la misura in esame (cfr. Cass., 23/02/2018, n. 4455), operando una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza (Cass. Sez. U., nn. 29459, 29460, 29461/2019).

2.2.2. Ne’ il ricorrente – al di là di generiche dissertazioni relative ai principi giuridici in materia, ed alla riproposizione dei temi di indagine già sottoposti al giudice di merito – ha dedotto di avere allegato, nel giudizio di primo e secondo grado, ulteriori, specifiche, situazioni di vulnerabilità.

3. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere, pertanto, dichiarato inammissibile, senza alcuna statuizione sulle spese, attesa la mancata, rituale, costituzione dell’intimato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 18 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2021

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