Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31799 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. III, 04/11/2021, (ud. 21/05/2021, dep. 04/11/2021), n.31799

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Presidente –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33221/2019 proposto da:

R.M.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TRIONFALE,

5637, presso lo studio dell’avvocato GABRIELE FERABECOLI, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore e

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li

rappresenta e difende;

– resistenti –

avverso la sentenza del TRIBUNALE di MILANO n. 7895/2019, depositata

il 07/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/05/2021 dal Consigliere Dott. ANTONELLA DI FLORIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. R.M.S., proveniente dal Bangladesh, ricorre affidandosi a quattro motivi per la cassazione del decreto del Tribunale di Milano che aveva rigettato la domanda di protezione internazionale declinata in tutte le forme gradate, proposta in ragione del diniego a lui opposto in sede amministrativa dalla competente Commissione territoriale.

1.1. Per ciò che qui interessa, il ricorrente aveva narrato di essere stato costretto a lasciare il proprio paese in quanto era entrato in contatto con un’organizzazione criminale che lo aveva utilizzato come corriere della droga senza che lui lo sapesse; una volta scoperta la circostanza aveva manifestato l’intenzione di uscire dal gruppo ed era stato minacciato di morte; di aver avuto anche vicissitudini con la propria famiglia per questioni ereditarie vinte dagli zii che, aveva scoperto, erano affiliati con il gruppo criminale; di aver subito anche minacce di altro tipo in ragione del fatto che era di religione musulmana e si era fidanzato con una ragazza di culto buddhista e di essere fuggito perché temeva per la propria incolumità.

2. Il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” non notificato al ricorrente, chiedendo di poter partecipare alla eventuale udienza di discussione della causa ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 14 e 35 bis.

1.1. Lamenta che non era stato disposto il rinnovo dell’audizione in sede giudiziaria, nonostante la mancata trasmissione della videoregistrazione del colloquio svoltosi in sede amministrativa, con violazione di un preciso obbligo del giudice, sancito dalle norme sopra richiamate, funzionale alla valutazione della domanda proposta.

1.2. Il motivo è inammissibile e si pone, oltretutto, in aperto contrasto con la seconda censura.

1.3. Dall’esame del decreto impugnato risulta, infatti, che l’udienza di comparizione è stata fissata e, nonostante la contraria indicazione del decreto, il ricorrente è comparso con l’assistenza del difensore, rendendo dichiarazioni integrative rispetto a quelle rese in sede di audizione sui motivi che gli impedivano di rientrare in Bangladesh ed in merito alla sua posizione lavorativa in Italia.

1.4. La censura, pertanto, con la quale si contesta la mancata audizione del ricorrente non si confronta con il provvedimento impugnato, non prospettando un rilievo coerente con le emergenze processuali.

1.5. Al riguardo, non è inutile rilevare che questa Corte ha affermato il principio, ormai consolidato, secondo il quale “nei giudizi in materia di protezione internazionale il giudice, in assenza della videoregistrazione del colloquio svoltosi dinanzi alla Commissione territoriale, ha l’obbligo di fissare l’udienza di comparizione, ma non anche quello di disporre l’audizione del richiedente, a meno che: a) nel ricorso non vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda (sufficientemente distinti da quelli allegati nella fase amministrativa, circostanziati e rilevanti); b) il giudice ritenga necessaria l’acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) il richiedente faccia istanza di audizione nel ricorso, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire chiarimenti e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile.(Cass. 21584/2020; Cass. 22049/2020; Cass. 26124/2020).

1.6. In ragione di ciò, ricorre anche un secondo profilo di inammissibilità riconducibile alla circostanza che nulla di specifico è stato dedotto rispetto a fatti che dovevano essere chiariti al fine di chiarire eventuali incongruenze riscontrate.

2. Con il secondo motivo il ricorrente, ex art. 360 c.p.c., n. 3, lamenta la violazione del D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, art. 3, comma 4 bis (conv. nella L. n. 46 del 2017).

2.1. Deduce, in contraddizione con la precedente censura, che l’audizione era stata resa dinanzi ad un giudice onorario (GOP) che non faceva parte del collegio giudicante, e che ciò avrebbe determinato la nullità dell’intero procedimento.

2.2. Il motivo è infondato.

Questa Corte ha recentemente composto il contrasto in materia, creatosi fra le sezioni semplici, affermando che “non è affetto da nullità il procedimento nel cui ambito un giudice onorario di tribunale, su delega del giudice professionale designato per la trattazione del ricorso, abbia proceduto all’audizione del richiedente la protezione ed abbia rimesso la causa per la decisione al collegio della Sezione specializzata in materia di immigrazione, atteso che, ai sensi del D.Lgs. n. 116 del 2017, art. 10, commi 10 e 11, tale attività rientra senza dubbio tra i compiti delegabili al giudice onorario in considerazione della analogia con l’assunzione dei testimoni e del carattere esemplificativo dell’elencazione ivi contenuta” (cfr. Cass. SUU 5425/2021): non è pertanto riscontrabile la nullità dedotta, oggetto di censura.

3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione fra le parti.

4. Con il quarto motivo, deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5, 7 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis.

4.1. Assume che non era stato correttamente valutato il livello di integrazione e l’inserimento che aveva chiesto di dimostrare attraverso la produzione di numerosi documenti (attestanti attività formative, corsi di lingua italiana, iscrizione e frequenza presso una scuola) i quali (elencati a pag. 15 e 16 del ricorso) non erano stati esaminati, visto che in ordine a tale elemento di comparazione il Tribunale aveva apoditticamente motivato il provvedimento soltanto con riferimento ad un tirocinio formativo presso il magazzino (OMISSIS), ritenendolo insufficiente a dimostrare l’inserimento nel contesto del paese ospitante (terzo motivo).

4.2. Lamenta altresì che non era stato adempiuto il dovere di cooperazione istruttoria, in quanto non erano state acquisite, attraverso COI attendibili ed aggiornate, informazioni sul livello di tutela dei diritti fondamentali nel paese di origine, con particolare riferimento al rischio continuo della popolazione derivante dalla corruzione delle forze di polizia oltre che alla generale indigenza (quarto motivo).

4.3. I due motivi, da esaminarsi congiuntamente per la stretta connessione logica, sono inammissibili.

4.4. Si osserva che contrariamente a quanto censurato, il Tribunale non ha affatto omesso di esaminare la documentazione prodotta, pur descrivendola in modo non analitico ma complessivo (cfr. pag. 9 terzo cpv.): infatti il decreto impugnato contiene una motivazione sintetica ma costituzionalmente sufficiente sulla produzione attestante l’inserimento lavorativo dimostrato sino alla data della decisione, nonché sullo sforzo di apprendimento della lingua italiana, elementi ritenuti motivatamente, nel loro complesso, non idonei a dimostrare l’integrazione nel contesto del paese ospitante.

4.5. Trattasi di valutazione di merito delle emergenze processuali, in quanto tale insindacabile in questa sede.

4.6. Quanto all’inadempimento del dovere di cooperazione istruttoria, poi, la censura non tiene conto che il Tribunale si è riferito a C.O.I. attendibili ed aggiornate nell’esaminare la situazione di instabilità e violenza del paese di origine (cfr. pag. 6 e 7 del decreto impugnato), rispetto alle quali nessuna diversa fonte informativa, decisiva per una diversa soluzione della controversia è stata dal ricorrente indicata (cfr. Cass. 7105/2021); e che, per contro, tenuto conto della natura individualizzata della fattispecie invocata, la censura è del tutto priva della prospettazione di indici di vulnerabilità diversi da quelli che potevano, in ipotesi, derivare dalla vicenda narrata che lo aveva indotto alla fuga e che è stata ritenuta del tutto inattendibile con statuizione neanche censurata.

4.2. In mancanza di ciò, la doglianza risulta del tutto carente di allegazioni idonee a consentire a questa Corte di apprezzare l’errore del Tribunale, solo genericamente denunciato.

5. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

Non sono dovute spese, atteso che il ricorso viene deciso in adunanza camerale, in relazione alla quale – assente la discussione orale – l’atto di costituzione del Ministero risulta irrilevante ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello cui è tenuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte;

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello cui è tenuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 21 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

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