Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31793 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. III, 04/11/2021, (ud. 09/03/2021, dep. 04/11/2021), n.31793

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – est. Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

K.M., (codice fiscale (Ndr: testo originale non

comprensibile)), rappresentato e difeso, giusta procura rilasciata

su foglio separato e materialmente congiunto al ricorso,

dall’Avvocato Paolo Tacchi Venturi, del Foro di Verona, presso il

cui studio è elettivamente domiciliato in Verona, Via Stella n. 19.

– ricorrente –

contro

IL MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’Avvocatura dello Stato, domiciliata in Roma, via del Portoghesi

n. 12.

– resistente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia n. 2479/2019,

pubblicata il 17/6/2019.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 9 marzo 2021

dal Presidente, Dott. Giacomo Travaglino.

La Corte:

 

Fatto

PREMESSO IN FATTO

– che il signor K., nato in (OMISSIS), ha chiesto alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4, ed in particolare:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis);

– che la Commissione Territoriale ha rigettato l’istanza;

– che, avverso tale provvedimento, egli ha proposto, ai sensi del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35, ricorso dinanzi al Tribunale di Venezia, che lo ha rigettato con ordinanza resa in data 7.8.2017;

Che la Corte di appello di Venezia ne ha rigettato l’impugnazione con sentenza del 17 giugno 2019;

– che, a sostegno della domanda di riconoscimento delle cd. “protezioni maggiori”, il ricorrente aveva dichiarato di essere fuggito dal proprio Paese a causa delle minacce di alcuni zii, con cui aveva litigato per questioni ereditarie;

– che, in via subordinata, aveva poi dedotto l’esistenza dei presupposti per il riconoscimento, in suo favore, della protezione umanitaria, in considerazione della propria – oggettiva e grave – condizione di vulnerabilità;

– che (il Tribunale prima, e poi) la Corte di appello hanno ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di tutte le forme di protezione internazionale invocate dal ricorrente, alla luce: 1) della sostanziale inattendibilità del suo racconto, ritenuto generico, non sufficientemente circostanziato – in assenza di alcun fatto concreto commesso dagli zii – attesane, inoltre, l’incongruenza logica – avendo lo stesso richiedente asilo ammesso la possibilità di continuare a vivere nella casa di famiglia se non avesse rivendicato l’eredità paterna; 2) della insussistenza dei presupposti per il riconoscimento tanto dello status di rifugiato, quanto della protezione sussidiaria in ciascuna delle tre forme di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 14, in conseguenza tanto del giudizio di non credibilità del ricorrente (lettere a e b), quanto dell’inesistenza di un conflitto armato nel Paese di respingimento (lett. c); 3) dell’impredicabilità di un’effettiva situazione di vulnerabilità del richiedente asilo idonea a giustificare il riconoscimento dei presupposti per la protezione umanitaria;

– che il provvedimento è stato impugnato per cassazione dall’odierno ricorrente sulla base di 4 motivi di censura;

– che il Ministero dell’interno non si è costituito in termini mediante controricorso.

Diritto

OSSERVA IN DIRITTO

Col primo motivo, si censura la sentenza impugnata per nullità della sentenza ex art. 132 c.p.c., per motivazione apparente (art. 360 c.p.c., n. 4).

Col secondo motivo, si lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 (art. 360 c.p.c., n. 3);

Con il terzo motivo, si lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 lett. c), per l’impiego di fonti informative non idonee (art. 360 c.p.c., n. 3).

Con il quarto motivo, si lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti (il passaggio in Libia del ricorrente).

Il quarto motivo di ricorso è inammissibile, risolvendosi in un mero flatus vocis, privo di alcuna esplicazione contenutistica sotto il profilo della decisività del fatto allegato.

Sono infondati il secondo e terzo motivo di ricorso, che lamentano, rispettivamente, l’errata valutazione di non credibilità del richiedente asilo e l’erroneo utilizzo di fonti informative asseritamente non idonee ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c).

Quanto alla valutazione delle dichiarazioni del ricorrente, osserva il collegio come questa stessa Corte, in tema di credibilità del richiedente asilo, abbia ripetutamente affermato che la relativa disamina costituisce, di regola, un apprezzamento di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice del merito, ed è censurabile in cassazione, sotto il profilo della violazione di legge, in tutti casi in cui la valutazione di attendibilità non sia stata condotta nel rispetto dei canoni legalmente predisposti (così come formalmente descritti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5); la valutazione di credibilità deve ritenersi inoltre censurabile, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (anche se non censurata, nella specie, sotto tale profilo), come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (ex multis, Cass. n. 3340 del 2019; 7546/2020). Ne consegue che il giudice di merito, nel valutare la credibilità complessiva del richiedente asilo, ben potrà ritenere inattendibili le dichiarazioni rese da quest’ultimo sulla base del significato determinante di singole e decisive circostanze, ritenute di per sé assorbenti rispetto alla considerazione di ogni altro elemento di valutazione, purché di dette circostanze se ne sottolinei – o ne emergano con evidenza – proprio i caratteri di decisività, senza limitarsi al richiamo di formule di sintesi o di modelli argomentativi meramente stereotipati. Rimane in ogni caso fermo il principio a mente del quale la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata alla mera, soggettivistica opinione del giudice, ma è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiersi non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi, ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, tenendo poi conto della situazione individuale e della circostanze personali del richiedente (art. 5, comma 3, lett. c), del D.Lgs. cit.), con riguardo alla sua condizione sociale e all’età, non potendo darsi rilievo a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati del racconto, quando appare nel suo complesso vero o verosimile il fatto narrato nel suo complesso, sicché è compito dell’autorità amministrativa – e del giudice dell’impugnazione di decisioni negative della Commissione territoriale – svolgere un ruolo attivo nell’istruzione della domanda, disancorandosi dal principio dispositivo proprio del giudizio civile ordinario, mediante l’esercizio di poteri-doveri d’indagine officiosi e l’acquisizione di informazioni aggiornate sul paese di origine del richiedente, al fine di accertarne la situazione reale (tra le molte conformi, Cass. n. 26921 de12017; n. 10 del 2021);

Nel caso di specie, fermo l’oggettivo rilievo della congruità logica del discorso giustificativo della decisione adottata, correttamente articolato attraverso un analitico esame di determinanti (quanto non verosimili) circostanze di fatto (puntualmente esaminate ed evidenziate ai ff. 3-5 della motivazione, in consonanza con quanto già correttamente evidenziato dal giudice di primo grado), varrà considerare come la difesa del ricorrente abbia propriamente omesso di circostanziare gli aspetti dell’asserita decisività della censurata considerazione, da parte del giudice del merito, di ulteriori vicende di fatto che si assumono trascurate, e che avrebbero al contrario (in ipotesi) condotto ad una diversa risoluzione dell’odierna controversia. Attraverso le odierne censure, il ricorrente altro non prospetta se non una rilettura nel merito degli stessi fatti di causa secondo il proprio soggettivo punto di vista, in una dimensione solo astrattamente critica, come tale inammissibilmente rappresentata in questa sede di legittimità, dovendo per converso ritenersi che la motivazione adottata dal giudice a quo a fondamento della decisione impugnata sia (non solo esistente, bensì anche) articolata in modo tale da permettere di ricostruirne e comprenderne il percorso logico, che si dipana in termini lineari e coerenti, in conformità con i parametri di valutazione legalmente stabiliti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e sulla base di criteri interpretativi e valutativi dotati di sufficiente ragionevolezza ed accettabile congruità logica.

Quanto alla violazione dell’obbligo di cooperazione, osserva il collegio come la Corte territoriale abbia, contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, puntualmente ed esaustivamente adempiuto ai propri doveri istruttori, alla luce (ff. 5-11 della sentenza) delle numerose COI acquisite agli atti, attendibili ed aggiornate, alle quali il ricorrente non oppone né allega l’esistenza di altre fonti idonee a descrivere, in ipotesi, una situazione differente da quella rappresentata dalla Corte.

E’ manifestamente fondato il primo motivo di ricorso.

In sintesi, lamenta il ricorrente:

– La violazione dell’obbligo di cooperazione istruttoria posto a carico dell’organo giudicante, che avrebbe altresì trascurato il valore delle circostanze di fatto all’uopo richiamate specificamente in ricorso;

– La violazione dell’obbligo di comparazione, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, tra la situazione del Paese di origine, con specifico riguardo alla mancata tutela dei diritti umani fondamentali, ed il livello di integrazione raggiunto in Italia dal richiedente asilo.

Osserva il collegio come non risultino conformi a diritto:

– l’affermazione della Corte territoriale secondo cui “nel valutare la vulnerabilità di una persona, non si può prescindere dalla credibilità dello straniero, analogamente a quanto accade per lo status di rifugiato e per la protezione sussidiaria: atteso che K. si è rivelato inattendibile, la sua storia personale non può essere posta a fondamento della domanda di permesso di soggiorno per motivi umanitari”;

– l’affermazione secondo cui, ai fini della valutazione della domanda di protezione umanitaria, “l’attuale situazione geo-politica è già stata valutata con specifico riferimento al Sud del paese”;

– l’affermazione per la quale “lo svolgimento di attività lavorativa, nonostante apprezzabile, non distingue e caratterizza la posizione di una persona che necessita di protezione rispetto ad un migrante economico”.

La decisione della Corte veneta non si conforma ai principi più volte affermati da questo giudice di legittimità in tema di protezione umanitaria, a mente dei quali, se, per il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, lett. a) e b), ve essere dimostrato che il richiedente asilo abbia subito, o rischi concretamente di subire, atti persecutori come definiti dall’art. 7,in base al racconto ed alla valutazione di credibilità operata dal giudice di merito, diversa, invece, è la prospettiva dell’organo giurisdizionale in tema di protezione umanitaria, per il riconoscimento della quale è necessaria e sufficiente (anche al di là ed a prescindere dal giudizio di credibilità del racconto, contrariamente a quanto affermato in sentenza al folio 21) la valutazione comparativa tra il livello di integrazione raggiunto in Italia e la situazione del Paese di origine, qualora risulti ivi accertata la violazione del nucleo incomprimibile dei diritti della persona che ne vulnerino la dignità – accertamento che prende le mosse, e non può prescindere, dal dettato costituzionale di cui all’art. 10,comma 3, ove si discorre, significativamente, di impedimento allo straniero dell’esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana (norma che, come è noto, fu oggetto di un intenso dibattito in Assemblea costituente, ed il cui contenuto immediatamente precettivo, nonostante il contrario avviso di una retriva e risalente giurisprudenza del Consiglio di Stato, fu immediatamente rilevato dalla dottrina maggioritaria e definitivamente riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità con la sentenza delle sezioni unite del 26 maggio 1997, n. 4674): di qui, il riconoscimento della natura di diritto costituzionalmente garantito della situazione giuridica dei richiedenti asilo e quindi di “concreta e materiale esigibilità in via giurisdizionale” del relativo diritto soggettivo – un diritto perfetto, pertanto, in quanto il suo fondamento necessario e sufficiente, nonché la sua causa di giustificazione risiedono entrambi nella sola Costituzione. Pur vero che, da questa Corte, è stato ripetutamente affermato il principio (fra le altre, Cass. 4/8/2016 n. 16362) secondo cui il diritto di asilo riconosciuto dall’art. 10 Cost., risulterebbe interamente attuato e regolato attraverso le tre forme di protezione previste dall’ordinamento vigente (rifugio, protezione sussidiaria e protezione umanitaria) – con la conseguenza che, al di fuori della “esaustiva normativa” di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007 e al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, “non vi è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto dell’art. 10 Cost., comma 3, in chiave processuale o strumentale, a tutela di chi abbia diritto all’esame della sua domanda di asilo alla stregua delle vigenti norme sulla protezione” (Cass. 26/6/2012 n. 10686) – è vero altresì che tale indirizzo (non da tutti condiviso) deve pur sempre confrontarsi con la norma costituzionale (e con le norme sovranazionali), di rango superiore in sede di interpretazione della legge ordinaria, escludendone l’applicabilità tutte le volte che tale interpretazione si ponga in conflitto con la norma gerarchicamente sovraordinata.

Ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria deve piuttosto ritenersi necessaria e sufficiente la valutazione dell’esistenza e della comparazione degli indicati presupposti (per tutte, Cass. 8819/2020; Cass. 19337/2021), che non sono condizionati (contrariamente a quanto erroneamente opinato dal giudice di merito) dalla eventuale valutazione negativa di credibilità del ricorrente: il riconoscimento della protezione umanitaria postula – una volta che il richiedente abbia allegato i fatti costitutivi del diritto – l’obbligo per il giudice del merito, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, estensivamente interpretato, di cooperare nell’accertamento della situazione reale del Paese di provenienza, mediante l’esercizio di poteri/doveri officiosi d’indagine, in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate sul Paese di origine del richiedente; e al fine di ritenere adempiuto tale obbligo officioso, l’organo giurisdizionale è altresì tenuto ad indicare specificatamente le fonti in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto (Cass. n. 11312 del 2019), ma senza incorrere nell’errore, come accaduto nel caso di specie, di utilizzare le fonti informative che escludano (a torto o a ragione) l’esistenza di un conflitto armato interno o internazionale (rilevanti al solo fine di valutare la domanda di protezione internazione sub specie del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c)) – al diverso fine di valutare la situazione del Paese di origine sotto l’aspetto della mancata tutela dei diritti umani e del loro nucleo incomprimibile – valutazione che, nella specie, manca del tutto.

La motivazione non risulta, per altro verso, conforme a diritto, sempre sul piano comparatistico, in punto di disamina della integrazione del richiedente asilo, come correttamente evidenziato dalla difesa del ricorrente (ff. 8-9 dell’odierno atto di impugnazione) che rammenta come sia stata sostanzialmente omessa, nella specie, la pur necessaria considerazione della integrazione dello straniero (puntualmente documentata in sede di merito, sub specie della partecipazione ad attività di volontariato, a corsi di lingua ed a quelli propedeutici all’inserimento nel mondo del lavoro).

Va pertanto riaffermato il principio di diritto, cui il giudice di rinvio si atterrà rigorosamente, alla luce del quale, secondo l’interpretazione fatta propria dalla giurisprudenza di questa Corte, in tema di protezione umanitaria l’orizzontalità dei diritti fondamentali comporta che, ai fini del suo riconoscimento, occorre operare la valutazione comparativa della situazione oggettiva (oltre che eventualmente soggettiva) del richiedente con riferimento al Paese di origine sub specie della libera esplicazione di quei diritti, in raffronto alla situazione d’integrazione lavorativa raggiunta nel paese di accoglienza, rilevando a tal fine in modo pregnante proprio l’attività lavorativa (in tal senso, di recente, si sono espresse le stesse sezioni unite di questa Corte con la sentenza 24413/2021).

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo del ricorso, rigetta i restanti motivi, cassa il provvedimento impugnato in relazione al motivo accolto e rinvia il procedimento alla Corte di appello di Venezia, che, in diversa composizione, farà applicazione dei principi di diritto suesposti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 9 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

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