Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3198 del 02/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 02/02/2022, (ud. 14/12/2021, dep. 02/02/2022), n.3198

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – rel. Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9953-2021 proposto da:

T.M.C., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA LUTEZIA 8, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO ROSI, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la

rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4600/2020 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata l’01/10/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCESCA

FIECCONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con ricorso per cassazione T.M.C. impugna la sentenza n. 4600/20 pubblicata il 1 ottobre 2020 con cui la Corte d’appello di Roma, in rigetto dell’appello della qui ricorrente, ha confermato la pronuncia di prescrizione del diritto, tardivamente azionato nel 2017, a distanza di molti anni dalla scadenza del termine previsto per la trasposizione delle direttive comunitarie che regolano la materia. Il ricorso, è affidato a due motivi. L’intimata Presidenza del Consiglio dei Ministri ha notificato controricorso.

2. Per quanto interessa in questa sede, la Corte d’appello di Roma, con la pronuncia in esame, ha confermato la pronuncia di rigetto della domanda dell’attrice riguardo a una specializzazione in ambito medico acquisita dalla ricorrente con l’ordinamento vigente ante D.Lgs. del 1991, sull’assunto che la notificazione dell’atto di citazione introduttivo del presente giudizio, notificato il 2 gennaio 2017, è avvenuta allorché era inutilmente decorso il termine decennale di prescrizione della pretesa di ricevere dall’amministrazione pubblica adeguata remunerazione per l’attività lavorativa svolta durante il periodo di formazione presso le scuole di specializzazione pari a quattro anni – a.a. dal 1980/1981, al 1983/1984 – pari all’importo di Euro 17.817,75 a ciascun anno del corso di specializzazione frequentato presso Scuola di specializzazione in Biologia Clinica della Università degli Studi di (OMISSIS) negli a.a. (OMISSIS), conseguendo il titolo specialistico in data 20 novembre 1984.

Diritto

RITENUTO

che:

1. Con il primo motivo si denuncia Ex art. 360 c.p.c., n. 3 VIOLAZIONE E FALSA APPLICAZIONE DELLE Dir. UE n. 75/363 E n. 82/76 (COSI’ COME INTERPRETATE DALLA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA, RESA IN DATA 24/1/2018 NELLE CAUSE RIUNITE C616/16 E C-617/16); VIOLAZIONE E FALSA APPLICAZIONE DELL’ART. 2935 c.c.; VIOLAZIONE DEL PRINCIPIO DI EFETTIVITA’, nella misura in cui la Corte d’appello di Roma ha erroneamente interpretato e applicato le disposizioni comunitarie così come recentemente interpretate dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’UE del 24 gennaio 2018, ritenendo in conseguenza prescritto il diritto alla remunerazione dovuta alla Dott.ssa T..

2. Con il secondo motivo si denuncia “Ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 VIOLAZIONE E FALSA APPLICAZIONE della L. n. 370 del 1999, art. 11, là dove la Corte d’Appello di Roma, respingendo la domanda di protezione dell’odierna ricorrente, ha fatto decorrere il termine prescrizionale dall’entrata in vigore della L. n. 370 del 1999; VIOLAZIONE del principio di effettività e di corretto adempimento degli obblighi comunitari”.

3. I motivi, vanno trattati congiuntamente per evidente connessione logica.

4. Secondo la ricorrente la Corte di Giustizia, nell’indicare al giudice del rinvio come debbano essere applicate nell’ordinamento interno le direttive UE n. 75/363 e n. 82/76, avrebbe fatto sorgere un nuovo e autonomo diritto al risarcimento del danno che non potrebbe essere ricollegato, per il suo esercizio, ad alcuna norma interna che lo preveda. A parere della ricorrente, quindi, solo con la richiamata sentenza della Corte di Giustizia sarebbe stata integrata l’applicazione della L. n. 370 del 1999. Pertanto la norma contenuta dalla L. n. 370 del 1999, art. 11, non potrebbe certamente intendersi quale momento di decorrenza della contestata prescrizione, almeno dalla data della sua emanazione, ma lo sarebbe in ragione della sentenza della Corte di Giustizia del 2018.

5. Osserva altresì la ricorrente che la L. n. 370 del 1999, art. 11, nel prevedere la corresponsione di borse di studio agli specializzandi medici, che costituisce la normativa di trasposizione delle direttive in questione, fa riferimento ai medici ammessi alle scuole di specializzazione in medicina a partire solo dall’anno accademico 1983-1984 e non in epoca antecedente. Lo stesso contenuto letterale della norma, pertanto, non potrebbe permettere alla ricorrente, che ha iniziato il corso di specializzazione nell’anno accademico 1980/1981, di accedere alla corresponsione di detto importo, essendo pendente un rinvio pregiudiziale sulla questione.

6. La Corte d’appello di Roma, nel rigettare l’appello ha richiamato il principio affermato dalla Corte di cassazione con le sentenze nn. 6606/2014 e 16452/2019, in base al quale il diritto in oggetto si prescrive, per coloro i quali avrebbero potuto fruire del compenso nel periodo compreso tra il 1 gennaio 1983 e la conclusione dell’anno accademico 19901991, nel termine decennale decorrente dalla data di entrata in vigore (27 ottobre 1999) della L. 19 ottobre 1999, n. 370, il cui art. 11 ha riconosciuto il diritto ad una borsa di studio soltanto in favore di quanti, tra costoro, risultavano beneficiari delle sentenze irrevocabili emesse dal giudice amministrativo.

7. I motivi, sono palesemente infondati alla luce della giurisprudenza interna consolidatasi sul punto, richiamata nella sentenza impugnata, ma in primis dell’indirizzo segnato dalla Corte di Giustizia della UE del 24 gennaio 2018, nelle cause riunite C-616/16 e C- 617/16, pur richiamata dalla ricorrente a sostegno della propria tesi.

8. In particolare, la pronuncia della citata Corte di Giustizia, nell’indicare che le direttive che regolano la materia devono essere interpretate nel senso che qualsiasi formazione a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista iniziata nel corso dell’anno 1982 e proseguita fino all’anno 1990 deve essere oggetto di una remunerazione, al punto 53, si è espressa nel senso che ” a partire dalla data in cui una direttiva è entrata in vigore, le autorità degli Stati membri e i giudici nazionali devono astenersi per quanto possibile dall’interpretare il diritto nazionale in un modo che rischi di compromettere seriamente, dopo la scadenza del termine di trasposizione di tale direttiva, la realizzazione dell’obiettivo da questa perseguito (sentenza del 27 ottobre 2016, Milev, C-439/16 PPU, EU:C:2016:818, punto 32 e la giurisprudenza ivi citata)”.

9. La pronuncia de qua non si discosta da principi già espressi dalla Corte di Giustizia in proposito alla natura dichiarativa dei propri precedenti emessi in sede di rinvio pregiudiziale, sicché la norma così interpretata va applicata dal giudice anche a rapporti sorti e costituiti prima della sentenza che ha pronunciato sulla domanda di interpretazione. Vi possono essere eccezioni, dovute alla necessità di evitare che vengano rimessi in discussione rapporti giuridici consolidati, ma in questi casi è sempre la Corte di Giustizia, nella sentenza, a decidere sulle limitazioni nel tempo da apportare all’interpretazione che essa fornisce (Corte Giust., 15 settembre 2005, in causa C-495/03, Intermodal Transports BV c. Staatssecretaris van Financie’n, in Racc., 2005, 1-8151, che richiama Corte Giust., 17 maggio 2001, in causa C-340/99, TNT Traco Spa c. Poste Italiane Spa ed altri, in Racc., 2001, I4109 42 Corte Giust., 2 febbraio 1988, in causa C-309/85, Barra c.Stato Belga, in Racc., 1988, 355; Corte Giust., 13 gennaio 1985, in causa C-293/83, Gravier c. Città di Liegi, in Racc., 1985, 593).

10. La stessa natura dichiarativa, e non costitutiva, della pronuncia della Corte di Giustizia, dunque, ha per corollario che il diritto in questione è sorto fin dal tempo in cui la direttiva avrebbe dovuto essere trasposta nell’ordinamento, ponendo l’obbligo sullo Stato membro e sui giudici nazionali di conformarsi in tal senso anche in mancanza di norme interne di trasposizione.

11. Vero è anche che nel caso in esame rileva, come indicato dalla ricorrente, il fatto che la questione sulla sussistenza diritto degli specializzandi a ottenere l’indennizzo ha trovato parziale soluzione nella sentenza della Corte di Giustizia del 2018 solo a partire da una certa data di iscrizione ai corsi dal 1 gennaio 1983 e che, le Sezioni Unite di questa Corte, vista la persistenza di un contrasto interno con riguardo alla sussistenza del diritto per gli anni anteriori, con ordinanza n. 23901/20, hanno posto una ulteriore questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia relativamente ai medici specializzandi che iniziarono il corso di formazione in data anteriore al 1.1.1982, conseguendo il titolo dopo.

12. Purtuttavia, ciò non toglie che la ricorrente, anche con riguardo a tale frazione di tempo non considerata nel precedente in questione, avrebbe dovuto provare di avere interrotto il termine di prescrizione in data anteriore, non potendosi assumere che il diritto maturerà, se del caso, a far tempo dalla pronuncia della Corte di Giustizia, per quanto sopra detto in relazione alla efficacia delle sue sentenze.

13. Riguardo alla attività anteriore idonea a interrompere il termine di prescrizione che – nel caso specifico – la ricorrente fa erroneamente decorrere dal tempo in cui si è pronunciata la Corte di Giustizia nel 2018, per quanto l’azione sia stata avviata nel 2017, più in generale valgono le considerazioni già espresse da questa Corte in varie occasioni che, in ogni caso, è opportuno richiamare nella sintesi in appresso.

14. Come noto, la giurisprudenza di questa Corte ha da tempo chiarito che il diritto al risarcimento del danno da inadempimento della Dir. n. 82/76/CEE, riassuntiva delle Dir. n. 75/362/CEE e n. 75/363/CEE, insorto in favore dei soggetti che avevano seguito corsi di specializzazione medica iniziati, dopo l’applicabilità del regime disposto dall’Unione Europea ed entro l’anno accademico 1990-1991, in condizioni tali che, se detta direttiva fosse stata attuata, avrebbero acquisito i diritti da essa previsti, si prescrive nel termine di dieci anni decorrente, per quanto osservato dalla corte territoriale, dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore della L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11, laddove, al contempo, in riferimento a detta situazione, nessuna influenza può avere la sopravvenuta disposizione di cui alla L. 12 novembre 2011, n. 183, art. 4, comma 43, – secondo cui la prescrizione del diritto al risarcimento del danno da mancato recepimento di direttive comunitarie soggiace alla disciplina dell’art. 2947 c.c. e decorre dalla data in cui il fatto, dal quale sarebbero derivati i diritti se la direttiva fosse stata tempestivamente recepita, si è effettivamente verificato -trattandosi di norma che, in difetto di espressa previsione, non può che spiegare la sua efficacia rispetto a quanto verificatosi successivamente alla sua entrata in vigore, ossia al 10 gennaio 2012 (Cass., 09/02/2012, n. 1917, che riprende Cass., nn. 10813, 10814, 10815, 10816 del 2011, evocate nei ricorsi, ed è confermata da innumerevoli successivi arresti, come, ad esempio, Cass., 19/07/2019, n. 16452 e Cass., 24/01/2020, n. 1589).

15. Ne’ può sostenersi che il leading case del 2011 ha preso in considerazione un termine prudenziale in una ottica di conformità comunitaria, in ragione di quanto allora esaminabile, e tale da essere comunque sufficiente a respingere, in quel tempo, l’eccezione di prescrizione, e neanche può ritenersi che, invece, solo successivamente al 1999 la giurisprudenza di questa Corte ha escluso quelle incertezze inibenti la decorrenza della prescrizione in pregiudizio del danneggiato, relative ad aspetti quali l’individuazione della giurisdizione, se ordinaria o amministrativa; la natura dell’azione esperibile, se contrattuale o aquiliana; il termine di prescrizione; l’individuazione del legittimato passivo della domanda, se solo lo Stato o meno.

16. Difatti, è appena il caso di osservare che la questione della giurisdizione non incide affatto sulla consapevolezza della cristallizzazione della lesione e quindi sulla possibilità, per il danneggiato, di interrompere la sua inerzia e il decorso dell’estinzione prescrizionale che, come noto, non ha bisogno di iniziative giurisdizionali ma può ben essere stragiudiziale. Per lo stesso motivo non ha alcun rilievo l’individuazione della natura dell’azione esperibile mentre la più ampia durata decennale della stessa fa sì che la sua determinazione non abbia avuto alcun riflesso sulla maturazione della stessa. Quanto alla legittimazione passiva, questa appartiene allo Stato in persona della Presidenza del Consiglio dei Ministri, mentre l’evocazione in giudizio di un diverso organo statuale, quali l’Università o il Ministero dell’Istruzione, non si traduce nella mancata instaurazione del rapporto processuale, costituendo una mera irregolarità, sanabile ai sensi della L. n. 260 del 1958, art. 4 (Cass., Sez. U., 27/11/2018, n. 30649); sicché solo se diretta nei confronti della sola Università l’interruzione della prescrizione risulta inidonea (Cass., 25/07/2019, n. 20099), fermo restando che dalla stessa normativa del 1999 deve ragionevolmente desumersi che il destinatario del credito è individuabile nell’amministrazione statale.

17. Quanto alla remunerazione si osserva che, a seguito dell’intervento con il quale il legislatore – dettando la L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11 – ha effettuato una aestimatio del danno, alla precedente obbligazione risarcitoria per mancata attuazione delle direttive si è sostituita un’obbligazione satisfattiva avente natura di debito di valuta, iscritta in una cornice di disciplina comunitaria nella quale non è rinvenibile una definizione di retribuzione adeguata, né sono posti i criteri per la determinazione della stessa, come ribadito anche dalla pronuncia della Corte di giustizia, 24 gennaio 2018, C-616/16 e C617-16 (cfr. Cass., 24/01/2020, n. 1641, cui si rimanda per una più ampia ricostruzione giurisprudenziale).

18. Tale interpretazione è in linea con la disciplina del trattamento economico dei medici specializzandi, prevista dal D.Lgs. n. 368 del 1999, art. 39, la quale si applica, per effetto di ripetuti differimenti, in favore dei medici iscritti alle relative scuole di specializzazione solo a decorrere dall’anno accademico 2006-2007 e non a quelli iscritti negli anni antecedenti, che restano soggetti alla disciplina di cui al D.Lgs. n. 257 del 1991, sia sotto il profilo ordinamentale che economico, giacché la Dir. 93/16/CEE non introduce alcun nuovo ed ulteriore obbligo con riguardo alla misura della borsa di studio di cui al D.Lgs. cit. (Cass. 14/03/2018, n. 6355, e le moltissime successive conformi, quale, solo a titolo esemplificativo, Cass., 24/05/2019, n. 14168).

19. Tutto quanto sopra vale a dimostrare ulteriormente che, nella fattispecie in esame, anche volendo prescindere dalla mancanza di una specifica allegazione in proposito, non è in ogni caso individuabile alcun momento in cui nell’ordinamento interno si è stabilita una remunerazione adeguata, relativamente agli anni in questione, da valutarsi come recettiva della disciplina comunitaria, tale da poter concludere che esclusivamente a far data da allora avrebbe potuto decorrere la prescrizione.

20. Conseguentemente, il ricorso va rigettato con ogni conseguenza anche in ordine alle spese, da porsi a carico della parte ricorrente, oltre il raddoppio del contributo unificato. Stante il dibattito giurisprudenziale vigente al tempo dell’instaurazione della controversia non sussistono i presupposti per la condanna ex art. 96 c.p.c..

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente alle spese liquidate in Euro 3.000,00, oltre spese prenotate a debito, in favore della controricorrente.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione sesta – sotto sez. terza civile, il 14 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2022

 

 

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