Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31919 del 05/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 05/11/2021, (ud. 11/05/2021, dep. 05/11/2021), n.31919

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 5933/2015 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE (CF (OMISSIS)), in persona del Direttore p.t.,

rapp.ta e difesa ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato,

elettivamente domiciliata in Roma alla via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

SOCIETA’ ACQUA E MARE s.r.l. (CF (OMISSIS));

– intimata –

avverso la sentenza n. 4496/9/14, depositata in data 7 luglio 2014,

della Commissione tributaria regionale del Lazio;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 11 maggio 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola;

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza n. 4496/9/14 depositata il 7 luglio 2014, la Commissione tributaria regionale del Lazio respingeva l’appello proposto dall’Ufficio avverso la sentenza con la quale la Commissione tributaria provinciale di Roma aveva accolto il ricorso proposto dal contribuente contro l’avviso di accertamento che rideterminava, ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, artt. 39 e 40, e del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 54 e ss., il reddito imponibile per l’anno di imposta 2007. Osservava la CTR che correttamente il primo giudice aveva valutato che, a fronte delle circostanziate osservazioni proposte dal contribuente, l’Ufficio non aveva formulato precisazioni sufficienti a confermare la legittimità del proprio operato. Anche a voler considerare, infatti, gli argomenti proposti dall’Ufficio come mere specificazioni della linea difensiva, e non motivi nuovi come tali inammissibili, non vi era alcuna ragione per non applicare lo specifico studio di settore TG36U. Utilizzando le componenti fiscali dello strumento statistico predisposto dall’Amministrazione per il settore di attività in questione, i ricavi stimabili dovevano oscillare tra un massimo di Euro 1.222.492 ed un minimo di Euro 1.197.574, laddove il ricavo dichiarato dal contribuente era pari ad Euro 1.215.470 e quindi di poco inferiore al livello massimo statisticamente indicato.

Infine, anche se l’Ufficio aveva evidenziato alcune irregolarità commesse dal contribuente nella determinazione del conto profitti e perdite, come già osservato dalla CTP tali incongruenze non erano tali da far assurgere lo scostamento tra il dichiarato e quello individuato a quel livello di gravità ritenuto indispensabile dalla giurisprudenza di legittimità.

Avverso tale sentenza l’Ufficio propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi. Il contribuente è rimasto intimato.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo l’Ufficio lamenta la nullità della sentenza per carenza di motivazione e violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 36, comma 2, n. 4 (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4); l’Ufficio, dopo aver ritrascritto nel ricorso le parti rilevanti della sentenza del giudice di primo grado e del proprio atto di gravame, lamenta che la CTR, richiamata apoditticamente la sentenza di prime cure, avrebbe esplicitato ragioni di rigetto del tutto inconferenti rispetto alla fattispecie dedotta in giudizio, limitandosi ad osservare che i ricavi erano congrui rispetto allo studio di settore e che le irregolarità non apparivano gravi, ponendo dunque a fondamento della decisione argomenti del tutto avulsi dal tema sottoposto alla sua cognizione. La CTR avrebbe, in tal modo, del tutto trascurato le argomentazioni esposte dall’Ufficio circa la gravità, precisione e concordanza degli indizi dai quali erano stati desunti i maggiori ricavi e la non deducibilità dei costi per mancanza di inerenza e competenza.

1.1. Il motivo è infondato.

1.2. Come condivisibilmente affermato da Cass. 26/06/2020, n. 12652, “Il giudice non è tenuto ad occuparsi espressamente e singolarmente di ogni allegazione, prospettazione ed argomentazione delle parti, risultando necessario e sufficiente, in base all’art. 132 c.p.c., n. 4, che esponga, in maniera concisa, gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione, e dovendo ritenersi per implicito disattesi tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l'”iter” argomentativo seguito. Ne consegue che il vizio di omessa pronuncia – configurabile allorché risulti completamente omesso il provvedimento del giudice indispensabile per la soluzione del caso concreto – non ricorre nel caso in cui, seppure manchi una specifica argomentazione, la decisione adottata in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte ne comporti il rigetto”.

1.3. Nel caso in esame non può dirsi integrato il vizio lamentato, avendo la CTR implicitamente disatteso le argomentazioni esposte dall’Ufficio (riguardanti la sufficienza degli indizi circa i maggiori ricavi e la non deducibilità dei costi), reputando decisiva la congruità dei ricavi rispetto ai dati risultanti dagli studi di settore e dunque la collocazione del contribuente nell’intervallo di confidenza previsto da questi ultimi.

2. Il secondo motivo lamenta la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, 54, comma 2, del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62-bis (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), in quanto, secondo l’Ufficio, lo studio di settore non è stato concepito dal legislatore come necessario strumento di selezione delle posizioni da sottoporre a controllo, né tantomeno come esimente da controlli di tipo analitico-induttivo, onde l’Agenzia ben poteva prescindere dalle risultanze dello studio di settore e procedere in conformità al dato normativo di cui alla L. 8 maggio 1998, n. 146, art. 10, comma 4-bis, che pone un limite agli accertamenti analitico-induttivi, fissando nel 40% la differenza tra i ricavi dichiarati e quelli accertati (limite che sarebbe ampiamente superato nel caso in esame).

2.1. Il motivo è fondato.

2.2. In proposito questa Corte ha già condivisibilmente affermato che “Gli studi di settore costituiscono, come si evince dal D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62-sexies, convertito in L. 29 ottobre 1993, n. 427, solo uno degli strumenti utilizzabili dall’Amministrazione finanziaria per accertare in via induttiva, pur in presenza di una contabilità formalmente regolare, ma intrinsecamente inattendibile, il reddito reale del contribuente: tale accertamento, infatti, può essere presuntivamente condotto anche sulla base del riscontro di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, a prescindere, quindi, dalle risultanze degli specifici studi di settore e della conformità alle stesse dei ricavi aziendali dichiarati” (cfr. Cass. 07/08/2020, n. 16840, non massimata, Cass. 24/09/2014, n. 20060 e Cass. 14/12/2012, n. 23096).

2.3. Nella specie la CTR, ritenendo assorbente la considerazione riguardante la congruità dei ricavi rispetto agli studi di settore, ha però del tutto trascurato il fatto che l’accertamento si basava sul riscontro di gravi incongruenze tra i ricavi dichiarati e quelli accertati con metodo analitico-induttivo, finendo erroneamente per ritenere sufficiente la conformità agli studi di settore per esonerare il contribuente da ogni accertamento.

3. Il terzo motivo lamenta la violazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 109, e del D.P.R. 26 ottobre 1971, n. 633, art. 19, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo la CTR errato nel confermare la sentenza di prime cure riguardo alla detrazione e deduzione di costi (per i quali l’Ufficio aveva contestato l’assenza del requisito dell’inerenza), in quanto, da un lato, l’Ufficio aveva riscontrato l’assenza di inerenza in numerose fatture, nelle quali l’intestatario risultava essere un soggetto diverso dal contribuente, e dall’altro l’adeguamento allo studio di settore non consentiva di reputare sanata tale violazione.

3.1. Il motivo è fondato.

3.2. L’ufficio, infatti, nel proprio atto di gravame aveva esposto una serie di circostanze (indicate al n. 8.1. del ricorso per cassazione) riguardanti la non inerenza e la violazione del principio di competenza, circostanze che, però, la CTR ha erroneamente ritenuto assorbite dal riscontro dell’adeguamento del contribuente agli studi di settore.

4. Le considerazioni che precedono impongono, dunque, l’accoglimento del ricorso, sicché la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Commissione tributaria regionale del Lazio, che provvederà, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale del Lazio, che provvederà, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 5 novembre 2021

 

 

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