Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32004 del 11/12/2018

Cassazione civile sez. lav., 11/12/2018, (ud. 24/10/2018, dep. 11/12/2018), n.32004

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 12948-2014 proposto da:

M.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MICHELE

MERCATI 51, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO BRIGUGLIO,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIROLAMO MONTELEONE, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

GROUPAMA ASSICURAZIONI S.P.A., (già NUOVA TIRRENA S.P.A.), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA DELLA CROCE 44, presso lo studio

dell’avvocato ERNESTO GRANDINETTI, che la rappresenta e difende

giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2516/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 18/11/2013, R.G.N. 350/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/10/2018 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

M.V., agente della società assicuratrice SIDA spa il cui portafoglio era stato trasferito a seguito di liquidazione coatta amministrativa, alla s.p.a. Praevidentia successivamente denominata Nuova Tirrena s.p.a., adiva il Tribunale di Palermo, all’esito del recesso della mandante per la condanna della parte convenuta al pagamento di compensi ed indennità, ivi compresa la somma aggiuntiva di cui all’art. 12 bis Accordo Nazionale Agenti del 1.8.1994, nella misura massima, in ragione del recesso ad nutum della compagnia di assicurazione.

Si costituiva la Nuova Tirrena s.p.a. contestando il fondamento del ricorso.

Il Tribunale di Palermo accoglieva in parte le domande proposte e condannava la società al pagamento della somma complessiva di Euro 89.181,08 oltre accessori.

Detta pronuncia veniva parzialmente riformata dalla Corte distrettuale che accoglieva il gravame sul punto avanzato dalla società GROUPAMA ASSICURAZIONI spa – (già Nuova Tirrena s.p.a.) – e la condannava al pagamento della minor somma di Euro 58.331,99.

La Corte riteneva in particolare che il pagamento della indennità di cui all’art. 12 bis A.N.A. nella misura massima fosse possibile solo nel caso di ricorso al collegio arbitrale previsto dalla norma contrattuale e non anche in caso di azione giudiziaria; per il resto confermava la decisione del Tribunale. Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione il M., articolato in due motivi.

Resiste con controricorso la società GROUPAMA ASSICURAZIONI spa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente deduce – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 – violazione degli artt. 112 e 324 c.p.c., art. 2909 c.c..

Espone che la Corte d’Appello nella sentenza gravata dopo avere correttamente affermato di respingere il primo motivo di appello della compagnia assicuratrice – con cui si deduceva la inammissibilità della domanda fondata sull’art. 12 bis A.N.A – osservando che il ricorso all’arbitrato previsto dalla norma contrattuale non poteva pregiudicare la facoltà dell’agente di adire il giudice ordinario, contraddittoriamente statuiva che l’agente avrebbe potuto ottenere la misura massima della indennità solo rivolgendosi agli arbitri. Rileva che la sentenza di primo grado aveva ritenuto che il giudice ordinario potesse liquidare, come il collegio arbitrale, la indennità nella misura massima e che tale punto della decisione era coperto dal giudicato implicito.

Deduce la violazione della regola di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunziato (e del connesso principio tantum devolutum quantum appellatum) giacchè la compagnia di assicurazione non aveva sollevato la questione della impossibilità di ottenere la misura massima della indennità attraverso il giudice ordinario – nè nel primo grado nè in appello, limitandosi ad affermare che la domanda del Vinciguerra doveva considerarsi inammissibile, perchè costui non aveva impugnato il recesso davanti al collegio arbitrale nè comunque aveva proposto tale necessaria impugnazione davanti al giudice ordinario.

2. Il motivo è infondato.

L’appello proposto dalla Compagnia Assicuratrice riguardava non solo la azionabilità del diritto alla indennità contrattuale in via giudiziaria piuttosto che in via arbitrale, ma anche l’an del diritto stesso, che l’appellante assumeva sussistere soltanto per effetto del giudizio arbitrale sulla fondatezza dei motivi del recesso e previa impugnazione dei motivi da parte dell’agente.

Per effetto della domanda di appello veniva dunque devoluta al giudice del grado la verifica non solo della azionabilità ma anche dell’an del diritto alla indennità, domanda quest’ultima comprendente la sua quantificazione.

Il giudice non era invece vincolato alla qualificazione data dall’appellante alle sue difese, in termini di “inammissibilità” piuttosto che di “infondatezza” della pretesa di parte avversa.

3. Con il secondo motivo di ricorso viene dedotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3-4 e 5, violazione e falsa applicazione dell’art. 12 bis A.N.A. 1.8.1994, degli artt. 1362-1371 c.c. nonchè dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 806 c.p.c. e art. 808 c.p.c., comma 2, art. 412 ter c.p.c. e art. 412 quater c.p.c., comma 1, L. n. 533 del 1973, art. 5.

Richiamate per esteso le motivazioni delle sentenze rese nei due gradi di giudizio, il ricorrente assume violati dalla Corte territoriale:

– L’art. 806 c.p.c. e l’art. 809 c.p.c., comma 2, art. 412 ter c.p.c. e L. n. 533 del 1973, art. 5 nel testo vigente alla data di introduzione della lite, norme che garantivano alle parti la piena libertà di agire davanti al giudice ordinario anche in presenza di una clausola compromissoria per arbitrato, a pena di nullità della clausola.

L’ articolo 12 bis A.N.A. 1.8.1994 nonchè i criteri legali di interpretazione dei contratti, in quanto lo scopo della clausola collettiva non era affatto quello di incentivare il ricorso all’arbitrato – ivi previsto – ma quello di porre una remora al recesso ad nutum dal contratto di agenzia, prevedendo indennità aggiuntive ove il recesso non fosse fondato su validi motivi. La Corte aveva altresì errato nel limitare il diritto alla indennità aggiuntiva – in ipotesi di azione giudiziaria – alle sole fattispecie di accettazione del recesso: egli non aveva mai accettato il recesso e laddove lo avesse fatto sarebbe venuta meno la ragione del contenzioso.

Per le stesse ragioni la Corte territoriale era incorsa in un vizio di motivazione per contraddittorietà tra la premessa della azionabilità del diritto alla indennità davanti al giudice ordinario e la affermazione della riduzione degli importi spettanti.

La pienezza della tutela giudiziaria risultava anche dalla sentenza di questa Corte nr. 16145/2004.

4. Il motivo è infondato.

Secondo i principi affermati da questa Corte in fattispecie sovrapponibile a quella qui scrutinata, ai quali va data continuità (vedi Cass. n. 8182/2016), l’arbitrato previsto dall’art. 12 bis dell’accordo nazionale agenti è di natura irrituale (“Entro 20 giorni dal ricevimento della comunicazione del recesso o della successiva specificazione dei motivi è ammesso il ricorso ad un arbitrato irrituale con le modalità previste dalle lettere 8 e seguenti”); pertanto non è conferente il richiamo in ricorso alle previsioni degli artt. 806-808 c.p.c. (nel testo vigente ratione temporis), relative all’arbitrato rituale.

La disciplina dell’arbitrato irrituale applicabile al rapporto in lite è quella dell’art. 412 ter e quater c.p.c. – nel testo vigente anteriormente alla L. n. 183 del 2010 – a tenore della quale l’arbitrato richiedeva:

– la previsione e regolamentazione da parte dei contratti collettivi nazionali;

– il consenso delle parti interessate;

– l’esito negativo del tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c. o il decorso del termine per il suo espletamento.

La volontarietà del ricorso alla procedura arbitrale ne rendeva evidente la facoltatività sicchè non è in questione la libertà delle parti di fere ricorso al giudice ordinario.

Sostiene il ricorrente che tale facoltà comporta come corollario la possibilità per la parte agente di ottenere dal giudice tutte le utilità liquidabili dagli arbitri (nella specie la misura massima della indennità).

Tale conseguenza non si ricava tuttavia dalle disposizioni di rito invocate nè discende da principi di rango costituzionale.

Una questione di parità di tutele rispetto alla sede giudiziaria può infatti porsi soltanto riguardo all’arbitrato rituale, caratterizzato dalla attitudine a concludersi, a seguito del deposito del lodo, con un atto assimilabile ad una sentenza, e non già rispetto all’arbitrato irrituale, strumento di risoluzione delle controversie di natura negoziale riconducibile al mandato collettivo o congiunto, destinato a concludersi con un atto assimilabile ad un contratto e come tale non eseguibile se non tramite un giudizio ordinario ulteriore.

In ragione della natura negoziale dell’arbitrato irrituale le modalità di risoluzione della controversia restano rimesse al contratto collettivo, che legittimamente potrebbe prevedere il pagamento di una specifica indennità in funzione di incentivazione al ricorso alla mediazione arbitrale o di determinazione anticipata dei possibili esiti della mediazione.

Sotto questo profilo vengono in esame le previsioni dell’art. 12 bis dell’A.N.A. che per quanto rileva ai fini di causa, nel caso di recesso dell’impresa (e fuori dalle ipotesi di giusta causa) prevede la liquidazione in favore dell’agente di una somma aggiuntiva così graduata:

– 30% della somma aggiuntiva massima (come determinata dalla stessa disposizione), qualora l’agente dichiari di accettare il recesso o lasci trascorrere il termine previsto per la richiesta dei motivi (10 giorni dalla comunicazione di recesso);

– 15% della somma aggiuntiva massima, qualora l’agente dichiari di accettare il recesso dopo la comunicazione dei motivi o lasci trascorrere il termine previsto per il ricorso all’arbitrato (20 giorni dal recesso o dalla comunicazione dei motivi);

– in caso di ricorso all’arbitrato, liquidazione da parte del collegio arbitrale di una somma da lire o ad un importo massimo, per la ipotesi di recesso dell’impresa assolutamente immotivato, determinato – percentualmente e per scaglioni sull’ammontare delle provvigioni dell’ultimo esercizio.

Nella intenzione manifestata delle parti contraenti la liquidazione della somma aggiuntiva resta dunque rimessa alla definizione negoziale ed all’intervento degli arbitri.

Stante la natura dell’arbitrato irrituale – la cui funzione è di tipo conciliativo e non dichiarativa di diritti preesistenti – deve ritenersi che la liquidazione arbitrale sia il risultato della mediazione degli arbitri e non l’accertamento di un diritto preesistente, in quanto tale azionabile in via giudiziaria.

Non sussiste pertanto il denunziato vizio di violazione di norme di diritto e dell’accordo collettivo.

Nè è utilmente invocabile a sostegno del ricorso il precedente di questa Corte di cui alla sentenza nr. 16145/2004, pronunzia relativa alla specificazione della nozione di “giustificatezza” del recesso, nella quale il tema dell’ importo della indennità liquidabile dal giudice non risulta affrontato.

Il vizio della motivazione non è stato dedotto nei termini previsti dal testo vigente – dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – applicabile ratione temporis- ovvero come omesso esame di un fatto storico decisivo ed oggetto di discussione tra le parti, sicchè sotto questo profilo il motivo è inammissibile.

In definitiva, al lume delle superiori argomentazioni, il ricorso va rigettato.

Il governo delle spese del presente giudizio segue il principio della soccombenza.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto ai sensi dlela L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto il comma 1 quater al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in euuro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 24 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria il 11 dicembre 2018

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