Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31897 del 10/12/2018

Cassazione civile sez. I, 10/12/2018, (ud. 19/09/2018, dep. 10/12/2018), n.31897

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 37/2014 proposto da:

Comune di Spadafora, in persona del sindaco p.t., elettivamente

domiciliato in Roma, presso l’avv. Rossana Grillo, che lo rappres. e

difende con procura speciale a margine del ricorso, in base a Delib.

di g.c. 23 maggio 2013, n. 96;

– ricorrente –

contro

S.C.; S.L.; S.A.; elett.te domic. in

Roma presso l’avv. Antonio Cosimo Cuppone che li rappres. e difende,

con procura speciale a margine del controricorso;

S.M.G., elett.te domic. presso l’avv. Enrico

Mormino che la rappres. e difende, con procura speciale allegata

alla comparsa di costituzione, in sostituzione dell’avv. Francesco

Mormino;

– controricorrenti –

nonchè

S.C.; S.L.; S.A.;

S.M.G.; elett.te domic. in Roma presso l’avv. Antonio Cosimo Cuppone

che li rappres. e difende, con procura speciale a margine del

controricorso;

– ricorrenti incidentali –

Comune di Spadafora, in persona del sindaco p.t., elettivamente

domiciliata in Roma, presso l’avv. Rossana Grillo, che lo rappres. e

difende con procura speciale a margine del ricorso, in base a Delib.

di g.c. 23 maggio 2013, n. 96;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 644/2012 emessa dalla Corte d’appello di

Messina, depositata il 6/11/2012;

udita la relazione del cons. CAIAZZO ROSARIO alla camera di consiglio

del 19 settembre 2018.

Fatto

RILEVATO

CHE:

Con citazione notificata il 21.10.95, C., L., A., M. e S.G., premesso di essere comproprietari di un terreno in (OMISSIS), che era stato occupato in via d’urgenza dal comune con ordinanza del 24.8.90 per realizzare una scuola da parte della Provincia di Messina, convennero innanzi al Tribunale di Messina il comune di Spadafora e la stessa Provincia chiedendone la condanna in solido al risarcimento del danno per la perdita della proprietà del terreno occupato e per il deprezzamento del fondo residuo, nonchè al pagamento dell’indennità per il relativo periodo.

Il comune eccepì la carenza di legittimazione passiva e la Provincia eccepì l’infondatezza della domanda.

Espletata c.t.u., il Tribunale, con sentenza del 10.1.05 – confermativa ed integrativa dell’ordinanza emessa a norma dell’art. 186quater c.p.c. – riconosciuta l’occupazione appropriativa, condannò in solido gli enti convenuti al pagamento della somma complessiva di Euro 305.634,84 oltre rivalutazione e interessi, a titolo risarcitorio del danno per l’occupazione appropriativa e per il deprezzamento del terreno residuo e la somma di Euro 165.462,81 oltre interessi per l’indennità d’occupazione legittima.

Entrambi gli enti proposero appello con atti distinti; riunite le cause, acquisito un supplemento di c.t.u., la Corte d’appello di Messina ha accolto parzialmente gli appelli, rideterminando le somme liquidate per le varie voci di danno e per l’indennità.

Il comune di Spadafora ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo. Resistono i S. con controricorso e proponendo ricorso incidentale affidato a sette motivi. Le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RITENUTO

CHE:

Con l’unico motivo del ricorso principale, il comune ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2055 c.c., lamentando che la Corte d’appello, aderendo alla motivazione del giudice di primo grado, aveva ritenuto la legittimazione passiva del comune sebbene estraneo alla commissione materiale dell’illecito relativo all’occupazione del terreno, erroneamente attribuendo rilevanza causale anche all’ordinanza comunale che aveva disposto l’occupazione d’urgenza, in concorso con la condotta della Provincia di Messina che aveva realizzato le opere, non completando il procedimento ablatorio.

Con il primo motivo del ricorso incidentale è denunziata violazione e falsa applicazione dell’art. 42 Cost., della L. n. 1150 del 1942, art. 7 del D.Lgs. n. 327 del 2001, art. 55 e della L. n. 2359 del 1865, art. 39 in quanto la Corte d’appello aveva qualificato l’intero terreno dei S. di natura agricola, erroneamente ritenendo che il vincolo impresso sull’immobile dalla delibera comunale e dal decreto regionale fosse conformativo e non espropriativo.

Con il secondo motivo è dedotta la nullità della sentenza per violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto la Corte d’appello aveva immotivatamente omesso di considerare la c.t.u., non escludendo la natura conformativa del vincolo e riconoscendo un vincolo d’inedificabilità nella sola area occupata oggetto di un vincolo cimiteriale emergendo dagli atti, invece, solo un vincolo cimiteriale.

Con il terzo motivo è dedotto l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo, oggetto di discussione tra le parti, relativamente al vincolo espropriativo ravvisato dal c.t.u., in ordine all’edificabilità del terreno occupato ricadente in una zona urbana ricca di opere di urbanizzazione e di infrastrutture.

Con il quarto motivo è denunziata la violazione e falsa applicazione degli artt. 1226 e 2056 c.c., avendo la Corte d’appello determinato il valore venale del terreno in via equitativa pur disponendo di criteri specifici per liquidare il danno.

Con il quinto motivo è denunziata la violazione e falsa applicazione degli artt. 42 e 117 Cost., poichè la Corte d’appello non aveva liquidato il giusto valore venale del bene occupato, ricorrendo invece erroneamente ad un criterio equitativo, omettendo di tener conto dei criteri indicati dal c.t.u.

Con il sesto motivo è dedotta la nullità del procedimento e della sentenza per omessa applicazione degli artt. 112,115 e 281ter c.p.c., art. 111 Cost., ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, lamentando che la Corte d’appello era incorsa in ultrapetizione, non avendo disposto altra c.t.u. d’ufficio e violando il principio del contraddittorio.

Con il settimo motivo è denunziata la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 46 e 42bis nonchè del D.L. n. 98 del 2011, art. 34, comma 1, – in subordine al primo motivo – in quanto: la dichiarazione di pubblica utilità e l’ordinanza d’occupazione d’urgenza erano ormai decadute a causa del decorso del termine concesso senza l’ultimazione delle opere, sicchè la Corte d’appello non aveva tenuto conto della permanente occupazione usurpativa; la Corte territoriale non aveva ristorato integralmente il danno causato dall’illegittima occupazione dei terreni, disapplicando i principi giurisprudenziali conseguenti alla declaratoria d’illegittimità costituzionale del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 43.

Resiste al ricorso incidentale il comune di Spadafora con controricorso.

RITENUTO CHE:

L’unico motivo del ricorso del Comune di Spadafora è infondato.

Il Comune ha emesso il decreto d’occupazione consentendo così alla provincia d’immettersi nel possesso; per tale motivo, non avendo vigilato affinchè non venisse commesso l’illecito, l’ente ha contribuito alla sua causazione, sicchè la Corte d’appello, nel confermare la sentenza di primo grado, ha correttamente accertato il concorso del Comune e dalla Provincia nell’illecito aquiliano, in conformità dei principi generali.

I primi tre motivi del ricorso incidentale – da esaminare congiuntamente poichè tra loro connessi – sono infondati. I ricorrenti si dolgono che il giudice d’appello, nel liquidare il danno causato dall’illecita occupazione del terreno, ne abbia ritenuto la natura agricola nella sua interezza (a eccezione di un’area asservita a vincolo cimiteriale) dissentendo peraltro dalle conclusioni del c.t.u. di primo grado.

Al riguardo, va osservato che l’inclusione dei suoli nell’ambito edificatorio va effettuata in ragione di un unico criterio discretivo, fondato sulla edificabilità legale, posto dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 3, tuttora vigente, e recepito nel T.U. espropriazioni di cui al D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32 e 37; in base a tale criterio, un’area va ritenuta edificabile solo quando la stessa risulti tale classificata al momento della vicenda ablativa dagli strumenti urbanistici (Cass., ord., n. 25314/17; n. 7987/2011; Cass., n.9891/2007; Cass., n. 3838/2004; Cass., n. 10570/2003; Cass., Sez. un., nn. 172 e 173/2001), e, per converso, le possibilità legali di edificazione vanno escluse tutte le volte in cui, per lo strumento urbanistico vigente all’epoca in cui deve compiersi la ricognizione legale, la zona sia stata concretamente vincolata ad un utilizzo meramente pubblicistico in quanto dette classificazioni apportano un vincolo di destinazione che preclude ai privati tutte quelle forme di trasformazione del suolo che sono riconducibili alla nozione tecnica di edificazione.

Inoltre, è stato affermato che la distinzione tra vincoli conformativi ed espropriativi cui possono essere assoggettati i suoli, non dipende dal fatto che siano imposti mediante una determinata categoria di strumenti urbanistici, piuttosto che di un’altra, ma deve essere operata in relazione alla finalità perseguita in concreto dell’atto di pianificazione: ove mediante lo stesso si provveda ad una zonizzazione dell’intero territorio comunale o di parte di esso, sì da incidere su di una generalità di beni, nei confronti di una pluralità indifferenziata di soggetti, in funzione della destinazione dell’intera zona in cui i beni ricadono e in ragione delle sue caratteristiche intrinseche, il vincolo ha carattere conformativo, mentre, ove si imponga solo un vincolo particolare, incidente su beni determinati, in funzione della localizzazione di un’opera pubblica, lo stesso deve essere qualificato come preordinato alla relativa espropriazione e da esso deve, pertanto, prescindersi nella qualificazione dell’area, e ciò in quanto la realizzazione dell’opera è consentita soltanto su suoli cui lo strumento urbanistico ha impresso la correlativa specifica destinazione, cosicchè, ove l’area su cui l’opera sia stata in tal modo localizzata abbia destinazione diversa o agricola, se ne impone sempre la preventiva modifica (Cass., ord. n. 16084/18).

Nella fattispecie, la Corte d’appello ha riconosciuto il carattere espropriativo e non conformativo del vincolo, poichè il Comune di Spadafora e la Regione Sicilia variarono la destinazione di parte del terreno da agricola ad edificabile in vista della realizzazione della scuola, imprimendo al terreno un vincolo particolare. Ne consegue che, venendo in rilievo una limitazione specifica del diritto di proprietà, la Corte d’appello, esaminando la c.t.u., ha correttamente ritenuto che il fondo avesse natura agricola.

I motivi quarto e quinto – entrambi riguardanti la censura dell’applicazione di un parametro equitativo nella liquidazione dei danni- sono infondati in quanto il giudice del merito, pur ritenendo la natura agricola del terreno occupato, ha tenuto conto delle sue particolari caratteristiche (agevole accessibilità a zone residenziali; presenza di opere di urbanizzazione, vicinanza al centro urbano, etc.) attenendosi dunque ai criteri affermati da questa Corte in ordine ai criteri di liquidazione dei danni per l’occupazione appropriativa di fondo agricolo suscettibile di utilizzazione diversa ed ulteriore (Cass., n. 6296/14). Al riguardo, la Corte territoriale ha determinato il valore venale del terreno occupato in Euro 5,00 al mq, con valutazione riferita al 1997 (epoca della scadenza del periodo di occupazione legittima), superiore a quella effettuata dal c.t.u. applicando una media tra due valori relativi alla natura agricola del fondo.

Il sesto e settimo motivo sono infine inammissibili. Il sesto perchè fondato su una generica doglianza relativa al mancato espletamento di altra c.t.u. di cui non è stata evidenziata la decisività.

Quanto al settimo motivo, non è chiara la doglianza perchè i ricorrenti lamentano la mancata integrale reintegrazione del danno subito in ordine alla permanenza dell’illecita occupazione, ma senza specificare quale parte del danno sofferto non sarebbe stato oggetto di liquidazione e quale sia stata la specifica domanda proposta.

Inoltre, i S. non hanno appellato la sentenza di primo grado e dunque sui criteri adottati per il risarcimento si è formato il giudicato interno.

Data la reciproca soccombenza, le spese del giudizio di legittimità vanno compensate.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale e il ricorso incidentale.

Compensa le spese del giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, principale ed incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio dell’udienza, il 19 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2018

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