Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31846 del 05/12/2019

Cassazione civile sez. VI, 05/12/2019, (ud. 11/07/2019, dep. 05/12/2019), n.31846

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26265-2018 proposto da:

V.R., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso

la CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato

GIOVANNI CLEMENTE;

– ricorrente –

Contro

D.G.E., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

MATTEO DE CRESCENZO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 15062/2018 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA, depositata l’11/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’1 1/07/2019 dal Consigliere Relatore Dott. TEDESCO

GIUSEPPE.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Per quanto interessa in questa sede la Suprema Corte ha confermato la sentenza d’appello, di rigetto della domanda proposta ex art. 2932 c.c. da V.R. nei confronti di D.G.E..

La Corte d’appello aveva riconosciuto che il primo giudice aveva erroneamente integrato a mezzo di consulenza tecnica elementi essenziali del contratto, quali l’individuazione del bene e del prezzo da pagare, in guisa che mancavano i presupposti per la pronuncia della sentenza costitutiva, non essendo consentito, in questo caso, diversamente dalla identificazione del bene avvenuta con un contratto definitivo, determinare l’oggetto del contratto attraverso il riferimento a elementi esterni.

La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza, rigettando il motivo di ricorso con il quale la V. aveva censurato la decisione sostenendo che l’oggetto del preliminare era invece determinato.

La stessa V. propone ora ricorso per revocazione affidato a un unico motivo, rimproverando alla Corte di non avere considerato:

a) che la ricorrente era stata immessa nel possesso del fondo unitamente agli altri venditori;

b) che con la immissione in possesso era stato individuato l’oggetto del contratto nella sua estensione fisica e delimitazione;

c) che l’oggetto del contratto risultava determinato in base al preliminare di vendita e successiva integrazione con cui si chiariva che la vendita era stata fatta a misura e che il prezzo definitivo sarebbe stato determinato in relazione alla situazione riscontrata in loco.

Il ricorso è inammissibile, perchè attiene a ipotesi non riconducibile al paradigma di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4. Detta norma consente l’impugnazione per revocazione “se la sentenza è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa. Vi è questo errore quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita, e tanto nell’uno quanto nell’altro caso se il fatto non costituì un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciare”. In tema di revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, l’errore revocatorio è configurabile nelle ipotesi in cui la Corte sia giudice del fatto, individuandosi nell’errore meramente percettivo, risultante in modo incontrovertibile dagli atti e tale da aver indotto il giudice a fondare la valutazione della situazione processuale sulla supposta inesistenza (od esistenza) di un fatto, positivamente acquisito (od escluso) nella realtà del processo, che, ove invece esattamente percepito, avrebbe determinato una diversa valutazione della situazione processuale, e non anche nella pretesa errata valutazione di fatti esattamente rappresentati (Cass. n. 16136/2009). Pertanto l’errore di percezione che abbia indotto il giudice a supporre l’esistenza o l’inesistenza di un fatto decisivo che risulti incontestabilmente escluso o accertato alla stregua degli atti di causa, non è configurabile nell’ipotesi in cui riguardi norme giuridiche, essendo la loro violazione o falsa applicazione un errore di diritto (Cass. n. 1367/2009). E’, stato quindi ribadito che ove il ricorrente deduca, sotto la veste del preteso errore revocatorio, l’errato apprezzamento da parte della Corte di un motivo di ricorso – qualificando come errore di percezione degli atti di causa un eventuale errore di valutazione sulla portata della doglianza svolta con l’originario ricorso – si verte in un ambito estraneo a quello dell’errore revocatorio, dovendosi escludere che un motivo di ricorso sia suscettibile di essere considerato alla stregua di un “fatto” ai sensi dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, potendo configurare l’eventuale omessa od errata pronunzia soltanto un error in procedendo ovvero in indicando, di per sè insuscettibili di denuncia ai sensi dell’art. 392-bis c.p.c. (Cass. 5221/09).

Ebbene tale è la questione sottoposta oggi alla S.C. Il Collegio che decise la sentenza n. 15062/2018, ritenne di condividere la valutazione della corte di merito nella parte in cui questa aveva ritenuto che l’oggetto del contratto non fosse determinabile. Si sostiene che tale decisione consegue a una omessa lettura dei fatti e dei motivi di ricorso, perchè l’oggetto del contratto era in effetti determinabile. In tale difettosa lettura è identificato l’errore revocatorio interno al giudizio di cassazione, mentre è stato ampiamente chiarito che l’eventuale sottovalutazione o incompletezza dell’esame delle argomentazioni svolte nel ricorso stesso non integra, per i motivi anzidetti, la fattispecie di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, non essendo equiparabile all’errore di fatto ivi disciplinato (Cass. n. 10466/2011; n. 3760/2018).

Discende da quanto esposto la declaratoria di inammissibilità del ricorso, con addebito delle spese.

Ci sono le condizioni per dare atto della sussistenza dei presupposti dell’obbligo del versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 %, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge; dichiara ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 11 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 5 dicembre 2019

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